Lula presidente, il capodanno del riscatto

Lula presidente, il capodanno del riscatto
di Maurizio Matteuzzi, inviato a Brasilia
Il Manifesto 31 dicembre 2002

Domani il giuramento. Per il Brasile è l'inizio di una nuova era: la fine dell'apartheid sociale. La favola del sindacalista nordestino, dalla galera alla fascia verde-oro

Entusiasmo, passione, lagrime, speranza. La sensazione di stare vivendo qualcosa di unico. Qualcosa paragonabile solo, in tempi recenti, con l'insediamento di Nelson Mandela nel Sudafrica dopo il voto che seppellì l'apartheid del potere bianco. Anche qui in Brasile l'elezione di Lula è sentita come la fine di una secolare storia di apartheid e l'inizio di una nuova era. Apartheid non razziale, nel paese forse più meticcio del mondo, ma sociale. Esclusione, emarginazione, povertà, fame. Che poi alla fine torna ad essere, nei fatti se non nelle leggi, apartheid razziale. Perché la grande maggioranza degli esclusi, degli emarginati, dei poveri, degli affamati - che sono la quantità aberrante di 54 dei 175 milioni di brasiliani - sono i neri, i mulatti, gli indios, i nordestini. Lula non è né nero né mulatto ma viene dal nord-est pernambucano. E come milioni di altri nordestini ha portato la croce e passato tutte le stazioni del calvario: dall'interiore del Pernambuco devastato dalla seca alla periferia industriale di San Paolo, quando aveva 7 anni, in braccio alla madre; dai lavori di strada alla fabbrica, dalla fabbrica al sindacato, dal sindacato alla galera sotto il regime militare, da metalmeccanico a leader sindacale, dal sindacato al Partido dos trabalhadores, da leader di partito a candidato presidenziale per tre volte sconfitto, non solo per le sue posizioni politiche di sinistra ma anche per la sua faccia da «rospo barbuto», per avere non più della licenza elementare. Solo la fine del calvario che tocca alla grande maggioranza dei migranti nordestini - che qui si chiamano retirantes - è stata diversa, per lui. Come per Mandela. E domani, primo giorno del nuovo anno, Luiz Inacio Lula da Silva riceverà, qui a Brasilia, la fascia verde-oro dal prestigioso intellettuale e pessimo politico (pessimo eccetto che per un aspetto non secondario: il consolidamento della democrazia) Fernando Henrique Cardoso. Lula presidente della repubblica. Il primo operaio ad arrivare alla presidenza della repubblica - in un paese profondamente classista e oligarchico. «Il presidente della speranza».

Ormai i giochi sono fatti. La lunga transizione - pacifica ma non facile - dall'era Cardoso a quella di Lula è conclusa. Il governo è ai blocchi di partenza. Una lunga e drammatica partita sta per cominciare. Decisiva non solo per il Brasile ma, in un mondo sempre più globale e in un mercato sempre più unico, per l'America latina e per il mondo esterno.

 

Brasilia è come impazzita. Domani, primo gennaio 2003, entrerà nella storia non solo per la traiettoria personale e politica del 36esimo presidente della repubblica ma anche per il popolo nelle strade durante le cerimonia di insediamento. Come fu quando Nelson Mandela si insediò, dopo il suo calvario lungo 27 anni nelle prigioni boere, a Pretoria, un giorno di maggio del 1994.

Domani, finite le cerimonie ufficiali, il presidente Lula - per la disperazione dei 12 mila uomini che devono garantirne la sicurezza ma per la gioia dei 200, 300 o 500 mila brasiliani accorsi a Brasilia per l'occasione e delle decine di milioni che resteranno inchiodati davanti alla televisione - uscirà di nuovo dal palazzo di Planalto per andare fra la folla. O povo. Il suo popolo. Un lungo e lento zig-zag a bordo della favolosa Roll-Royce scoperta - regalata nel `52 da Elisabetta di Inghilterra ai presidenti del Brasile - lungo la Esplanada dos ministerios dove da ore - o da giorni - qualche centinaia di migliaia di persone lo staranno aspettando. In realtà lo stanno aspettando da sempre. Da giorni qui scorazzano per i larghi viali di Brasilia auto imbandierate che ripetono ossessivamente, fra la solita batucada, che se la posse (l'insediamento) è di Lula, "la festa è sua", del popolo.

 

Lula l'ha voluta, rompendo i rigidissimi schemi della burocrazia brasiliana - un armamentario pesante ereditado dai tempi dell'impero e del regime militare. Come ha voluto, e annunciato, che la prima uscita del governo al gran completo (o quasi), con lui in testa, sarà un viaggio nel semiarido nordestino - quella immensa fetta di quasi un milione di chilometri quadrati - che, insieme alle favelas delle grandi metropoli, è il simbolo stesso della povertà e dell'emarginazione del Brasile. Lui lo conosce bene il semiarido nordestino della seca e non per averlo letto nei romanzi di Graciliano Ramos e averlo visto nei film di Glauber Rocha. Ma i suoi ministri devono vedere e toccare con mano perché sappiano poi decidere, al momento di fare delle scelte che saranno sempre difficili e in molti casi crudeli, «anche col cuore» e non solo con la razionalità (tanto più se la razionalità è la brutalissima razionalità economica).

Sapendo chi è Lula, quel gesto non sarà solo folclore politico, «populismo» - un'etichetta che adesso gli viene sovente appiccicata e che per tutta la sua storia politica è assolutamente impropria - o peggio ancora, demagogia. In questi mesi, dopo il trionfo del 27 ottobre, si sono sprecati le comparazioni di Lula con qualcun altro. Sarà come lo spagnolo Gonzalez, l'inglese Blair, il francese Mitterrand, o addirittura, per via dell'estrazione operaia, come il polacco Walensa. Sarà come Cardoso con qualche spruzzatura sociale in più. Sarà solo un altro convertito alla socialdemocrazia moderna - quella che è venuto fin qui a insegnargli, un mese fa, Massimo D'Alema. Ha vinto perché si è spostato al centro - come ha sentenziato il peruviano Mario Vargas Llosa, l'ex gauschista riciclatosi in crociato del neo-liberalismo.

Si vedrà da domani quel che è, e che sarà il presidente Lula. Ma una cosa si può dire fin d'ora. Che se Lula sarà quello che in tanti dicono e vorrebbero che sia, avrà perso. Perché, con tutto il rispetto per quei più o meno rispettabili leader, un Lula così al Brasile non basterà. E con le speranze che ha saputo suscitare nell'immaginario e nel voto brasiliano, la delusione, il riflusso sarebbe un colpo gravissimo. I cui effetti andrebbero ben oltre il pur grande Brasile. Perché Lula incarna oggi quella che il politologo brasiliano Emir Sader ha definito «il possibile avvio di una fase post-neoliberista». In America latina prima di tutto, ma non solo.

Ci sarà tempo per i bilanci. Ora è ancora il tempo della festa. Festa grande. Carovane sono partite, in viaggio o già arrivate qui a Brasilia. Sarà uno spettacolo vedere il metalmeccanico di Sao Bernardo do Campo, cintura industriale paulista, salire la rampa sontuosa del palazzo di Planalto, entrare nella sofisticata residenza presidenziale di Alvorada, muoversi nelle avveniristiche strutture della Praça dos Tres Poderes e della Esplanada dos Ministerios pensati e realizzati nel `60 dal genio visionario di Lucio Costa e Oscar Niemeyer.

 

Sono attesi una decina di presidenti latino-americani, fra cui il cileno Lagos, il venezuelano Chavez (che verrà a ringraziare per la nave carica di benzina che il Brasile gli ha appena mandato), il suo amico Fidel Castro (non si sa ancora, come sempre, per ragioni di sicurezza). Poco significative le presenze europee, a parte quella, storicamente dovuta, del presidente socialista portoghese Joao Sampaio: il premier svedese Persson, il principe ereditrario Filippo di Spagna. Irritante quella americana: Bush manderà il suo rappresentante commerciale Robert Zoellick, quello che tempo fa disse che se il Brasile di Lula non vuole entrare nell'Alca, dovrà andare «a vendere i suoi prodotti nell'Antartide». Debole anche la delegazione italiana, composta dal sottosegretario Baccini, dal deputato Tabacci e dall'ambasciatore in Brasile Petrone. Non fosse altro che per la consistente presenza "italiana" nel governo Lula - a parte la signora Marisa, figlia di italiani, basta scorrere la lista dei ministri - ci voleva qualcosa di più. Fra i 190 invitati speciali di Lula, tuttavia una trentina sono italiani. Fra loro Sergio Cofferati, Savino Pezzotta, il presidente della Regione Toscana Martini, Linda Bimbi e Giovanni Berlinguer.