Il resoconto del Public Forum di Genova

Il resoconto del Public Forum di Genova
16-19 Luglio
Claudia Fanti (Comitato di appoggio MST)
per l'agenzia di notizie Adista

L'impressione è quella di trovarsi in un Paese sotto regime militare: è, la Genova che ospita il Vertice degli otto "grandi", una città blindata, militarizzata, praticamente in stato di assedio (polizia, carabinieri e guardia di finanza a ogni angolo, i varchi della zona rossa chiusi da grate metalliche di 5 metri di altezza, negozi chiusi, strade deserte, perquisizioni e controlli). Ma negli spazi della cittadella di Punta Vagno, dove si svolge, dal 16 al 22 luglio, il Public Forum organizzato dal Genoa Social Forum, la realtà cambia completamente aspetto, quasi a mostrare, già solo con questo, quanto sia appropriato lo slogan (ripreso dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre dello scorso gennaio) "Un altro mondo è possibile". Tuttavia, appena aperto (pochi minuti dopo l'inizio della prima sessione tematica sulla "lotta alla povertà e alle disuguaglianze"), il Public Forum si è subito trovato di fronte a una difficile sfida: quella di portare la voce del popolo anti-globalizzazione al di sopra del rumore della bomba esplosa alla stazione dei carabinieri vicina a Brignole. "Una bomba contro il movimento", ha subito dichiarato il Genoa Social Forum, denunciando il rischio di un rilancio della strategia della tensione e rinnovando l'appello a partecipare alle manifestazioni pacifiche e di massa del 19, del 20 e del 21 luglio: "se qualcuno (non importa chi) avesse voluto programmare un modo per spostare l'attenzione dai nostri argomenti e dalle nostre proposte coprendo con l'esplosione di una bomba le nostre parole - ha commentato Fabio Lucchesi della Rete di Lilliput - non avrebbe potuto scegliere momento più esatto". Argomenti e proposte si sono comunque, a dispetto di tutto, fatti strada, a conferma dell'esistenza di un dibattito quale "non si era mai visto da molti anni" in Italia.
Si poneva come obiettivo, il Public Forum, quello di dare massimo risalto e visibilità esterna ai temi e alle proposte alternative al G8, ponendo l'accento su "esperienze e testimonianze di riscatto e di resistenza di base". Il tutto secondo il "modello Porto Alegre", con plenarie generali, plenarie tematiche ed eventi autogestiti, oltre a concerti e spettacoli serali. 200 i relatori invitati al Forum, di cui più di 50 provenienti dal Sud del mondo.

"Questo mondo non è in vendita"
Protagonisti della prima plenaria generale, sul tema "Questo mondo non è in vendita", Susan George dell'Osservatorio sulla mondializzazione, Walden Bello del Focus on the Global South, Marina Dos Santos del Movimento dei Senza Terra (Mst) del Brasile. A indicare l'enormità della sfida, ci ha pensato subito Susan George: il mondo - ha detto - in realtà "è in vendita", come dimostra il fatto che ogni risorsa sia trasformata in merce di scambio, e che "chiunque sia escluso da tale logica non valga assolutamente niente". Tuttavia, il modello capitalistico che sembrava trionfante mostra segni inconfondibili di cedimento, segni di una crisi - sottolinea nel suo intervento Walden Bello - dai molteplici aspetti: una crisi, prima di tutto, di legittimità, ma anche una crisi dell'ordine multilaterale globale, giacché l'indiscussa supremazia Usa sugli organismi internazionali indica con ogni evidenza la nascita di un sistema unilaterale; crisi delle alleanze militari internazionali, perché cresce la resistenza alla presenza militare statunitense (come mostra l'isolamento di Bush sul progetto dello scudo spaziale); crisi della democrazia liberale, sempre più avviata verso una plutarchia; la crisi creata dalla contrapposizione tra economia ed ecologia; la crisi strutturale, infine, del sistema produttivo, segnato da una fase di enorme recessione economica. E se l'élite "ha paura che la crisi di legittimità possa trasformarsi in crisi di egemonia", il popolo anti-globalizzazione non le darà tregua: "dovunque i grandi decidano di riunirsi - ha dichiarato Marina Dos Santos - noi saremo lì". Ed è stato proprio l'intervento della dirigente del Mst il più applaudito della giornata. Un appassionato e vibrante appello ad una grande alleanza "per superare tutto ciò che rappresenta il capitalismo" e "costruire un mondo che abbia l'essere umano e la natura al centro delle sue aspirazioni". Un mondo senza più fame: quella contro cui sono costretti a lottare i 50 milioni di brasiliani che vivono al di sotto della soglia della povertà, con meno, cioè, di 40 dollari al mese ("quasi un'Italia intera", ha commentato Marina Dos Santos). Un mondo senza più le disuguaglianze di cui il Brasile offre un non invidiabile esempio: l'1% dei proprietari che possiede quasi la metà delle terre coltivabili del Paese e 4.8 milioni di famiglie senza terra. Un mondo senza più violenza: quella che ha spezzato la vita di Oziel Alvez, 17 anni, una delle vittime del massacro di Eldorado de Carajàs. "La polizia - lo ricorda Marina Dos Santos al termine del suo intervento - lo aveva costretto a inginocchiarsi (in terra giacevano i corpi di 16 suoi compagni) e lo sfidava: 'grida ora, Oziel, se sei capace, viva la riforma agraria'. E Oziel, mentre la polizia lo picchiava, gridava una e un'altra volta 'viva la riforma agraria', ed è così, mentre continuava a gridare, che è stato ucciso". "Voglio invocare il suo spirito - ha concluso la dirigente - perché sia presente in ognuno di noi, nei luoghi in cui lavoriamo e lottiamo per globalizzare gli ideali, la conoscenza, la voglia di cambiare il mondo".

Impossibile dar conto della ricchezza e della vivacità di un dibattito che si è svolto a ritmo serratissimo nel corso di 18 sessioni (tra plenarie generali, sessioni tematiche e sessioni speciali) dedicate ai più diversi temi: dall'istruzione alla democrazia, dalla liberalizzazione del commercio alla pace, dall'alimentazione ai diritti umani e civili, dal debito ecologico e sociale al debito finanziario. Ne riportiamo qui di seguito solo alcuni spunti.

La globalizzazione e il lavoro
Nell'età della globalizzazione neoliberista non sembra esserci posto per i diritti dei lavoratori. È il regno della flessibilizzazione totale e dei diritti inesistenti: le due condizioni di cui vanno a caccia le imprese nei processi di delocalizzazione (trasferimento della produzione) nel Sud del mondo. Mentre, nel Nord del mondo, come ha sottolineato il portavoce nazionale Cobas scuola Piero Bernocchi, si assiste al crollo delle conquiste del lavoro, al ritorno di quelle forme di lavoro atipico e persino di paraschiavismo proprie dei primordi del capitalismo. Di questo hanno parlato nella sessione tematica del Public Forum su "Globalizzazione e lavoro", oltre a Bernocchi, rappresentanti dei sindacati come Rafael Freire della Cut (Centrale unica dei lavoratori) brasiliana, Nicola Nicolosi della Cgil, il segretario generale della Fiom Piemonte Giorgio Cremaschi e operai della Zanussi e della Danone. Ma come si spiega questa trasformazione del lavoro verso forme sempre più estreme di flessibilizzazione e precarizzazione? Il capitale - ha spiegato Bernocchi - ha bisogno di un'assoluta flessibilizzazione per compensare il mancato allargamento dei mercati su cui pure aveva scommesso: in realtà, su 6 miliardi di abitanti, 5 ne sono rimasti fuori, senza alcuna possibilità non solo di vendere, ma anche di comprare. Cosicché vi sono nel mondo "sempre più vendite e sempre meno compratori". È stato il centrosinistra - ha dichiarato Bernocchi - a gestire la flessibilità e ad aprire così la strada a Berlusconi: "la barriera è stata rotta e ora bisogna ricominciare tutto da capo". Ma sotto accusa sono tutti i governi di centro-sinistra, che "hanno assunto il liberismo - ha dichiarato il giornalista del "manifesto" Loris Campetti - come unico orizzonte possibile, tentando di governarlo e di limitarne gli effetti". Critiche, e autocritica, anche nei confronti della Cgil: un errore - ha dichiarato Nicola Nicolosi - la mancata adesione ufficiale a Genova; troppi gli spazi di flessibilità concessi alla controparte; sbagliata la strada, "che non è propria" della Cgil, della moderazione. Presente ufficialmente, invece, la Fiom, forte del successo ottenuto con lo sciopero contro l'accordo separato e di una consapevolezza nuova della possibilità di lottare contro una globalizzazione che - ha dichiarato Cremaschi -"ha l'esclusione nel Dna", ed è "il metodo più scientifico trovato dal capitalismo per sfruttare i lavoratori". Ma è arrivata l'ora, per il movimento sindacale europeo, di riprendere la lotta, superando gli accordi di vertice e una politica di riduzione del danno, in una nuova unità con il terzo e quarto mondo (ma anche con gli immigrati, contro i quali rischiano di abbattersi le iniziative di legge della destra) e in direzione di un'alleanza tra tutti i popoli.

Fermare l'Omc
È l'Organizzazione Mondiale del Commercio il nemico più temuto dal popolo anti-globalizzazione. Se l'Omc riuscisse a realizzare il suo disegno di liberalizzazione completa dei mercati, ha spiegato Susan George, "sarebbe il primo organismo in grado di imporre le sue decisioni al mondo intero" (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale hanno "limitato" il loro potere al Sud del mondo). E le conseguenze, per l'umanità, sarebbero devastanti: distruzione dei servizi pubblici, definitiva rovina dei piccoli agricoltori, annullamento delle conquiste avvenute, ulteriore impoverimento dei Paesi poveri, ulteriore omogeneizzazione della cultura, ulteriore erosione dei diritti del lavoro e dei salari, devastazione ancora più grave dell'ambiente. Ciò che rende così pericolosa l'Omc è, secondo Susan George, la sua natura di "tavolo permanente i cui membri si impegnano a negoziare per sempre in una sola direzione". E su ambiti sempre più numerosi, a cominciare da quelli, centrali nel prossimo round negoziale, dell'agricoltura, dei diritti intellettuali e dei servizi: salute, educazione, ambiente, cultura, sport e spettacoli. Tanto che, afferma Susan George, le uniche aree che ancora sfuggono alle sue mire sono la sicurezza, l'apparato giudiziario e la religione.

Rispetto dei diritti, non carità
Proprio la salute è al centro dell'agenda degli otto "grandi" riuniti a Genova, che si fanno forti del cosiddetto Fondo Globale per la lotta all'Aids (annunciato dalla presidenza italiana del G8 e sostenuto da Kofi Annan) per poter dire, come fa il ministro Ruggero, che il G8 ha in fondo gli stessi obiettivi dei contestatori. E cosa significhi tale Fondo lo ha spiegato bene Eduardo Missoni, che proprio a causa di esso ha dato le dimissioni da presidente del gruppo di esperti sanitari del G8 ("non me la sentivo più di lavorare - ha detto - nel cervello del mostro"). Un Fondo a cui le multinazionali sono invitate a contribuire con una donazione di 500 milioni di dollari ciascuna - carità pelosa, ha commentato Missoni - ricevendo in cambio un posto nel consiglio di amministrazione incaricato di gestire il Fondo, a fianco dei governi donatori, degli organismi internazionali, ma non dei Paesi poveri, a quanto pare senza rappresentanza nel Consiglio. "Un conflitto di interessi superiore perfino a quello di Berlusconi", ha commentato Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa Social Forum, nel suo intervento sul "Diritto alla salute" durante la sessione speciale sui "grandi crimini di questo ordine mondiale". Un intervento durissimo contro la case farmaceutiche, colpevoli di negare, con il loro monopolio sui brevetti, l'accesso ai farmaci anti-Aids al 95% dei 40 milioni di sieropositivi. Con la conseguenza di limitare la loro aspettativa di vita a 5 o 6 anni, contro i 17 dei sieropositivi del Primo Mondo: 17 anni che, ha spiegato Agnoletto, potrebbero diventare anche di più, grazie ai progressi della ricerca scientifica. Proprio con gli investimenti nella ricerca giustificano le case farmaceutiche gli alti prezzi dei farmaci, ma, sottolinea Agnoletto, si tratta di una menzogna: le aziende investono nella ricerca non più del 20% del loro budget, contro il 30-40% utilizzato per azioni di lobbying sul mondo politico (ad esempio per ottenere la riduzione dei tempi di sperimentazione dei farmaci).

Debito ecologico e sociale del Nord
Chi deve a chi? Chi sono gli indebitati, chi i creditori? Qual è il debito che va pagato? Non ha alcun dubbio Aurora Donoso dell'ecuadoriana Acciòn Ecologica: "siamo noi i creditori", le vittime di un saccheggio che dura da più di 500 anni. Un saccheggio che oggi è presente nel flusso permanente, dal Sud verso il Nord, di risorse naturali, di petrolio, di minerali, di boschi, di manodopera: tutto a basso prezzo; nel flusso di dollari per il pagamento degli interessi sul debito; nello scambio diseguale che si può tradurre con "comprare a prezzi alti e vendere a prezzi economici", ricevendone per di più in cambio distruzione sociale ed ambientale, mutamenti climatici e biopirateria. Non esistono poveri e non esistono ricchi, sottolinea la Donoso: solo impoveriti ed arricchiti da questo sistema di diseguaglianze. Né si deve parlare di sradicamento della povertà, essendo necessario, al contrario, sradicare la ricchezza illegittimamente accumulata. A cominciare da quella legata al petrolio, proprio mentre si combatte in Ecuador una battaglia contro la costruzione di un oleodotto di 500 chilometri a cui partecipa anche la nostra Agip, che Aurora Donoso ha invitato a boicottare. E, insieme al boicottaggio, una proposta: quella di lanciare una campagna per la moratoria dell'espansione dell'attività petrolifera nel Sud del mondo.
Numerose le testimonianze sull'enorme entità del debito ecologico e sociale del Nord del mondo: quella di Titi Soentoro sulla distruzione delle foreste indonesiane che procede a un ritmo di 2.4 milioni di ettari l'anno (un'estensione pari a quella del Belgio); quella di Shamali Guttal sugli immani costi ambientali ed umani - un "debito non ripagabile" - delle grandi dighe finanziate dalla Banca Mondiale e dai Paesi del Nord; quella di Charito Basa sui costi sociali dell'immigrazione delle donne filippine, "serve della globalizzazione".
Una durissima la denuncia contro l'Agip - per le sue responsabilità nella devastazione ambientale prodotta in Nigeria e per la sua collusione con la politica criminale del governo - è venuta anche dal nigeriano Oronto Douglas (ex avvocato di Ken Saro Wiwa, il leader del popolo Ogoni ucciso per la sua lotta contro le multinazionali nel delta del Niger), arrivato a Genova dopo essere stato bloccato per ore alla frontiera olandese, perché - questa la scusa ufficiale - non aveva abbastanza denaro con sé ("non sapevo - ha detto - che non avere soldi fosse un reato"). Se il G8 - ha affermato Douglas - ha a cuore esclusivamente la difesa dei propri privilegi, ed è disposto al massimo a qualche atto di beneficenza, i popoli devono condurre una lotta comune per il controllo delle risorse naturali - l'acqua, l'aria, la terra - da parte delle comunità locali, in direzione di "una globalizzazione della giustizia e di una localizzazione delle risorse".

Dalla globalizzazione alla localizzazione
"Quale alternativa proponete?", sono soliti chiedere i difensori del modello neoliberista al popolo dei contestatori. Ma esiste un'alternativa? Le migliaia di iniziative dal basso sono in grado di incidere sui grandi numeri? È a questi interrogativi che ha cercato di rispondere la plenaria generale del Forum su "Le nostre alternative alla globalizzazione economica", a cui hanno partecipato, tra gli altri, il presidente del tribunale per i diritti dei popoli Gianni Tognoni, Nicola Bullard del Focus on the global South, Francuccio Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, la responsabile ambiente dei Ds Fulvia Bandoli, aspramente (e non molto democraticamente) contestata da una frangia del pubblico, così come avvenuto per altri esponenti delle forze politiche di centro-sinistra, compreso l'ex ministro Pecoraro Scanio.
Già Umberto Allegretti, nella sessione dedicata ai meccanismi della democrazia globale, aveva sottolineato l'indicazione emersa dal Forum sociale mondiale di Porto Alegre di non pretendere subito di offrire un progetto organico e complessivo alternativo al modello neoliberista, bensì di presentare un inventario di proposte. Allo stesso modo Nicola Bullard, sottolineando la necessità di "non cadere nella trappola di voler sostituire un'ideologia monoteista con un'altra", ha posto l'accento sulle "moltissime alternative a disposizione" - sui temi del debito estero, del commercio internazionale, dei paradisi fiscali, dei flussi finanziari - tutte respinte dall'élite al potere con la motivazione che, accogliendole, "crollerebbe tutto il sistema". Secondo la Bullard, è la strada della deglobalizzazione che occorre seguire, riorientando la produzione verso il mercato interno, per superare la dipendenza dai mercati esteri e dagli investimenti, redistribuendo il reddito e la terra, spostando l'accento dall'obiettivo della crescita a quello dell'uguaglianza.
Secondo Francuccio Gesualdi, è contro l'intera impostazione del modello economico che occorre combattere e non solo contro "l'ultima pennellata" fornita dalla globalizzazione. In discussione, cioè, va posto "il dogma fondamentale" che vede come obiettivo primario la crescita del commercio internazionale, perché "quando l'economia si orienta verso l'esportazione la gente diventa solo manodopera da sfruttare". Le economie, al contrario, "devono essere strutturate per servire le esigenze delle persone nel luogo in cui vivono", riducendo il commercio internazionale al minimo indispensabile e riorientandolo - prima di tutto attraverso meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e della produzione - in modo da garantire i piccoli produttori. Occorre passare, secondo Gesualdi, "da un'economia di espansione a un'economia del limite", rivedendo drasticamente stili di vita individuali e collettivi, in direzione di una maggiore sobrietà. E garantendo, al tempo stesso, altre due condizioni essenziali: piena occupazione e accesso universale ai servizi. "È una strada che nessuno conosce - afferma Gesualdi - ma che è giunto il momento di intraprendere". Partendo da tre obiettivi immediati: impedire ad ogni costo il rilancio del nuovo round negoziale dell'Omc; introdurre la Tobin Tax (su cui Attac Italia ha annunciato una campagna per un disegno di legge di iniziativa popolare) e premere affinché i trattati internazionali, a cominciare da quello sul clima, seguano "la nostra direzione".

Di localizzazione ha parlato anche José Bovè, della Confederation Paysanne, indicando la necessità di un'agricoltura in grado di rispondere ai fabbisogni delle persone là dove esse abitano. Contro le regole dell'Omc ("sistema perverso di controllo" che, afferma Bovè, obbliga i Paesi a importare prodotti a prezzi più bassi di quelli locali, mandando in rovina i piccoli produttori), contro la politica di sovvenzioni alle esportazioni seguita dai Paesi ricchi, la coalizione mondiale di organizzazioni contadine nota come Via Campesina avanza - sottolinea Bovè - tre controproposte, tre principi-guida: la sovranità alimentare, intesa come diritto dei popoli a nutrire se stessi a partire dalla propria agricoltura (tutelandosi alle frontiere con dazi doganali sulle esportazioni); sicurezza alimentare, e cioè la difesa della qualità dei prodotti; rispetto della biodiversità.

Non basta una scelta di campo
"Non è la stessa cosa parlare di giustizia dall'alto delle nostre sicurezze economiche o nel mezzo della povertà, della fame, della disoccupazione". Ha esordito così don Luigi Ciotti, il più applaudito, forse, tra tutti i relatori del Forum. Un intervento di denuncia, il suo, contro "l'omicidio premeditato" condotto dalla "fortezza Europa" contro immigrati e rifugiati, dallo stretto di Gibilterra al canale di Otranto, e contro i diversi scandali offerti dal nostro Paese: l'assenza di una legge sull'asilo politico, i dieci anni di attesa (contro i 5 degli altri Paesi) per ottenere la cittadinanza, i centri di detenzione temporanea ("luoghi di non diritto"). È schizofrenico, ha continuato Ciotti, condonare i debiti dei Paesi poveri e al tempo stesso intensificare il commercio di armi (l'Italia è il sesto Paese produttore di armamenti). "Noi siamo qui - ha dichiarato - ad esprimere una solidarietà che sia prolungamento della giustizia e che parta dalla libertà degli altri e non dalla loro povertà". E, alla sua Chiesa, Ciotti ricorda: "non basta fare una scelta di campo, perché poi bisogna esserci nel campo". E lo dice ricordando "il coraggio di Gesù di cacciare i mercanti dai templi".

Siamo tutti clandestini
Si attendevano non più di 15-20 mila persone. Ne sono venute oltre 50.000 per partecipare al corteo dei migranti: un corteo allegro, pacifico e coloratissimo, ricco di creatività e di ironia. E con una profusione di mutande, a sbeffeggiare Berlusconi con il suo divieto di stendere i panni durante il vertice: mutande fatte sventolare dalle finestre dai genovesi solidali con i manifestanti, disegnate negli striscioni, portate al corteo appese a un filo. Un corteo per la difesa dei diritti dell'umanità, per ribadire che "siamo tutti clandestini", per ricordare, come ha fatto l'economista filippino Walden Bello, che "il futuro non è con Bush, non è con il G8: il futuro è dalla nostra parte.