Irmã Dorothy e la madre dei problemi del Brasile

Irmã Dorothy e la "madre dei problemi del Brasile"
06/10/2008 Débora Lerrer
da Brasil de Fato
(traduzione A.Lupo)


Un documentario affronta il tema della disputa a ferro e fuoco per la frontiera agrícola in Amazzonia e dei martiri di questo conflitto, come suor Dorothy Stang.

 

In un tempo in cui i giornali sono pieni della notizia poco certa che l'INCRA (Istituto della Colonizzazione e Riforma Agraria) sia il responsabile della maggior parte dei disboscamenti del paese, è stato un sollievo vedere il documentário "Hanno ammazzato sorella Dorothy" al Festival del Cinema di Rio.
Sollievo per un film che da' informazioni sul destino dell'Amazzonia, frontiera agrícola disputata a ferro e fuoco, ovviamente senza il grande fascino dei grandi film Western, che furono il modo che i nordamericani inventarono per celebrare la loro sanguinosa conquista dell'Ovest.


Sfortunatamente, nel nostro caso, gli stracciati sem-terra non sono visti come eroi né sono affascinanti come i cowboys. Sfortunamente i nostri eroi e eroine, come la suora Dorothy, diventano famosi, quando sono già diventati martiri.


Il film mostra che i responsabili diretti di questa realtà sono l'incensato "agrobusiness" della soia e della carne, insieme allo sfruttamento minerario della privatizzata Vale do Rio Doce, che con le loro esportazioni fanno ripetere al Brasile, in misura maggiore o minore, quello che avviene da 1500 anni, nella scia delle alte quotazioni del mercato mondiale.
Da allora siamo esportatori di materie prime e predatori e sfruttatori specializzati nel lasciare al margine delle irruzioni sviluppiste un'immensa popolazione di poveri e umili agricoltori, spesso obbligati a buttarsi il proprio fagotto sulle spalle quando arrivano uomini armati con documenti di proprietà falsi, rivendicando le terre in cui vivono da sempre.
L'interessante del film è che la storia si sviluppa davanti alla troupe, diretta dal regista nordamericano Daniel Junge, che non aveva un idea precostituita della trama.
Il regista, che cominciò il film 10 giorni dopo l'assassinio, non aveva intenzione di fare un film su una santa e su una banda di malvagi, ma la forza dei fatti che egli viene a conoscere, compresa la memorabile deposizione degli avvocati della difesa degli accusati, lo porta contro la sua intenzione iniziale. Questo perchè la scandalosa impunità e devastazione ritratta dal film, promossa da settori legati al latifondio, la monocultura e la schiavitù si continuano a riprodurre, perchè il sud del paese volta le spalle e vive molto lomtano dall'Amazzonia.


É la disinformazione e l'assenza dello Stato nella regione che permettono a bande di falsi proprietari di terra di bruciare la foresta per creare allevamenti di bestiame, come già avevano fatto nel secolo XIX personaggi sconfitti dalla storia come José Bonifácio e Joaquim Nabuco.
Il film fa vedere che tipo di gente è quella che una volta sostiene l'argomento della "sovranità nazionale minacciata" quando si tratta delle Terre Indígene, come quelle di Raposa Serra do Sol, e un'altra di sviluppo bloccato, quando i suoi interessi sono minacciati dalle rivendicazioni di proprietà degli abitanti dei quilombos e dai cabocli del fiume.


In un dibattito, coordinato dall'attore Wagner Moura, che ha definito la questione della terra come "la madre dei problemi del Brasile", si sono evidenziati i mondi paralleli che oggi separano i brasiliani. Una studentessa racconta che aveva fatto uno stage di sei mesi in Amazzonia, dove aveva scoperto di sentirsi più straniera lì che all'estero.
Emozionata, raccontò la storia di Bruna, una collega che faceva parte dello stesso programma, e che una volta diplomata, aveva deciso di vivere in Amazzonia per lavorare insieme ai movimenti sociali, ma era morta recentemente, a poco più di 20 anni, in un incidente d'auto sospetto. È stata forse la domanda di una ragazza di Vila Penha, sobborgo di Rio, che ha condotto tutti i presenti a comprendere più da vicino cosa succede in Amazzonia e la stessa vita di Doroty. La ragazza domandò ai partecipanti al dibattito come si poteva continuare a lottare quando ci si doveva scontrare con una realtà così violenta come quella del suo sobborgo, dove perfino l'orario della processione del patrono veniva ordinato dai trafficanti di droga.


Un compagno di lotta di suor Doroty, il procuratore della Repubblica Felício Pontes, ha confessato che, dopo aver saputo dell'assassinio della suora - avvenuto lo stesso giorno in cui si commemorava la creazione di una enorme riserva estrattiva (Resex) nella Terra di Mezzo, sempre in Pará - si sentì così impotente che pensò di non fare più nulla.


Quando poi arrivò a Anapu, per il funerale, venne circondato e abbracciato dagli agricoltori del progetto di sviluppo sostenibile (PDS), le terre dei quali erano costate la vita a Dorothy. Allora sentì che lì c'era l'energia per andare avanti. Tutti erani lì disposti a lottare fino alla fine. Avrebbero dovuto ammazzarli tutti per impossessarsi di quella terra. Un sentimento che si sente quando si fa l'esperienza di partecipare a uno di quei conflitti, che vanno a delineare il destino dell'umanità e di questo pianeta. Insomma, un sentimento condiviso da persone che traggono gran parte della propria soddisfazione emotiva dal fatto di sentirsi protagonisti di lotte, a volte sconfitti, a volte vittoriosi, ma che implicano la scelta di un cammino teso all'emancipazione umana e non al proprio guadagno individuale.
Da lì originano i lacci duraturi dell'amicizia e della solidarietà, che sempre essi desiderano coltivare, al contrario delle anime che insistono a restare piccole.