E' l'ora di Lula

"È l'ora di Lula".
In Brasile ha vinto la speranza dei milioni che non contano

Adista - Ottobre '02

BRASILIA-ADISTA. "Per 502 anni della nostra storia - ha scritto il teologo della liberazione Frei Betto alla vigilia delle elezioni brasiliane, siamo stati sempre governati dalle élite, saccheggiati da Paesi stranieri, dominati dal latifondo, sfruttati dal grande capitale ed esclusi dai benefici economici e dai diritti politici che costruiscono la cittadinanza e la felicità di una nazione. Ora, è arrivato il momento di invertire il corso di questa storia e conquistare la democrazia reale che, come dice la parola, è il governo del popolo". Il momento è arrivato. Agora é Lula, è l'ora di Lula, come è riecheggiato durante tutta la campagna elettorale. Con più di 55 milioni di voti (oltre il 61% delle preferenze), che ne fanno il candidato presidenziale più votato nella storia del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei lavoratori (Pt), ha trionfato, il 27 ottobre, al secondo turno delle elezioni. Sarà lui, il primo gennaio del 2003, il nuovo presidente brasiliano. Lo hanno votato, sì, i movimenti popolari, le forze progressiste del Paese, gli intellettuali, la Chiesa (esclusa, ovviamente, l'ala conservatrice). Ma l'hanno votato anche i militari, in nome della difesa della sicurezza nazionale minacciata dall'acritica adesione del governo alle politiche nordamericane, e una parte sempre più significativa degli imprenditori, spaventata dall'apertura indiscriminata dei mercati a tutto vantaggio del capitale internazionale.


Dopo "il principe dei sociologi", quel Fernando Henrique Cardoso che in otto anni di governo ha portato il Brasile ad un passo dalla bancarotta, restituendo al popolo che lo votò due volte un Paese lacerato dalla maggiore ingiustizia sociale del pianeta, ora è la volta di un figlio del popolo, ex ragazzino povero in fuga con la famiglia dalla siccità del Pernambuco su un camion per il trasporto di merci, adolescente lustrascarpe a San Paolo, operaio metalmeccanico che perde un dito della mano in una pressa durante un turno di notte e poi leader sindacale durante la dittatura militare, fondatore del Partito dei lavoratori, deputato più votato alla Costituente del 1986, e candidato presidenziale sconfitto tre volte consecutivamente, prima da Fernando Collor, poi, due volte, da Fernando Henrique. I brasiliani lo ricordano nel '79 parlare, senza microfono, a 80mila metallurgici riuniti nello stadio di Vila Euclides, in São Bernando do Campo: un discorso ripetuto da quanti riuscivano ad ascoltarlo, "come onde successive di un lago colpito da una pietra", come racconta Frei Betto. E lo ricordano subire un arresto nel 1980, durante lo storico "sciopero dei 41 giorni" dei metallurgici, fare lo sciopero della fame per sei giorni insieme ai suoi compagni di carcere e infine recuperare la libertà un mese più tardi. Se, come ha detto lo scrittore Luis Fernando Veríssimo, Fernando Henrique è stato l'ultimo dei Bragança (la famiglia reale portoghese, a simboleggiare l'élite), Lula sarà il primo dei Silva (cognome comunissimo, a rappresentare quelli che non contano).


Certo, non sarà tutto rose e fiori. La congiuntura economica internazionale, sottolinea il direttore del Ceris (Centro di statistica religiosa e indagini sociali) Luiz Alberto Gómez de Souza, consentirà margini assai stretti di cambiamento a breve termine, con il rischio che il prossimo governo resti impigliato "in una politica realistica di piccoli rammendi" che potrebbe compromettere la possibilità "di proporre a medio termine un'alternativa più profonda". Un pericolo reale: Lula sarà chiamato a portare avanti il suo programma sociale, basato sull'espansione del mercato interno e sulla riforma agraria, nello stesso tempo in cui dovrà rispettare accordi internazionali di tutt'altro segno. E sarà costretto a stabilire un'alleanza con i partiti di centro, senza tuttavia perdere l'appoggio dei movimenti di massa, che sono quelli, come ha ribadito il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile, "che spingeranno ai cambiamenti" e che, se si sentiranno ingannati, faranno fare a Lula la fine dell'argentino De La Rúa.


Intanto, però, per il popolo brasiliano, è tempo di festeggiamenti: "senza paura di essere felici", come recitava la prima campagna elettorale, nel 1989. Perché Lula incarna, almeno a livello simbolico, il sogno di un Paese diverso, che è il sogno delle forze sociali riunite nel Forum di Porto Alegre. E agora é Lula.

 

Claudia Fanti


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