Nel nome del popolo sovrano. In Brasile dieci milioni di no contro l'ALCA

Nel nome del popolo sovrano. In Brasile dieci milioni di no contro l'ALCA Nel nome del popolo sovrano.
In Brasile dieci milioni di no contro l'ALCA

Fonte Adista
31551. BRASILIA-ADISTA. Un no chiaro e tondo alla colonizzazione economica e culturale degli Stati Uniti ripetuto dieci milioni di volte: tanti sono stati i brasiliani che hanno partecipato al plebiscito sull'Alca (l'Area di libero commercio delle Americhe; V. Adista n. 66/02), malgrado l'indifferenza - o l'ostilità - dei mezzi di comunicazione di massa e dei principali partiti politici (e nonostante la consultazione non avesse valore legale). Promosso, tra gli altri, dalla Conferenza dei vescovi del Brasile, dal Movimento dei Senza Terra e dalla Centrale Unica dei Lavoratori, il plebiscito (a cui hanno preso parte ben quattro milioni di persone in più rispetto all'analoga consultazione sul debito estero nel 2000) si è svolto, nella settimana dall'1 al 7 settembre, in quasi 4mila municipi di tutti e 27 gli Stati della Federazione, ed ha coinvolto 150 volontari di centinaia di organizzazioni popolari e movimenti sociali. Un esercito di militanti impegnati a rompere l'assordante silenzio-stampa sul tema con una campagna di sensibilizzazione partita da lontano, che ha visto realizzarsi, dall'inizio dell'anno, migliaia di piccole e grandi iniziative lungo tutto lo sterminato territorio brasiliano. Impresa immane ma necessaria, se è vero, come una volta ha avuto modo di sottolineare Fidel Castro, che "il pericolo dell'Alca" sta proprio nella "mancanza di informazione di cui risentono i popoli del nostro emisfero". I brasiliani erano chiamati a rispondere a tre domande: "Il governo brasiliano deve firmare il trattato sull'Alca?"; "Il governo brasiliano deve continuare a partecipare ai negoziati sull'Alca?"; "Il governo brasiliano deve cedere parte del nostro territorio, la Base di Alcântara, al controllo militare degli Stati Uniti?". Tre questioni tutte relative all'unico "tema costituzionale della sovranità del Brasile": "l'Alca - si legge nel Manifesto del Plebiscito - punta a costituirsi in un trattato che avrebbe una forza superiore alle costituzioni dei Paesi firmatari. Per questo la partecipazione ai negoziati si configura come una pratica incostituzionale. La base di Alcântara fa parte di una strategia di creazione di basi militari statunitensi nel Continente. L'insieme di queste strategie costituisce un progetto di controllo economico, politico e militare continentale da parte della potenza che mira all'egemonia su tutto il mondo".

Scontato l'esito del plebiscito: alla prima domanda ha risposto no il 98% dei votanti, alla seconda circa il 96%, alla terza il 98.6%. "I numeri", si legge ancora nel Manifesto, "rivelano la più profonda aspirazione della società brasiliana alla costruzione di una nazione veramente libera e sovrana, dove il popolo sia padrone del suo destino. Una nazione in cui non ci sia esclusione sociale, né ingiustizia, né fame, né miseria. Una nazione capace di promuovere un'altra integrazione, basata sul rispetto della diversità culturale e della sovranità dei Paesi membri, sull'equità delle relazioni commerciali e sulla solidarietà tra i popoli. La società brasiliana respinge il progetto statunitense di ricolonizzazione economica, commerciale e militare e aspira a un autonomo progetto di sviluppo". Obiettivo dei promotori è ora quello di ottenere dal governo l'organizzazione di un plebiscito ufficiale che lasci al popolo brasiliano la decisione di aderire o meno all'Area di libero commercio.

Con il successo della consultazione popolare in Brasile prende nuovo vigore la Campagna continentale contro l'Alca portata avanti da tutti i popoli delle Americhe. Prossimi appuntamenti, il Grido degli Esclusi del 12 ottobre; le Giornate di resistenza continentale contro l'Alca a Quito, dal 27 ottobre al primo novembre, nello stesso momento in cui i ministri del commercio di 34 Paesi delle Americhe si riuniranno in Ecuador per portare avanti i negoziati; e il II Incontro emisferico di lotta all'Alca a Cuba, dal 25 al 28 novembre.


Non ci resta che Lula.
Le elezioni in Brasile tra sogno e realtà

Fonte Adista
31552. BRASILIA-ADISTA. Questa volta tutto indica che Lula, il candidato della sinistra al suo quarto tentativo di conquista del governo del Paese, diventerà il prossimo presidente del Brasile: c'è chi crede persino ad una sua vittoria già al primo turno, il prossimo 6 ottobre. E non sembrano in grado di impedirlo neppure le turbolenze dei mercati finanziari, con il dollaro balzato a più 6,4% rispetto al real e le previsioni catastrofiche del candidato governativo José Serra sul rischio-bancarotta in caso di vittoria della sinistra. Eppure sono in tanti, dentro e fuori del Brasile, a sottolineare la somiglianza tra i programmi economici dei due candidati. È severissimo, per esempio, il sociologo statunitense di sinistra James Petras, che non perdona a Lula l'alleanza con una forza nettamente conservatrice come il Partito Liberale, l'adesione all'accordo con il Fondo Monetario Internazionale, la presa di distanza dalle occupazioni del Movimento dei Senza Terra e dal plebiscito sull'Alca, le ampie garanzie fornite ai funzionari dell'ambasciata Usa sulla continuità della politica economica di taglio neoliberista. "È chiaro - afferma Petras - che non c'è nulla di progressista nel programma di Lula. Ha rinunciato a ogni rivendicazione sociale democratica e antimperialista".

Perché allora tanto timore da parte degli investitori internazionali e dell'élite locale? A fare paura, secondo Petras, non è il candidato di sinistra, ma la massa dei suoi sostenitori, "che Lula non sarà in condizioni di controllare una volta assunto il potere". Gli investitori hanno paura che il nuovo governo "non sia sufficientemente repressivo per contenere le richieste popolari" e che tale pressione gli impedisca di sostenere il programma di austerità imposto dal Fmi. Neppure il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile risparmia critiche al leader del Pt (il Partito dei lavoratori): Lula - afferma - sta portando avanti il suo discorso "all'interno dei parametri di una campagna elettorale". Il suo è un "discorso di centro", che non sostiene "le necessarie trasformazioni radicali di cui la nostra società ha bisogno". Ma, aggiunge Stedile, "i programmi elettorali sono meri esercizi di retorica politica": quel che conta "non sono i discorsi, ma le forze sociali che si uniscono intorno a questo o a quel candidato. E la candidatura di Lula ha il segno del cambiamento". Di più: una vittoria del candidato di sinistra "darà molto coraggio a tutto il popolo brasiliano e genererà un nuovo processo di crescita dei movimenti di massa. E un governo Lula avrà bisogno di movimenti di massa organizzati per sostenere i necessari mutamenti". Perché quel che è certo, secondo Stedile, è che "non basta eleggere un nuovo governo. Bisogna che il popolo si organizzi e lotti per il cambiamento sociale. Nessun governo farà cambiamenti sociali solo di propria volontà. Tutte le trasformazioni sociali che si sono avute nella storia dell'umanità sono state frutto di mobilitazioni sociali, dell'azione di un popolo organizzato che si coscientizza, si mobilita e lotta per affrontare le cause dei problemi".

C'è poi anche una lettura più ottimista nei riguardi del candidato del Pt: quella, per esempio, dell'economista Alberto Amadei, che, sull'agenzia "Adital", definisce Lula, l'ex metallurgico emigrato dal Nordest per sfuggire la siccità e la fame, "il nuovo cavaliere della speranza, il portatore del sogno che un altro mondo è possibile: è la prima volta, in 500 anni di governi di élite, che una creatura del Brasile più povero arriva tanto lontano". E se è vero che il Partito dei lavoratori, di fronte alle pressioni di un'élite "crudele, ignorante e corrotta" si è visto costretto a moderare di molto il suo discorso, non c'è il minimo dubbio che Lula concentri su di sé le aspettative "che le disuguaglianze possano essere destrutturate, che il reddito possa essere redistribuito, che la crescita economica possa darsi in forma includente, che per i nostri figli e nipoti non sia ancora troppo tardi".

Claudia Fanti


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