L'agricoltura al tempo del neoliberismo: sanno coltivare solo la logica del capitale. Roma - Giugno 2002

L'agricoltura al tempo del neoliberismo: sanno coltivare solo la logica del capitale
Intervista a Vilson Santin
Roma, giugno 2002. Fonte Adista

Il Forum delle ong e dei movimenti sociali ha indicato nella sovranità alimentare l'unica via possibile per combattere la fame e la malnutrizione. In che modo questo potrà essere realizzato?
La sovranità alimentare comporta un insieme di cambiamenti non solo nel modello agricolo, ma nel modello economico come un tutto. L'attuale sistema economico concentra sempre più la terra, la ricchezza, il reddito, il potere nelle mani di pochissimi gruppi transnazionali. Per assicurare la sovranità alimentare è necessario rompere con questo modello e crearne un altro che vada incontro alle necessità dell'umanità e specialmente alle fasce più deboli, che ponga l'essere umano al di sopra del capitale e degli interessi delle multinazionali. Questo implica necessariamente la realizzazione di un'autentica riforma agraria, che non comporta solo la distribuzione della terra, ma un insieme di misure che vanno dal credito all'assistenza tecnica fino agli investimenti nell'area della salute e dell'educazione.

Si è parlato molto, nel Forum, di localizzazione della produzione degli alimenti. È una strada possibile?
Una delle richieste principali di Via Campesina è che l'agricoltura esca dall'Organizzazione mondiale del commercio, o meglio che l'Omc smetta di occuparsi di questioni legate all'agricoltura. L'agricoltura ha a che fare con una questione di sovranità nazionale, ed è la base di tutta la società: non può essere trattata semplicemente come una questione di merci, come se gli alimenti, la natura, la vita, l'acqua, la terra fossero merci come tutte le altre anziché un diritto dei popoli. È incredibile come gli stessi problemi - la fame, la disoccupazione, l'esclusione sociale, la concentrazione sempre più grande - si ripresentino in tutti i luoghi del mondo e come ovunque sia sentita l'esigenza di un'autosufficienza alimentare. E in questa prospettiva si sono già fatti passi avanti, tanto a livello di discussione ed elaborazione quanto di esperienze concrete, almeno nell'ambito di Via Campesina. In Brasile, per esempio, negli insediamenti del Mst, abbiamo centinaia di esperienze diverse di agricoltura agroecologica, orientata alle necessità del nostro popolo. Tutto questo è possibile: si tratta solo di invertire le priorità, di spezzare la logica del profitto a qualunque prezzo - a prezzo della natura, degli esseri viventi, degli esseri umani -, di promuovere strategie di lotta di massa contro le grandi corporazioni, in un momento in cui il capitalismo, nella sua fase imperialista, impone a ferro e fuoco i suoi interessi in tutto il mondo.

C'è stato accordo tra i delegati su tali questioni?
In un Forum eterogeneo e plurale come questo parlare di consenso risulta difficile. Ma sulle questioni centrali - sulla difesa della sovranità alimentare, sui transgenici, sulla lotta contro il monopolio delle multinazionali, sulla riforma agraria, sui diritti dei popoli indigeni - l'accordo è stato massimo. Ho sentito qualcuno difendere timidamente la politica della Banca Mondiale, che è una politica allineata con gli interessi degli Stati Uniti e delle grandi corporazioni e del sistema finanziario internazionale. Ma ho percepito anche un grande consenso sulla lotta in difesa di una vera riforma agraria, contro la riforma agraria di mercato promossa dalla Banca Mondiale, che non risolve nulla e lascia inalterata la struttura della proprietà della terra.

Gli Stati Uniti portano avanti una politica di sussidi ai propri agricoltori, ma nello stesso tempo pretendono dagli altri Paesi l'apertura indiscriminata dei loro mercati. In queste condizioni, come possono i piccoli produttori latinoamericani difendersi dall'invasione dei prodotti Usa a basso prezzo?
Questa politica si può tradurre in due parole: ipocrisia e cinismo. Un'ipocrisia e un cinismo che non erano mai arrivati fino a questo punto. Come possiamo competere, infatti, in condizioni di deregolamentazione dei mercati, apertura indiscriminata delle frontiere, smantellamento del servizio pubblico, mancanza di incentivi e sostegni in agricoltura? È impossibile, con queste regole del gioco, avere una qualunque possibilità di competere con le grandi transnazionali. Quello che esiste non è libero commercio, ma un'imposizione dell'imperialismo nordamericano per far uscire gli Stati Uniti dalla recessione e dalla crisi, una crisi strutturale dello stesso sistema capitalista. E tutto questo si aggraverà terribilmente in America Latina con la creazione dell'Alca, l'Area di libero commercio delle Americhe, a meno che le lotte che si stanno portando avanti in tutto il continente non riescano a impedire che questa si concretizzi.

Da più parti si indica come soluzione l'incremento delle esportazioni dal Sud al Nord. Ma questo sarebbe realmente sufficiente ad eliminare la povertà?
Al vertice della Fao il ministro dell'agricoltura brasiliano ha presentato le posizioni del governo del Brasile contro il dumping (vendita dei prodotti al di sotto del costo di produzione, ndr), il protezionismo e i sussidi che l'Unione Europea e gli Stati Uniti offrono ai loro agricoltori. Ma quello che è necessario è che il governo brasiliano porti avanti una politica di incentivi alla nostra economia e alla nostra agricoltura e che realizzi la riforma agraria. Quello che è necessario è un mercato interno di massa. Il Brasile ha 170 milioni di abitanti e 60 milioni di persone che soffrono la fame. Di fronte a questa situazione, abbiamo bisogno di distribuire la terra e il reddito, di sostenere il mercato interno, di migliorare il potere d'acquisto della classe lavoratrice. La difesa della sovranità alimentare implica per prima cosa la produzione locale di alimenti sani, a prezzi economici, destinata ad alimentare la popolazione e ad eliminare la fame in ogni Paese. Solo in un secondo momento si può pensare di esportare l'eccedente.

Ti aspettavi qualcosa di più dalla Fao?
Io non avevo alcuna aspettativa. La Fao ha persone bene intenzionate. Ma il problema non è la Fao in sé. Il problema è la struttura del potere internazionale, la logica del capitale che condiziona tutto. Questo però non vuol dire che il vertice parallelo e le diverse mobilitazioni che si sono svolte non abbiano alcun valore. Al contrario, ci troviamo in una fase di accumulazione di forze, di scambio di esperienze, di creazione di un consenso più vasto. Ed è necessario rafforzare questa alleanza, consolidare queste esperienze, sul piano nazionale, regionale e internazionale, nella prospettiva di costruire un nuovo modello di società.

Quanta importanza rivestono tali questioni nella campagna elettorale brasiliana, in vista delle elezioni del prossimo ottobre?
Si percepisce una caduta evidente di consenso intorno all'attuale governo di Fernando Henrique Cardoso. In otto anni di politica neoliberista si sono privatizzate le principali imprese, il costo del denaro è aumentato, i servizi sono peggiorati, la disoccupazione è cresciuta, la sanità si è deteriorata e così l'educazione, l'agricoltura è lasciata in uno stato di abbandono, la riforma agraria è alla paralisi, 60 milioni di persone soffrono la fame, un milione di piccoli agricoltori ha perso la terra, più di un milione di salariati rurali ha perso il posto di lavoro, molte imprese sono fallite, altre si sono indebitate, il debito interno ed estero è alle stelle. È una situazione di crisi strutturale. Così, il calo di popolarità del governo è evidente. E Lula, il candidato del Pt, è in testa ai sondaggi, anche se nei confronti dei sondaggi è bene essere molto prudenti. Da qui a ottobre, però, molta acqua passerà per i ponti. E bisognerà fare i conti con la crescente sfiducia nei riguardi della politica, con il fatto che la gente è stanca di ascoltare promesse senza mai vedere cambiare le cose.

È vero che il Pt si sta spostando verso il centro?
Esiste una certa preoccupazione riguardo alla politica di alleanze del partito. Si sta cercando di ampliare l'alleanza verso il centro. Ma c'è un equivoco. L'alleanza principale deve essere con il popolo, con i movimenti sociali, con la società civile. Il Pt dovrebbe presentare un programma chiaro, di rottura con l'attuale modello, approfittando dell'accumulo di proposte e di esperienze che si è venuto creando nel tempo. Non basta cambiare le persone se non si cambia il modello, se non si cambiano le priorità e le prospettive. Ma io non credo che se vincesse il Pt il modello economico cambierebbe. Quello che c'è da aspettarsi è un governo di ampie alleanze, una specie di coalizione nazionale, che cerchi di rendere compatibili interessi a nostro modo di vedere antagonisti, come gli interessi dei senza terra e quelli dei grandi proprietari. Il discorso che il Pt sta portando avanti un discorso di conciliazione di vari interessi, all'interno delle possibilità offerte da tale modello. Credo che ci sarebbero più investimenti nell'area sociale, ma nei limiti delle risorse esistenti. E il problema è che gran parte del bilancio dell'Unione è già destinata al pagamento del debito. Noi, invece, non vediamo altra soluzione che una riforma vera dell'economia per rispondere alle grandi richieste popolari che in Brasile sono state sempre represse. Quello che posso dire è che se Lula vincerà le elezioni dovrà prepararsi, perché ci sarà una forte pressione sociale riguardo a quello che la Chiesa ha chiamato il riscatto dei debiti sociali. E questa pressione sociale dal basso potrebbe obbligare il governo ad adottare misure più coraggiose. Ma per prima cosa bisogna vincere le elezioni. La gente pensa che il Brasile svolga un ruolo fondamentale nella lotta contro l'Alca e la vittoria di un governo di sinistra sarebbe molto importante in questo senso.

Le relazioni del Movimento dei senza terra con la Chiesa continuano ad essere buone?
Le relazioni sono sempre state ottime e continuano ad esserlo. Anzi, con l'aggravarsi della crisi, credo che siano ancora migliori. La Conferenza dei vescovi del Brasile gioca un ruolo strategico nella vita del nostro Paese. E il movimento è orgoglioso di questa alleanza.