M.Barros: La missione di liberare la terra

La missione di liberare la terra
Marcelo Barros, Da Adista n. 52/07, Luglio 2007
Per me è una gioia immensa stare qui, in questo V Congresso del MST. Mi sento quasi come se stessi tornando a incontrare i compagni che mi accolsero quando, nel 1980, andai a Ronda Alta e con altri compagni fui fermato dagli uomini del famoso Colonnello Curió (il volto più feroce della repressione militare, ndt)... La differenza è che, in quei primi contatti, stavamo rischiando la vita e il progetto era ancora all'inizio. Oggi vediamo un movimento consolidato e vittorioso, anche se chiamato a raccogliere sfide sempre nuove. Ed è proprio sulle sfide e sulle prospettive che voglio conversare con voi qui. Sono monaco e ci sono vizi dovuti alla professione che non c'è modo di superare: per quanto si faccia autocritica, si finisce col riprenderli. Ed oggi questa condizione di religioso mi spinge a fare di questa conversazione un invito missionario, un po' come chiedere la benedizione alla Madre Terra, alla Pachamama, per l'immensa sfida che abbiamo davanti in questo Brasile dell'agrobusiness e dell'etanolo. E quando si parla di missione deve essere chiaro quale è la missione, il perché (le motivazioni) e il come possiamo compierla. E questi sono i tre passi che voglio percorrere ora con voi.

  1. Liberare la Terra dalla condizione di merce
Siamo tutti figli e figlie della Terra. Ricordo di aver sentito dire da lavoratori in Bolivia, nel mese di agosto, quando la terra riposa tra un raccolto e l'altro: in questo momento nessuno deve arare né piantare nulla perché la Pachamama sta vivendo i giorni che siamo chiamati a rispettare. E al-l'improvviso arriva un'impresa capitalista e devasta tutto, nel disprezzo di tempi e riti. Non possiamo non soffrire vedendo nostra madre aggredita, sfruttata, stuprata da questo modello di organizzazione del mondo.

C'è tanta gente che, se vedesse il nostro congresso o ascoltasse le mie parole, ci considererebbe privi di logica. Arretrati. Contrari al progresso. Perché loro hanno un'altra logica, una logica che noi giudichiamo perversa. La loro logica è quella del mercato. Il mercato è sempre esistito al mondo e, in sé, è un buon modo di relazione umana e di scambio... Io adoro andare alle fiere del baratto che ci sono in alcuni posti del Brasile. In Ecuador ce n'è una immensa... Non si usa denaro. Si baratta una giacca a vento con un flauto indigeno, un libro con un Cd, ecc. Il mercato nazionale ed internazionale è una istituzione di scambio e di socialità umana, come la scuola, una Chiesa, anche un governo. Nelle società antiche, il mercato era subordinato alle istituzioni sociali. La famiglia, la Chiesa, il governo... Nessuno vendeva una cosa ad un fratello o ad un parente a fine di lucro... La Chiesa stabiliva giorni di festa che tutti rispettavano, e in quei giorni il mercato chiudeva. I governi garantivano prezzi giusti per i poveri. Il mercato era controllato. La società capitalista ha liberato il mercato e ha posto la società sotto il dominio del mercato. Ora il mercato impone le sue leggi: per esempio, l'individualismo. Ognuno per sé e Dio per nessuno. Quello che importa è l'interesse individuale. Questa è la logica del mercato capitalista. Non può essere diversamente. L'unica cosa che il mercato capisce è la merce. Se non c'è merce, non c'è mercato. Merci sono beni o servizi prodotti per essere venduti a qualunque persona ad un prezzo definito dalla domanda e dall'offerta. Il concetto di merce è un concetto-chiave, perché la tendenza del mercato è trattare tutti i beni e i servizi come fossero merci. La merce è frutto di una produzione umana. Il lavoro umano non è merce. La Terra non è merce. L'acqua non è merce. La vita non è merce. Ma la logica di funzionamento del mercato è fare di tutto merce. E i valori della società di mercato sono la libera iniziativa, la competizione, la capacità di impresa, ecc. Per questo, noi non possiamo limitarci a condannare solo il capitalismo selvaggio e ad essere contro gli eccessi del mercato. No. Dobbiamo essere contro questo tipo di mercato, o questo tipo di società che gira intorno al mercato... A causa del mercato, secondo gli studiosi, tutte le sere almeno un terzo dell'umanità va a letto con la fame.

Dobbiamo liberare la Terra, liberare l'umanità e liberare noi stessi da questa schiavitù. Cinque secoli fa dominava il colonialismo. I neri, gli indigeni ed anche altri erano schiavi. Ora esistono quelle che vengono chiamate politiche di sviluppo. Sono forme di controllo efficaci e sistematiche quanto le politiche schiaviste di allora. Anticamente, un esercito straniero veniva, invadeva e occupava la terra dei poveri. Ora, fanno la stessa cosa con i trattori e con la soia o, come vuole ora il governo brasiliano, con la canna da zucchero per estrarne etanolo. L'obiettivo è pagare il debito estero brasiliano e il risultato è maggiore esclusione sociale e maggiore distruzione della natura. È l'invasione della campagna da parte del capitalismo. Come resistere e come vincere questa invasione dominatrice?

La mia amica Thânia Coimbra (di Goiânia), giornalista e assessore della comunicazione, ha chiesto ad un compagno in lotta per la terra come si può resistere a tutto questo ed egli ha risposto che sono necessarie quattro motivazioni o condizioni e quattro elementi per i quali lottare.

Le motivazioni sono le seguenti:

  1. Essere padroni del proprio tempo, essere liberi di fare le proprie scelte, avere la libertà di andare e venire.
  2. Testimoniare il frutto del proprio lavoro: che gioia raccogliere quello che si pianta e godere della bellezza di quello che si fa. Esiste per il lavoratore gioia maggiore che vedere il campo florido, il frutto maturo e la tavola abbondante?
  3. Dare valore alla qualità della vita nei campi. Un ritmo più tranquillo, l'amicizia con i vicini, il cibo di buona qualità. Sono cose semplici che ci danno la forza di resistere.

Poi ha aggiunto una quarta condizione che può essere molto importante: l'accesso alla tecnologia, spesso semplice, ma che rende più facile il lavoro e permette risultati migliori.

Quanto ai quattro fattori che creano un vero muro di resistenza al capitale:

  1. Gestione efficiente e preservazione adeguata;
  2. Un'economia basata sul benessere e sul ben-vivere e non solo sul lucro;
  3. Autosufficienza di manodopera;
  4. Senso di comunità.

Qualsiasi frattura in uno di questi punti indebolisce la resistenza al capitale e, anzi, passa ad esigerlo. Perché, se la gestione è inadeguata, le risorse scarseggiano e il raccolto non è buono. Se si venisse sedotti dal lucro, si assimilerebbe la logica del capitale; se si cominciasse a contrattare manodopera, a un certo punto si passerebbe fatalmente a sfruttarla. Diversamente da quanto succede con il mutirão (lavoro comunitario, ndt) e l'aiuto fra vicini, chiaro. Se non ci si inserisce nella comunità, non si resiste.

In questo quadro, è bene insistere sul fatto che dobbiamo lottare contro due false idee: 1) l'idea che più è meglio. Il più non è sempre meglio, né è sempre vero che la crescita sia di aiuto: per esempio, nell'organismo umano il cancro è dato da cellule che si moltiplicano disordinatamente. In questo caso più corrisponde a peggio... Anche nella società la crescita per la crescita non è stata di aiuto all'umanità e alla vita; 2) l'idea che l'unico mezzo per eliminare la povertà sia quello economico, quando è proprio questo che genera povertà.

  2. Ri-affascinare la Terra con la nostra vita
Il nostro grande maestro Celso Furtado insegnava che l'idea di sviluppo devia l'attenzione delle persone dal compito basilare di identificare le necessità fondamentali della collettività. Un noto pensatore indiano, Amartya Sen, dice che esiste vero sviluppo solo quando i benefici della crescita servono ad ampliare le capacità umane, intese come il complesso di cose che le persone possono essere o fare nella vita.

Dobbiamo stabilire nuove relazioni sociali di produzione. È necessario superare il mercato nella sua forma attuale, come istituto regolatore delle relazioni sociali di produzione. Istituti come l'"economia solidale" o la "cooperativa" possono sostituire bene il mercato nella regolazione della produzione. Essi trattano come merce solo quello che è frutto del lavoro e non gli altri mezzi di produzione. L'importante è che si articolino in una rete nazionale, ed anche internazionale, per essere realmente efficienti. Se ci si fermasse ad una piccola cooperativa locale, isolata, non si riuscirebbe a sopravvivere e a realizzare la propria missione.

Quanto all'economia, quello che sembra svantaggioso nei termini attuali può essere visto come vantaggioso in termi di crisi ecologica. Il trasporto di merci ha un costo ecologico che si giustifica solo per beni di prima necessità che non possono essere prodotti localmente. Non ha senso trasportare maglie o ombrelli dalla Cina in Brasile. In un sistema di "economia solidale" non si può pensare di economizzare denaro se ciò implica una dispersione di risorse dal punto di vista ecologico. Deve funzionare così: unità di produzione locale, articolate in rete, con un basso tasso di consumi materiali (in relazione ai parametri attuali dei Paesi ricchi).

A prima vista, parlare di abbassare il tasso di consumo può spaventare, ma solo i ricchi avranno questo problema. E, insieme a loro, i poveri che non hanno ma sognano di avere l'automobile e tutti i beni di lusso che vengono importati o sono prodotti a scapito della natura.

Questo comporterà una vita disagevole? In nessun modo! Dobbiamo pensare, qui, al fantastico sviluppo delle forze produttive che non sono solo materiali, e a partire da un modo di produzione cooperativistico e solidale. Questo significa, in primo luogo, la fine della proprietà privata delle scoperte scientifiche e tecnologiche. Ogni progresso intellettuale deve essere socializzato, per diventare un bene collettivo. Il guadagno, così come non è lo scopo delle unità di economica solidale, non deve essere lo scopo neppure di intellettuali e ricercatori: la ricompensa di chi scopre e innova può essere il prestigio, lo "status" e altre forme sociali di onorificenza. Il risultato è che si potrà vivere di quello che si produce con il minimo sfruttamento ecologico. Compenseremo il livello più basso di consumo materiale con un alto livello di consumo immateriale: accesso alla cultura, all'arte, al tempo libero. Questo significa migliore qualità della vita. Avremo, allora, una vera comunione fra l'umanità, la Terra e tutta la natura. Per i poveri, sarà solo un guadagno. Non sarà facile, perché sarà necessario infrangere i sogni illusori che sostengono la speranza dei poveri nella società di mercato (il sogno di vivere, un giorno, come i ricchi) affinché si nutrano di altri sogni: una vita materiale semplice compensata da una ricca e varia vita culturale. Se ci pensate bene, vedrete che coloro che potranno aiutare l'umanità a vivere ciò sono gli impoveriti del mondo, noi che stiamo qui riuniti e tutti i compagni di strada che vorranno unirsi a noi.

  3. L'invito missionario che ricevete oggi
Forse c'è ancora qualcuno che si chiede se queste trasformazioni siano possibili. Non solo sono possibili, ma già cominciano a realizzarsi. L'avvenimento più importante di questi ultimi 20 anni in America Latina è stato il risorgere dei popoli indigeni, con le conquiste importanti che essi hanno raggiunto in vari Paesi del continente. Dopo cinque secoli di tanta sofferenza, essi si organizzano e prendono coscienza del significato di cittadinanza e di sovranità. È grazie ai movimenti contadini e indigeni che si è riusciti ad eleggere un indigeno come presidente della Bolivia e a vincere in Ecuador, per non parlare del Venezuela. Ma non si limitano a eleggerli, i presidenti. Li rovesciano anche. Ne hanno rovesciati tre in Bolivia e tre in Ecuador. Un amico passato per la Bolivia ha domandato ad una vecchia indigena che vendeva prodotti di artigianato in strada:
- Come va Evo Morales?
Lei ha risposto:
- Va bene. Ma se non va, ce ne liberiamo...
Questa forza indigena è nuova. E apre nuove questioni alla Storia. Prima di assumere la presidenza della Repubblica, Evo Morales ha ricevuto una consacrazione indigena a Tihuanaco. E lì egli ha detto agli indigeni: "Se siamo sopravvissuti a cinque secoli di sterminio, è perché siamo portatori di valori necessari per tutta l'umanità".

Una prima missione di questo congresso può essere quella di avviare un dialogo più profondo e permanente con le organizzazioni indigene per organizzare meglio la lotta comune per la Terra e per la sovranità nazionale e comunitaria, ma anche per un progetto che va al di là di questo: per ascoltare gli indigeni e imparare dalla loro saggezza e dai loro valori.

Quali sono questi valori, qual è questo stile differente che dobbiamo dare alla nostra lotta per la Riforma agraria e per un Paese più libero e più giusto?

L'obiettivo è garantire a tutti la possibilità di avere una vita lunga e sana (un testo biblico - Isaia 65 - dice che sarà considerata una tragedia morire con meno di cento anni). È fare in modo che tutte le persone possano avere un livello di vita semplice ma degno. È vivere la relazione amorosa con la Terra e con gli spiriti che reggono la Terra. Lo impareremo dalle comunità indigene. Riprenderemo il gusto di vivere in comunità e secondo la cultura locale. Impareremo a rivoluzionare la relazione tra uomo e donna, fra compagni, e fra noi, gli animali e la natura.

Per vivere così, dobbiamo assumere un nuovo atteggiamento di fronte alla vita. Leonardo Boff ha elaborato molto bene le virtù per il XXI secolo: ospitalità, rispetto, tolleranza, convivialità... Virtù riassumibili nell'atteggiamento della compassione, nel senso di "sentire con" e pertanto nel profondo rispetto di tutte le vite, umane ed animali. Noi ci disumanizziamo se trattiamo gli altri esseri viventi come cose e non come nostri simili, compagni di vita sul Pianeta.

Infine dobbiamo camminare su due fronti: un atteggiamento personale di amore per la vita, che, se autentico, dovrà riflettersi nella compassione, e una militanza politica che superi il mercato come forma di regolazione della produzione e crei una forma più umana di relazione fra gli esseri umani e fra questi e la natura.

È importante che i compagni del MST, i dirigenti e i militanti, noi tutti facciamo nostra la lotta per la Riforma agraria, la giustizia sociale e la sovranità nazionale in un modo nuovo, a partire da nuove relazioni tra noi e con la Terra. È necessario essere testimoni dell'amore che feconda l'uni-verso, dell'energia della compassione che risiede in noi e agisce tramite noi. È quello che si chiama "spiritualità della Terra", dove vivremo da subito un'economia di reciprocità e condivisione.

Voi sapete che in Israele, la terra della Bibbia, la terra di Gesù, ci sono due mari. Il Mare di Galilea è fertile. Ha molta acqua e molto pesce. L'altro si chiama Mar Morto. È la più grande depressione che esiste sul pianeta Terra e l'acqua è talmente salata che non esiste vita. Non c'è pesce. Non ci sono alghe. Niente di niente. Un'antica leggenda giudaica poneva il problema del perché i due mari fossero tanto differenti. E i rabbini rispondevano: il Mar di Galilea riceve i fiumi e i fiumiciattoli che scendono dalle Alture di Golan come neve scongelata e lascia che si gettino nel fiume Giordano. È un mare che riceve e dà. Il Mar Morto è morto perché riceve le acque dal Giordano, ma le trattiene, se le prende. Da lì non esce nulla. I rabbini spiegavano che il Mar Morto non sa ricevere perché ricevere è stabilire una relazione con la natura e con l'universo. Anche con le persone è così. Se la persona vuole solo ricevere, ma non condividere, si separa dalla Vita veramente Vita.

Chi accetta la sfida di vivere questo quotidianamente si alzi in piedi. In un momento di silenzio, riassuma l'impegno fondamentale per il quale si trova in questo cammino. Verifichi se sta dando inizio a queste nuove relazioni di giustizia e di solidarietà amorosa con gli altri e con la Terra. Senta sulla pelle tutto l'amore di cui è capace e guardi i suoi compagni e compagne sotto quest'ottica. Guardi così il mondo che ci circonda e con questa energia amorosa saluti la Madre Terra (tocchiamo la Terra). Ora sentiamoci immersi in quella grande tenda che è il mistero di compassione presente nell'universo. Gli antichi ebrei chiamavano questo mistero Shekinah, una presenza femminile e materna, che è la Terra, che è lo Spirito Divino ed è l'utopia, la speranza di una Terra condivisa e giusta che tutti abbiamo.