Protesta delle contadine alla conferenza della FAO. Porto Alegre - Marzo 2006

Conferenza della FAO
Porto Alegre 2006

In difesa della terra, delle acque, delle foreste, delle sementi:
la protesta delle contadine alla conferenza della FAO

Fonte Adista
Marzo 2006

PORTO ALEGRE. Si è svolta nell'indifferenza quasi completa del mondo la seconda Conferenza internazionale della Fao su Riforma Agraria e Sviluppo Rurale che, a distanza di quasi trent'anni dalla prima (a Roma nel 1979), ha avuto luogo a Porto Alegre dal 7 al 10 marzo: nessun capo di Stato presente, molti vuoti tra le delegazioni dei Paesi invitati (hanno risposto all'appello 96 su 188 governi), pochissime notizie sulla stampa. Eppure non erano certo di scarso rilievo i temi in discussione: l'accesso e il controllo delle risorse naturali, della terra, dell'acqua e delle sementi, la crescente povertà rurale, l'esodo nelle città, i danni provocati dall'attuale modello agricolo in termini di contaminazione delle acque, desertificazione, deforestazione, perdita di biodiversità.
L'evento si è concluso con una dichiarazione, piena di belle parole come tutte quelle emesse al termine dei vertici internazionali, in cui i governi si impegnano a sviluppare dialogo e cooperazione per rafforzare i processi di riforma agraria e sviluppo rurale a livello nazionale e internazionale, stabilendo meccanismi di valutazione periodica sui progressi raggiunti; riaffermano l'importanza di "un accesso e un controllo più ampio, sicuro e sostenibile alla terra, all'acqua e alle altre risorse naturali" da parte delle popolazioni rurali; ribadiscono il loro impegno per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio; sottolineano la necessità di coinvolgere nel processo decisionale le popolazioni rurali e riconoscono "il ruolo decisivo dello Stato nell'offrire opportunità giuste ed eque per promuovere una sicurezza economica di base per gli uomini e le donne come cittadini con eguali diritti".

Le lacune dell'intervento della Santa Sede
Temi, questi, toccati anche nella "Nota tecnica" presentata alla Conferenza della Fao dalla Santa Sede, che riafferma, citando la Gaudium et Spes, l'universale destinazione dei beni della terra, definendo il latifondo "intrinsecamente illegittimo", sottolineando "l'esigenza di organiche riforme agrarie" e "l'importanza di sostenere la peculiarità delle comunità indigene", ma senza andare oltre una generica condanna della concentrazione dei beni "nelle mani di pochi, escludendo quanti non sono in grado di poterne godere e si vedono purtroppo limitati nelle loro aspirazioni più intime o addirittura privati dell'essenziale condizione di dignità": nessuna parola sul ruolo delle transnazionali, né sulle politiche dell'Organizzazione mondiale del commercio e della Banca mondiale; nessun richiamo alla Sovranità alimentare che è la principale bandiera delle organizzazioni contadine riunite in Via Campesina; appena un accenno, massimamente generico e piuttosto oscuro, alle responsabilità del Nord del mondo ("Su tale situazione di precarietà delle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo incide anche il sostegno generalizzato dei Paesi di più avanzato benessere alla produzione agricola, al commercio dei prodotti della terra ed al consumo di alimenti. Indicare correttivi a questa situazione significa anche fare appello ad un concreto concetto di giustizia capace di realizzarsi in politiche, regole, norme ed azioni solidali"). Riguardo all'allarme ambientale, la Nota della Santa Sede sembra piuttosto attribuirne la responsabilità ai piccoli agricoltori, laddove afferma che "spesso la mancanza di una corretta relazione tra la terra e chi la coltiva, l'incertezza nel titolo di proprietà o nel possesso, l'impossibilità di accedere al credito, come pure altre situazioni che toccano i piccoli agricoltori, sono la causa di un eccessivo sfruttamento delle risorse naturali senza altro obiettivo che la redditività immediata". E subito dopo precisa "che il solo criterio della sostenibilità ambientale" non potrà comunque "costituire un'efficace risposta se non è fondato su un'autentica ecologia umana" la cui prima struttura è la famiglia, non senza ricordare le conseguenze "gravi e penose" che derivano da una separazione della concezione del matrimonio e della vita familiare "dall'ordine dei valori ad essi propri".

Contro l'avanzata del deserto verde
Se un disinteresse quasi totale ha accompagnato i lavori della Conferenza, grande scalpore ha suscitato invece, proprio nel giorno della festa della donna, l'invasione di un terreno dell'Aracruz Cellulosa, nella città di Barra do Ribeiro, da parte di duemila donne di Via Campesina, che hanno distrutto parte del vivaio. L'azione delle donne, intrapresa nell'ambito del forum "Terra, lavoro e dignità" parallelo alla Conferenza ufficiale, aveva l'obiettivo di denunciare l'avanzata del "deserto verde" creato dalla monocoltura dell'eucalipto per la produzione di carta e cellulosa (di cui l'Aracruz è la massima responsabile, con 250mila ettari coltivati), che danneggia il suolo in modo irreparabile e pregiudica il rifornimento di acqua nella regione. A difesa dell'Aracruz, che può vantare nel corso della sua storia anche l'espulsione di indigeni Tupinikim e Guaranì dalle loro terre, e che contribuisce alla creazione di occupazione con un posto di lavoro ogni 185 ettari piantati (anziché di un uno per ettaro come nella piccola proprietà rurale), sono scesi in campo un po' tutti, compreso il ministro dello sviluppo agrario Miguel Rossetto, pure considerato amico dei senza terra ("non concordiamo in alcuna maniera - ha tuonato -. Condanniamo atti che producono violenza e distruzione"). E proprio al ministro ha voluto rispondere la Rete "Allarme contro il Deserto Verde", di cui fanno parte movimenti, comunità locali, sindacati, Chiese e singoli cittadini di cinque Stati brasiliani, preoccupati della continua espansione delle piantagioni di eucalipto. "Quello che 'ferisce la coscienza democratica di tutti i brasiliani' – ha affermato la Rete in riferimento alle dichiarazioni di Rossetto – è la riduzione violenta della biodiversità, lo sterminio della fauna e della flora brasiliane, la diminuzione del volume di acqua, la contaminazione del suolo e dell'acqua dei fiumi" legati alla monocultura dell'eucalipto; è "la mancanza di rispetto per le popolazioni tradizionali, indigene e afrodiscendenti che in alcune regioni del Paese hanno subito l'invasione dei propri territori da parte di imprese della cellulosa". Si è schierato a favore delle donne anche il teologo della liberazione Marcelo Barros, il cui intervento riportiamo qui di seguito, insieme al Manifesto delle donne brasiliane di Via Campesina e del Movimento dei Senza Terra, l'uno e l'altro in una nostra traduzione dal portoghese.

(Claudia Fanti)