Agrobusiness borghese ed esclusione sociale degli agricoltori

Agrobusiness borghese ed esclusione sociale degli agricoltori
di Horacio Martins de Carvalho
06/07/2004

Esiste una grande alleanza politica ed economica, all'interno delle classi dominanti brasiliane, contraria a qualsiasi iniziativa governativa favorevole a una riforma agraria, sia pure conservatrice, e al consolidamento della classe degli agricoltori in Brasile. Tale alleanza ha il sostegno di grandi gruppi economici multinazionali legati all'agrobusiness borghese.
I 160 milioni di ettari di terre pubbliche che costituiscono le aree di frontiera agricola passibili di essere sfruttate economicamente, sono già state destinate politicamente e ideologicamente (in quanto concezione del mondo) all'espansione di alcune coltivazioni, agli allevamenti, all'estrazione forestale, e rafforzeranno il crescente processo di dipendenza dall'estero del Paese, con l'esportazione di prodotti primari come soia, granturco, carne bovina, zucchero e alcool, caffè cotone, legname e cellulosa, per generare un surplus primario, allo scopo di soddisfare le esigenze del FMI in relazione al pagamento del debito estero.
Se a questi 160 milioni di ettari di terra teoricamente disponibili, si aggiungessero i 100 milioni di ettari sotto-sfruttati dei latifondi del Paese, ci sarebbero già circa 200 milioni di ettari per la riforma agraria e per la crescita degli agricoltori nel Paese.
Ma queste ed altre terre come quelle della Foresta Amazzonica, dei Cerrados e della Foresta Atlantica hanno già una destinazione: lo sfruttamento agricolo, e dell'allevamento del bestiame e del legname da parte dei grandi gruppi economici nazionali e multinazionali.

C'è un'alleanza nell'espansione del grande capitale, attualmente impegnato nell'acquisto e nello sfruttamento di terre degli agricoltori da parte di grandi gruppi economici, come la VPC (Votorantim Papel e Celulose) e la Aracruz Celulose, come sta accadendo nel Rio Grande do Sul (Piratino e dintorni) dove questi gruppi si stanno appropriando di 400 mila ettari di terre per creare piantagioni di eucalipto per la produzione iniziale della cellulosa e in seguito trasformare ipoteticamente tali aree forestali omogenee in riserve per il sequestro del carbonio. Lo stesso sta accadendo in altri Stati come Santa Catarina, Minas Gerais, Espirito Santo e Bahia.

Questa iniziativa concentrazionista delle terre rurali del Paese per lo sfruttamento predatorio del legname delle foreste native, seguito dalla coltivazione intensiva di animali da cortile e dall'uso aleatorio di queste terre per piantagioni di di granaglie e fibre in funzione dell'andamento dei prezzi delle 'coomodities' nel mercato internazionale, o anche l'acquisto e adattamento capitalista delle terre degli agricoltori per la produzione di legno o cellulosa, è facilitata in questo momento dalle omissioni tollerate dal governo federale, che mantiene privi di mezzi, organismi di controllo fiscale come l'IBAMA, l'ANVISA e la Polizia Federale, cosi come il mantenimento di leggi che facilitano l'impunità sia in relazione all'ambiente sia in relazione alla funzione sociale della terra. Tali comportamenti, sono incentivati direttamente e indirettamente, in questo momento, dal governo federale che non prende l'iniziativa di realizzare una riforma agraria, sia pure conservatrice, e appoggia finanziariamente i grandi gruppi economici legati all'agrobusiness borghese.

Quando si è constatato recentemente che soltanto 10 grandi gruppi economici multinazionali hanno ottenuto finanziamenti dal Banco do Brasil nel 2003, in totale 4349 miliardi di real (n.d.t. all'incirca un euro vale tre real) e che in questo periodo circa 1.300.000 agricoltori hanno avuto accesso a circa 4 miliardi e mezzo di real per i raccolti 2003/2004, tutto fa pensare che di fatto ci sia una convivenza esplicita del governo federale con l'agrobusiness borghese, ma con l'esclusione degli agricoltori. Questo comportamento delle classi dominanti nel paese e del governo federale che gli è organico, è funzionale alle premesse dell'espansione di massa del neoliberismo nel settore, che ha come fondamento la libera espansione della iniziativa privata nazionale e internazionale nello stesso. Tale espansione è indotta e legittimata da FMI, Banca Mondiale e FAO.

Sarebbe ingenuo pensare che questo comportamento politico ed economico dei governi e delle classi dominanti in relazione al neoliberismo nel settore, sia esclusivo del Brasile. Questo comportamento è proprio del capitale in generale, specialmente dei grandi gruppi economici mondiali dell'industria chimica, nei settori relativi all'agrobusiness borghese e al capitale finanziario internazionale.
Quello che attrae maggiormente questi capitali in Brasile è la facilità di realizzare simultaneamente varie operazioni economiche: accumulazione primitiva con l'appropriazione delle risorse naturali come foreste e biodiversità; mercantilismo con l'impunità per il commercio illegale di legnami; accumulazione capitalistica monopolista con il controllo del commercio internazionale della soia e di altre 'commodities'. Nel recente episodio del rifiuto della soia brasiliana da parte della Repubblica Popolare Cinese, si è visto ancora una volta che soltanto sette industrie 'tradings', controllavano il commercio dell'esportazione brasiliana di granaglie con questo paese: Trevisan, Noble Grains, Cargill, ADM, Bianchini, Louis Dreyfus e Libero Trading.

E quale è stata la proposta cinese per superare questi intermediari e realizzare importazioni dirette di soia? Investire 3 miliardi di dollari in ferrovie e porti in Brasile. Quindi, oltre ad ampliarsi la privatizzazione delle infrastrutture nel Paese come stimolo alla produzione e alla commercializzazione di soia nei Cerrados, si inizierà una nuova dipendenza coloniale, questa volta dalla Repubblica Popolare Cinese.
In questo contesto qui semplificato, si percepisce che la rinuncia alla sovranità nazionale è un fatto concreto, che il comportamento organico del governo federale di fronte a questa concezione del mondo del neoliberismo è irreversibile e che gli agricoltori e la riforma agraria sono ormai argomenti esclusi dall'agenda politica dominante.Il ritiro di questi temi sociali fondamentali per il paese dall'agenda politica, assume un carattere di enorme gravità non solo perché a partire "dall'alto" non si parlerà di riforma agraria, e del consolidamento e dello sviluppo dell'agricoltura in Brasile, ma soprattutto perché perdurando questa strategia politica dominante, si condanneranno alla miseria milioni di agricoltori poveri e di lavoratori rurali senza terra.
Agricoltori e riforma agraria formano una unità politica indissolubile, avendo ben presente che, la riforma agraria, oltre ad eliminare il latifondo, alterare i rapporti di forza politica nel campo e equilibrare nuove forme di appropriazione della natura, ecologicamente sostenibili, genera nuovi agricoltori. Entrambi, agricoltori e riforma agraria, sono la negazione dialettica del modello economico neoliberista che si è insediato aggressivamente in questo settore in Brasile.

La strategia delle classi dominanti di esclusione sociale degli agricoltori, di mantenere milioni di lavoratori rurali senza terra senza alcuna prospettiva di collocazione della propria forza lavoro o di accesso alla terra, il liberismo impunito con il quale l'iniziativa privata capitalistica si impossessa delle terre brasiliane e la facilità di appoggi politici, economici e giuridici che il capitale multinazionale ottiene nel Paese per concretizzare i suoi interessi economici oligopolisti nell'agrobusiness borghese, dimostra fra tante altre evidenze che si sta concretizzando un regime autoritario di nuovo tipo.
Non un autoritarismo che viene 'dall'alto', dispotico o golpista di tipo militare.
Ma quello che si inserisce nella pelle della società.
Quando la Previdenza Sociale lascia morire poco a poco i più poveri per mancanza di risposte; quando i servizi sociali più richiesti sono smantellati intenzionalmente per privilegiare economicamente e ideologicamente i profitti dei servizi privati; quando si liberano i prodotti transgenici per vassallaggio al grande capitale e alla scienza al suo servizio; quando gli agricoltori e la riforma agraria sono considerati percorsi obsoleti per la democratizzazione e lo sviluppo democratico del settore e si considerano modernità la perdita della sovranità nazionale, l'agrobusiness borghese che contamina e depreda l'ambiente, la salute e degli uomini e degli animali; quando si tollerano la disoccupazione e la sottoccupazione, là nel più recondito della vita umana si instaura un autoritarismo subliminale che mina la speranza delle persone e distrugge la solidarietà sociale.
Oltre che necessario, non è più sufficiente condannare il latifondo, le multinazionali dell'agrobusiness borghese, la depredazione dell'ambiente, le sementi transgeniche e la perdita di sovranità alimentare.
Le forze progressiste nazionali e internazionali devono proporre un nuovo modello di sviluppo rurale affermativo e che dialetticamente neghi il modello dominante. Questo nuovo modello di sviluppo rurale passa necessariamente per gli agricoltori, per il loro modo di essere e di vivere.