La politica della fame. Le solite promesse del vertice della FAO. Giugno 2002

Appello di convocazione della manifestazione dell'8 giugno
Roma, giugno 2002. Fonte Adista
ROMA-ADISTA. Non sono mancate le promesse - non costano nulla e giovano anche all'immagine - al Vertice Fao sull'alimentazione. Le vecchie promesse già lanciate nel 1996: dimezzare il numero dei poveri entro il 2015 (e pazienza se dal 1996 al 2002 tale obiettivo si è allontanato), aumentare gli aiuti allo sviluppo, condonare il debito ai Paesi poveri (sulle ultime due si è particolarmente distinto, tra una battuta e l'altra, il "nostro" Berlusconi). Vecchie sono anche le strategie indicate per realizzarle, anche se, a differenza delle promesse, queste sono prese molto più sul serio dai governi: liberalizzazione dei mercati del Sud del mondo - non quelli del Nord, dove i governi non sono affatto disposti a rinunciare alle proprie misure protezionistiche -, privatizzazioni, sviluppo delle biotecnologie. Duro il commento delle organizzazioni non governative e dei movimenti sociali, riuniti nel vertice parallelo, il Forum per la sovranità alimentare. "Dal 1996 - si legge nella dichiarazione finale del Forum presentata ai capi di Stato e alle delegazioni governative il 13 giugno, nella giornata conclusiva del vertice "ufficiale" - i governi e le istituzioni internazionali hanno guidato la globalizzazione e la liberalizzazione, aggravando le cause strutturali della malnutrizione e della fame". Hanno imposto l'apertura dei mercati all'invasione di prodotti agricoli sotto costo, le privatizzazioni dei servizi sociali e delle risorse naturali, il monopolio e la concentrazione delle risorse e dei processi produttivi nelle mani di poche enormi imprese, il ricorso a modelli di produzione intensiva e dipendente dall'estero, l'uso di tecnologie pericolose come gli organismi geneticamente modificati. E nessuna traccia di ripensamento, continua il documento, è emersa dalla dichiarazione finale del Vertice della Fao, approvata, paradossalmente, già all'apertura dei lavori, senza lasciare alle delegazioni presenti alcuna possibilità di discutere ed eventualmente di apportare correzioni. Si è registrato, anzi, persino un passo indietro, diluendo il concetto di diritto al cibo con quello più sfumato di diritto all'accesso al cibo (senza che ciò, peraltro, abbia impedito agli Stati Uniti di sottolineare come tale principio in nessun modo possa venire considerato come "un diritto legale garantito"). E si è dato un primo via libera alle biotecnologie, attraverso l'impegno "a studiare e condividere le biotecnologie e a promuovere il loro uso responsabile, allo scopo di migliorare la produttività agricola dei Paesi in via di sviluppo".
Rispetto alla dichiarazione del Vertice Fao, appare radicalmente alternativo il programma contro la fame e la malnutrizione delineato dal Forum delle ong e dei movimenti sociali, quale è delineato nel piano d'azione (sbrigativamente liquidato da Berlusconi come "lontano dalla realtà"), dal titolo "Profitti per pochi o cibo per tutti": un documento che indica gli obiettivi da perseguire e le strategie più adatte a raggiungerli, riguardo al diritto al cibo, all'accesso alle risorse fondamentali, alla promozione di modelli di sviluppo agricolo compatibili con la salvaguardia dell'ambiente. Un programma all'insegna del concetto unificante di sovranità alimentare, intesa come "diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche in materia di agricoltura, lavoro, pesca, cibo e terra, che siano ecologicamente, socialmente, economicamente e culturalmente appropriate". Un programma che può essere realizzato solo garantendo la priorità a una produzione orientata ai mercati locali, basata su modelli agricoli diversificati ed ecologicamente sostenibili, proteggendo i mercati interni dalle importazioni di prodotti a basso costo (perché beneficiari di elevati sussidi), garantendo l'accesso alla terra, all'acqua, alle foreste, ai bacini di pesca, attraverso un'autentica ridistribuzione delle risorse, vietando i brevetti sugli organismi viventi e l'utilizzo degli ogm, considerati una minaccia alla biodiversità agricola e alle comunità rurali (promuovendo la proprietà privata delle sementi).

Neppure l'apertura del mercato dei Paesi del Nord ai prodotti del Sud porterebbe vantaggi ai contadini, considerando che, come nota Via Campesina (la grande ed agguerrita coalizione di organizzazioni contadine di tutti i continenti), li obbligherebbe a sottostare alle regole di un'agricoltura orientata all'esportazione, spingendoli "a vendere a mercati lontani a prezzi instabili globalmente competitivi (cioè i più bassi del mondo)". Cosicché, ha sottolineato l'International Forum on Globalization, diventa necessario investire nella localizzazione più che nella globalizzazione, nella sicurezza alimentare locale più che nell'esportazione: "le esportazioni - ha dichiarato Colin Hines dell'Ifg - devono consistere solo nel surplus delle produzioni locali. Lasciamo al mondo del commercio alimentare la possibilità di fare affari con gli avanzi".