Pedro Casaldaliga, Un maestro, un profeta, un poeta, un amico

Pedro Casaldáliga, "Un maestro, un profeta, un poeta, un amico"
Un omaggio del leader dei senza terra João Pedro Stedile
da Adista, N. 8 - 28 Gennaio 2006
DOC-1688. SÃO FELIX DO ARAGUAIA-ADISTA.
È stato un incontro davvero speciale quello tra João Pedro Stedile, il più noto dirigente del Movimento dei Senza Terra del Brasile, e dom Pedro Casaldáliga, uno dei più amati vescovi dell'America Latina. Si conoscevano, il leader senza terra e il vescovo, dai tempi dello storico accampamento di Encruzilhada Natalino, nel Rio Grande do Sul, divenuto - correva l'anno 1981 - un simbolo della lotta contro la dittatura militare, e quasi un battesimo di fuoco per il movimento, che sarebbe ufficialmente nato di lì a poco. Si trovavano, in quel-l'accampamento nato ad un incrocio stradale, alcune centinaia di famiglie senza terra, circondate dalla polizia federale e dall'esercito, sotto il comando del maggiore Curió, il volto più feroce della repressione militare: resistevano al sole, al vento, alla pioggia, alla fame, alle intimidazioni, sotto teloni di plastica neri che ancora oggi, vent'anni dopo, costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del Mst. I due, Stedile e Casaldáliga, si erano recati lì, a sostenere, a incoraggiare. Dom Pedro aveva celebrato la messa e, durante il rito, aveva assicurato e promesso agli ormai spossati senza terra: "se vi manterrete uniti, conquisterete la terra che sognate". E aveva ragione.

Tanti anni dopo, tante lotte e tante occupazioni dopo, Stedile ha finalmente potuto accogliere l'invito del vescovo ad andarlo a trovare nella sua diocesi di São Felix. E di questa visita ha voluto, nelle ultime ore dell'anno passato, riferire ai suoi compagni di Movimento: un omaggio commosso, sincero e appassionato ad una delle voci più profetiche della Chiesa universale, una delle poche rimaste a gridare nel deserto: un pastore, un lottatore, un poeta. Di seguito, il resoconto di Stedile in una nostra traduzione dal portoghese. (c. f.)

Stimati compagni del nostro amato Movimento,
sto approfittando delle ultime ore di questo lungo e difficile 2005 per raccontare la mia visita di questi giorni al nostro amato Dom Pedro Casaldáliga. Sono stato a São Felix do Araguaia. Pedro, come vuole essere chiamato, mi aveva invitato molte volte, dai tempi della sua presidenza alla Cpt (Commissione pastorale della terra) e, più recentemente, per partecipare ad eventi con professori della Prelazia. Purtroppo non avevo mai potuto, per altri impegni assunti. Ma ho sempre avuto una grande voglia di andare dai lui e mi sentivo in debito. Allora, ho approfittato di questi giorni più calmi di fine anno per andare a trovare il nostro amato Pedro, che tante lezioni ha dato a tutti noi.

Per cominciare, non avevo la minima idea di come fosse la città di São Feliz do Araguaia. Pedro la conosce come fosse casa sua. Vi è giunto alla fine degli anni '60, dopo 7 giorni di viaggio. Non era neppure un municipio. Ora è ancora una piccola città di non più di 7mila abitanti, ai margini del Rio Araguaia. È nel nord del Mato Grosso, all'estremo confine. Dall'altro lato, l'isola del Bananal abitata da 16 popoli indigeni, nello Stato di Tocantins. Per arrivare là in pullman ci vogliono 26 ore da Goiania, oppure un proibitivo viaggio in aereo, che parte due volte a settimana da Brasilia.

La Prelazia è enorme dal punto di vista geografico, quasi delle dimensioni del Sergipe. Ha 15 municipi, poca popolazione, e molti latifondi. La popolazione si divide tra i popoli indigeni originari, che hanno sempre abitato le rive dei pescosi fiumi della regione, e gli abitanti dei fiumi venuti dal Nordest negli ultimi decenni in cerca di un posto al sole, tranquillo. Negli anni '70, arrivò il capitale a impossessarsi delle loro terre e a creare grandi latifondi, con fazendas fino a 300mila ettari. I proprietari non vennero. Rimasero a Goiania, Cuiabá e São Paulo. Ma mandarono l'oppressione, i capataz, la violenza, i pistoleiros e il lavoro schiavo, che ancora esistono, sorprendentemente, nella regione. E negli ultimi trent'anni sono giunti anche molti immigrati dal sud, da Rio, dal Paraná, sognando un po' di terra da lavorare. È questo il mondo di Pedro.

In questo mondo perduto nella carta geografica del Brasile, e in mezzo a tante ingiustizie, Pedro è sempre stato al lato dei poveri: indios, caboclos, contadini, senza terra, lavoratori ridotti in schiavitù, immigrati poveri del Sud. E, in maniera intransigente, contro il latifondo, l'oppressione, il capitalista giunto dal Sud. Lui e i suoi colleghi missionari hanno pagato caro. Nei tempi dell'impunità durante la dittatura, molti hanno pagato con la propria vita questa opzione: p. Francisco Jentel, p. João Bosco (assassinato da un poliziotto che lo aveva confuso con Pedro). Altri non hanno sopportato tante pressioni e sono andati via. Ma non è stato invano. São Felix non si è trasformata in un'immensa fazenda. Là vi è stata resistenza e là vi è ancora un popolo organizzato e cosciente.

Ha sempre sostenuto che le ingiustizie si combattono solamente con l'organizzazione del popolo e che il ruolo della Chiesa era e deve essere quello di offrire un servizio permanente a favore dell'organizzazione del popolo. Così ha fatto nella sua Prelazia, nella chiesa di São Felix, e così ha fatto con la sua influenza profetica nel contribuire ad organizzare il Consiglio indigenista missionario (Cimi) e la Cpt. Entrambi, come egli stesso ama riaffermare, per essere Chiesa al servizio dell'organizzazione dei poveri.

I cambiamenti
Pedro si dedicò instancabilmente, dal 1971, a questo lavoro di coscientizzazione, di organizzazione, come un vero pastore in mezzo al suo popolo e insieme ad esso. Nel 2005, vinto dall'età, al compimento dei suoi 75 anni, ha presentato la rinuncia alla carica vescovile, come prescrive il diritto canonico.

C'è stata tensione nella chiesa di São Felix e tra i suoi amici e alleati di tutto il Brasile. La potente Roma non ascoltava nessuno. Come tutti gli imperi, ha un muro al posto delle orecchie. Si è saputo che si sono sondati quattro vescovi perché si trasferissero lì. Ma per abitare in mezzo al popolo e rispettare il suo cammino bisogna essere un vescovo speciale. Uno dei candidati consultati è arrivato ad esigere che prima Pedro cambiasse residenza e uscisse dalla prelazia. Un affronto, subito respinto da tutta la comunità.

Alla fine, è stato designato un altro vescovo, dom Leonardo Steiner, francescano, che ha saputo comprendere il cammino del popolo di São Felix, si è integrato ad esso e sta risiedendo nella stessa casa con Pedro e i suoi colleghi di missione.

Il riposo dell'instancabile
Sono stato a São Felix a rendere visita a un maestro. Un profeta. Un poeta. Un amico. Un lottatore del popolo brasiliano. Sapevo che il morbo di Parkinson lo stava maltrattando e gli impediva di viaggiare. Sapevo dei suoi mal di testa, che tanto lo fanno soffrire. Ma nulla di tutto questo gli sta impedendo di continuare a darci lezioni di vita. Non può più viaggiare. E ancora una volta ci ha dato testinomianza della sua coerenza con il popolo. Avrebbe potuto scegliere qualche convento nella sua Catalogna, o in qualche capitale brasiliana, più vicino a cure mediche e riconoscimenti per il suo passato. Invece è rimasto nella stessa casa, con i suoi compagni, con gli stessi vicini, con le stesse conversazioni, con le stesse visite quotidiane, insomma, con lo stesso popolo che ha amato tanto. E al quale ha dedicato tutta la sua vita. Perché partire ora, se lui è di São Felix?

Ho visto, nella mia visita, che prosegue con le sue riflessioni profetiche, analizzando con invidiabile chiarezza i cammini della Chiesa, i cammini del nostro popolo. Continua a credere più che mai che solo il popolo organizzato può conquistare i cambiamenti. Continua a credere più che mai che solo la mobilitazione del popolo può e deve muovere montagne. Le montagne dello sfruttamento, delle ingiustizie, della dipendenza esterna, del capitale straniero, del debito estero, del latifondo, delle banche, degli interessi.

Continua a lottare e a denunciare che la radice di tutti i mali della terra è nell'esistenza del latifondo. "Nulla può giustificare il latifondo. Dobbiamo lottare sempre fino ad estirpare il latifondo dalla nostra società", afferma.

Ha il coraggio di annunciare ai quattro venti, con tutta la sua morale di vescovo, pastore e teologo della Liberazione, che "il capitalismo è iniquo, ingiusto, disumano. E, pertanto, anticristiano". E con tanta saggezza, continua a trovare il tempo per porre i suoi pensieri in versi e poemi. Grande poeta quale è. Anche se le dita non lo aiutano a digitare al computer, la mente è sana e non gli viene meno al momento di porre in versi verità e sentimenti.

Mi ha regalato, con molta passione, un libretto pubblicato di recente dalle Edizioni Loyola, che riproduce tutte le pitture murali che ha incoraggiato a fare in ciascuna delle chiese della prelazia. E per ogni pittura c'è una poesia. Rivelatore. Raccomando a tutti di cercarlo nelle librerie (Murais da Libertação - prelazia di São Felix do Araguaia).

Conobbi da lontano dom Pedro Casaldáliga, quando, ancora al tempo della dittatura, distribuivamo clandestinamente tra gli studenti della Puc del Rio Grande una poesia di dom Pedro in omaggio al Che. Pensavo a quei tempi: come può un vescovo scrivere una poesia in onore del Che? Me lo immaginavo come se fosse uno di quei comandanti stereotipati vestito verde olivo, alto e forte, nell'atto di arringare i guerriglieri.

Alcuni anni dopo lo conobbi personalmente, tramite un amico comune, p. Cecchin, quando venne a visitarci a Porto Alegre, per parlare, umilmente, durante un'occupazione urbana. Da lì andammo al nostro accampamento di Encruzilhada Natalino, che aveva resistito e sconfitto il famigerato colonnello Curió, che tormentava pure il lavoro pastorale nella regione amazzonica di Pedro. E là, nell'accampamento, levò la sua voce - e di questo non mi sono mai dimenticato -, pose la mano sul Vangelo, nel mezzo della celebrazione, e disse: "Fratelli! In nome di Gesù di Nazareth, in nome del Dio liberatore, io, vescovo di São Felix, vi assicuro e vi prometto che, se vi mantenete uniti, conquisterete la terra che sognate e che è di tutti e tutte!".

Fu quello che mancava, dopo quasi due anni di accampamento. Il vescovo ci assicurò in nome di Dio che se avessimo mantenuto la nostra organizzazione avremmo conquistato la terra. Ed aveva ragione. Tutti coloro che mantennero l'occupazione a Encruzilhada conquistarono la terra. E l'ho sempre ripetuto a tutte le famiglie accampate, nel corso di questi 21 anni di esistenza del Movimento dei Senza Terra, soprattutto quando lo sconforto si impossessa di coloro che soffrono di più, lottando sotto teloni di plastica neri lungo i latifondi e le strade del Brasile.

In questi anni di lotta per la riforma agraria, Pedro ha sempre conservato una coerenza totale a fianco dei senza terra, dei contadini, dei popoli indigeni. Sempre con la sua parola di incoraggiamento. In anni passati, assistendo a São Paulo alla campagna diffamatoria della grande stampa contro il nostro movimento, Pedro non esitò, e pubblicamente, in conferenza stampa, disse: "Sia benedetto, il Movimento dei Senza Terra! Se non esistesse, bisognerebbe crearlo, affinché si compia la missione della giustizia!".

Ora sono stato là ad abbracciare questo maestro. Sono stato a rendere visita a un poeta, a un padre, a un fratello, a un profeta. Sono andato là a trovare un grande compagno. Che ci ha dato tante lezioni di vita. Gli ho portato un abbraccio, non solo personale. Gli ho portato l'affetto di tutta la militanza del Mst. Ho voluto portare la gratitudine di tutti i senza terra che hanno coscienza della lotta e resistono sotto teloni di plastica lungo il Brasile.

Pedro non ha bisogno più di viaggiare. Noi viaggeremo per lui. Pedro non ha più bisogno di parlare per i poveri. Le sue lezioni di vita sono l'esempio per tutti i militanti sociali del popolo brasiliano.

Sono tornato da São Felix con le batterie ricaricate: di coraggio, di speranza, di perseveranza. Sono tornato da São Felix con l'anima ripulita, benedetta dal nostro maestro e nostro esempio. Gli ho promesso che la nostra militanza non si dimenticherà mai delle sue lezioni di vita. Per questo ho voluto condividere questa mia visita con tutti voi.

Claudia Fanti per Adista.