Il governo Lula vince nei municipi ma perde nelle strade

Il governo Lula vince nei municipi ma perde nelle strade
Da Adista n. 71/04, 16 Ottobre 2004.

BRASILIA-ADISTA. Bersagliato dalle critiche dei movimenti sociali e della sinistra di base, il governo Lula esce rafforzato dal primo turno delle elezioni municipali del 3 ottobre scorso, avendo il Pt (Partito dei Lavoratori) raddoppiato il numero di municipi conquistati a livello nazionale. In realtà, secondo l'analisi condotta dal sociologo brasiliano Emir Sader, il Pt che ha trionfato al primo turno è quello "della migliore tradizione di amministrazione municipale", fondata sulla "realizzazione di buone politiche sociali", mentre i risultati peggiori sono venuti dalle candidature che "rappresentavano più direttamente il governo federale" (come a Rio de Janeiro e a Salvador). Particolarmente rilevante la sconfitta a Ribeirão Preto del candidato sostenuto dal ministro dell'economia Antonio Palocci (responsabile numero uno dell'impopolare politica economica del governo Lula), finito appena terzo e dunque escluso dal secondo turno. Piuttosto male è andata a San Paolo anche la petista Marta Suplicy, terminata al secondo posto dietro il candidato del Partito della Socialdemocrazia brasiliana, José Serra: una sua eventuale sconfitta al secondo turno, secondo Sader, finirebbe per neutralizzare, a causa dell'importanza qualitativa della capitale economica del Brasile, "l'avanzata quantitativa del partito su scala nazionale". Il deludente risultato di San Paolo sarebbe dovuto, afferma il sociologo, al "disincanto nei riguardi delle politiche del governo Lula", oltre che al carattere conservatore della classe media paulista, "giacché i risultati segnalano chiaramente una concentrazione di voti delle regioni più ricche a favore di Serra e di quelle più povere per Marta, lasciando la funzione di ago della bilancia ai settori della classe media". La sconfitta più grave, per il Pt, è tuttavia quella che deriva dalla "perdita della militanza di strada", sostituita dall'attività di professionisti ed esperti di marketing politico: una perdita a causa della quale il partito va sempre più assomigliando, anche sul piano locale, ai partiti tradizionali, con vertici distanti dalle basi e grandi apparati organizzativi. Militanza c'è stata, in occasione delle elezioni municipali, ma al di fuori del Pt: a scendere in strada sono stati i partecipanti alla "Campagna nazionale contro l'Alca, il debito e la militarizzazione", che, sotto lo slogan "Il mio voto è contro l'Alca e il libero commercio", hanno sensibilizzato gli elettori riguardo alle conseguenze dei trattati di libero commercio sulle politiche municipali e locali.

 

Il Brasile capitola sul libero commercio
Se i movimenti sociali dicono no al libero commercio, tutt'altra musica sta suonando il governo Lula, e proprio sul terreno della politica estera dove pure aveva dato finora il meglio di sé. Dopo il cedimento in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio, con il via libera del governo brasiliano all'accordo quadro di luglio (v. il numero di "Contesti" allegato), l'amministrazione Lula sta sorprendentemente capitolando rispetto ai negoziati tra Mercosur e Unione Europea. L'allarme viene dalla sezione brasiliana di Via Campesina (il grande coordinamento di organizzazioni contadine di ogni parte del mondo), che, in un suo documento, denuncia il tradimento degli interessi del popolo da parte dei negoziatori brasiliani, i quali, riuniti con gli altri rappresentanti del Mercosur e della Ue, dal 20 al 24 settembre a Bruxelles, hanno negoziato proposte di integrazione economica in perfetto "stile Alca". "Se nei negoziati sull'Area di libero commercio delle Americhe - scrive Via Campesina - i diplomatici brasiliani si sono comportati prudentemente, nel caso dell'Unione Europea hanno agito come mercanti di seconda categoria, vendendo la patria senza rispettare e consultare alcun settore della nostra società". E per cosa? Solo per poter esportare in Europa un po' di zucchero, di alcol, di carne in più, in cambio dell'"apertura di tutti i nostri mercati" alle imprese industriali e di servizi europee. Il cedimento "è stato tale che, vergognandosene, il rappresentante del Ministero dello sviluppo agrario si è ritirato dai negoziati per protesta". Se l'accordo passasse nella versione negoziata a Bruxelles, i prodotti europei entrerebbero in Brasile senza pagare dazi. Nel caso del latte, per esempio, che è attualmente prodotto per l'80% dall'agricoltura familiare e contadina, l'aliquota di importazione, che è oggi del 27%, verrebbe azzerata, con effetti disastrosi sui "prezzi nazionali e la vita di milioni di piccoli agricoltori", i quali non reggerebbero il peso della concorrenza con i produttori di latte europei. Rispetto ai servizi, le imprese transnazionali potrebbero operare "senza alcuna restrizione o condizionamento in tutte le aree", arrivando a controllare settori strategici come quelli delle telecomunicazioni, dei servizi ambientali, finanziari, bancari e delle assicurazioni. Riguardo infine al capitolo degli investimenti, se nell'offerta iniziale il governo brasiliano aveva introdotto restrizioni agli investimenti stranieri in agricoltura che potessero eventualmente compromettere le politiche nazionali per la realizzazione della riforma agraria, la Ue chiede ora la rimozione di tali limitazioni. L'accordo tra Mercosur e Ue - conclude Via Campesina - "mette a rischio settori importanti dell'agricoltura familiare, dell'industria e dei servizi", ottenendo in cambio "solo l'illusione del libero commercio".

 

L'agrobusiness alla conquista del governo
Pesanti critiche da parte dei movimenti sociali investono il governo anche riguardo alla questione degli organismi geneticamente modificati. Ma, sull'argomento, Lula è in difficoltà anche rispetto al suo stesso governo, stretto nella morsa delle opposte pressioni dell'agrobusiness e del mondo ambientalista. A spingere a favore degli ogm, all'interno del governo, è soprattutto il ministro dell'Agricoltura Roberto Rodrigues, fermo sostenitore della necessità di una nuova Misura Provvisoria (corrispondente al nostro decreto legge) che autorizzi anche quest'anno, e per la terza volta dall'avvento di Lula, la semina di transgenici. A premere in senso contrario è invece la ministra dell'Ambiente Marina Silva, che già l'anno passato aveva minacciato le dimissioni di fronte alla volontà manifestata dal governo di autorizzare la semina e la commercializzazione della soia transgenica piantata illegalmente nel Rio Grande do Sul. In quel caso la crisi era stata superata attraverso il ricorso a una Misura Provvisoria in difesa degli interessi dai latifondisti gaúchos (come sono chiamati gli abitanti del Rio Grande do Sul) e al contemporaneo invio al Congresso di una legge di regolamentazione di tutta la materia sulla base del principio di precauzione, nota come Legge sulla Biosicurezza. Intorno al progetto di legge si era però subito accesa una forte disputa interna al governo, temporaneamente conclusasi con l'approvazione alla Camera di un testo notevolmente modificato rispetto al progetto originario, ma ancora non eccessivamente distante dalle aspirazioni degli ambientalisti. Passata al Senato, dove tuttora si trova in discussione, la legge ha subìto però nuove e pesanti alterazioni che hanno stravolto completamente lo spirito del progetto, provocando le accese proteste dei movimenti sociali. Quello che i difensori dei transgenici "non hanno il coraggio di dire - ha dichiarato il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile - è che, in fondo, ciò che è in discussione è il potere monopolistico delle dieci imprese transnazionali che controllano tutte le sementi transgeniche esistenti al mondo". In gioco, secondo Stedile, c'è il futuro del Paese: "quello che va chiarito in questo processo è se il popolo brasiliano avrà autonomia sulla produzione dei suoi alimenti, cioè preserverà la sovranità alimentare, o sarà dipendente dalle transnazionali per alimentarsi".