5 interviste a Stedile, in Italia per l'incontro in Vaticano (Adista, ANSA, il Manifesto, Il fatto)

 

  • 5 interviste a Joao Pedro Stedile in occasione della sua presenza a Roma fine ottobre/inizio novembre 2014-11-18
  • 1.   intervista di Claudia Fanti (Adista)
  • 2.   intervista di Alessandra Magliaro (ANSA Magazine)
  • 3.   intervista di Geraldina Colotti (Il Manifesto)
  • 4.   intervista di Salvatore Cannavò (il fatto del lunedi) IN PORTOGHESE
  • 5. intervista di Antonio Pacor sull'Incontro in Vaticano e la congiuntura internazionale  vimeo.com/112276697
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  • 1. Unire le forze contro il nemico comune.
  • Intervista a João Pedro Stédile
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  • Sarà più difficile per un governo trattare come terrorista un dirigente sociale che ha incontrato il papa, ha potuto parlargli della propria lotta e gli ha sentito dire che questa lotta è una benedizione per l’umanità. E sarà più difficile anche per un vescovo negare il suo sostegno alle rivendicazioni popolari sui temi della terra, del lavoro e della casa (ma anche della pace e dell’ambiente), dopo che il papa ha voluto personalmente incontrare i dirigenti dei movimenti di tutto il mondo per discutere di tali problemi. È per questo, e per molto altro, che l’incontro mondiale dei movimenti popolari che si è svolto in Vaticano dal 27 al 29 ottobre (di cui Adista, che ha avuto l’opportunità di seguirlo, ha parlato estesamente sul n. 39/14) è stato indubbiamente un successo. Un successo che avrà frutti duraturi, perché la collaborazione con il Vaticano continuerà, sotto forma di una sorta di “tavolo di dialogo” tra i movimenti e il papa. E un successo, soprattutto, perché, per molti rappresentanti dei movimenti popolari, l’incontro è apparso – come ci ha spiegato João Pedro Stédile del Movimento dei Senza terra del Brasile e di Via Campesina - «una legittimazione dei nostri diritti contro gli interessi delle borghesie locali». E ha offerto un’ulteriore spinta per la costruzione di una grande articolazione internazionale di tutti i movimenti popolari del mondo, in grado di fronteggiare quella che è realmente una crisi globale: economica, sociale, ambientale, politica. «La profezia di Marx – ha evidenziato Stédile nell’intervista concessa ad Adista che qui di seguito riportiamo - non è mai stata così attuale: lavoratori di tutto il mondo uniamoci!».
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  • Che bilancio è possibile tracciare dell’incontro dei movimenti popolari in Vaticano?
  • Con il papa si è stabilito subito un clima di fiducia. Quando è venuto in visita in Brasile, per esempio, ha compiuto una serie di gesti che valgono più di molte parole, a cominciare dal fatto che, diversamente da quanto previsto nel programma originario, ha voluto recarsi in una favela. Ed è stato molto bello anche il fatto che abbia espresso il desiderio di andare a trovare dom Pedro Casaldáliga: si è persino informato su quante ore di volo ci volessero per raggiungere la sua diocesi. Poi, quando si è reso conto che era troppo distante, gli ha almeno voluto scrivere una lettera molto affettuosa. 
  • Già lo scorso anno eravamo stati convocati in Vaticano per un primo incontro (il workshop “Emergenza Esclusi”, svoltosi in Vaticano il 5 dicembre 2013, ndr), allo scopo di offrire la visione dei movimenti sui modi in cui il capitale accresce la disuguaglianza sociale. Il dialogo era poi proseguito specificamente sui semi transgenici, anche in considerazione del fatto che in Vaticano esistono posizioni differenti al riguardo. Così abbiamo coinvolto un gruppo di scienziati per far giungere al papa dei sussidi che spero possano aiutarlo nella stesura della sua prossima enciclica sull’ambiente. È sorta quindi l’idea di organizzare un grande incontro dei movimenti popolari in Vaticano, un incontro tra il papa e un centinaio di dirigenti sociali legati a tre ambiti diversi (terra, lavoro e casa) indipendentemente dalle loro convinzioni religiose - non a caso i cattolici non erano la maggioranza -, con l’unica condizione che fossero veri dirigenti e che rappresentassero migliaia di lavoratori. Sono stati inoltre invitati 20 vescovi (ne sono venuti 17) che si sono particolarmente distinti nel loro appoggio alla lotta dei movimenti popolari.
  • L’incontro con il papa è stato importante in primo luogo rispetto a una simbologia di classe, perché per molti di noi dei movimenti popolari è apparso come una legittimazione dei nostri diritti contro gli interessi delle borghesie locali. È stato molto significativo sentirgli dire: quando parlo di terra, lavoro e casa, dicono che sono comunista. Il riferimento a Hélder Câmara è d’obbligo. E anche l’invito a Evo Morales nella sua veste di presidente della Conferenza mondiale dei popoli indigeni ci è sembrato un gesto politico importante, considerando che il presidente boliviano non gode della simpatia di vari vescovi boliviani. Tra noi, poi, vi era almeno una decina di dirigenti minacciati di morte: per loro la foto in cui stringono la mano al papa è una sorta di salvacondotto a protezione della loro vita. Abbiamo anche potuto condividere con il papa le nostre preoccupazioni riguardo alla presenza di gravissimi conflitti nel mondo, come è il caso di Kobane, perché ne parli durante la visita in Turchia, o a situazioni drammatiche come il caso degli studenti scomparsi ad Iguala, in Messico, durante un’operazione della polizia municipale e di bande di narcotrafficanti. Ed è con gioia che abbiamo poi ascoltato le parole da lui pronunciate, durante l’udienza generale del 29 ottobre, sulla scomparsa dei 43 giovani messicani.
  • Credo, infine, che sia stato un incontro positivo anche per il papa. Papa Francesco sa che deve operare cambiamenti all’interno della Chiesa e che troverà grandi ostacoli da parte dei settori conservatori. Ma sa che può contare su un importante alleato: i lavoratori organizzati. Sa che la Chiesa esercita un ruolo politico nella lotta di classe a livello mondiale e io sono pronto a sottoscrivere che il papa è dalla nostra parte.   
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  • Privilegiando il dialogo con il Vaticano, non si rischia di restare troppo ancorati alla Chiesa cattolica? Dopotutto i cattolici sono meno di un miliardo e mezzo nel mondo. Pensate di ampliare il dialogo anche alle altre tradizioni religiose?
  • Durante l’incontro è emersa chiaramente la necessità di investire le nostre energie nello sforzo di costruire da qui in avanti una grande articolazione internazione di  tutti i movimenti popolari del mondo. Si era tentato di farlo con il Forum Sociale Mondiale, attraverso la sua Assemblea dei movimenti sociali, ma non ha funzionato: si tratta di un formato che ha svolto un ruolo importante nella lotta ideologica contro il capitalismo, ma che con il tempo è andato esaurendo le proprie potenzialità. I movimenti popolari presenti all’incontro erano molto concentrati sul tema della terra, della casa e dell’economia informale, ma ci sono molte altre forme di organizzazione che dobbiamo coinvolgere. Noi di Via Campesina impiegheremo le nostre energie per costruire tale articolazione. E questo indipendentemente dalla Chiesa e dal Vaticano. Perché abbiamo la necessità di discutere i nostri problemi e di trovare soluzioni comuni per affrontare un nemico che è comune: il capitale finanziario e le transnazionali, le quali utilizzano gli organismi internazionali per legittimare i propri interessi. 
  • In relazione al Vaticano, l’idea è quella di mantenere un “tavolo di dialogo”, anche se il concetto non è stato ancora ben definito. Il card. Peter Turkson, nel suo discorso finale, ha parlato di una “piattaforma”. È un bene che non abbia parlato di “consiglio”, perché la parola “consiglio” è ormai superata. Dunque, daremo continuità a questo incontro attraverso una specie di tavolo di dialogo fra i tre settori popolari e il Vaticano. E che non avrà a che fare con alcuna forma di potere o di burocrazia. In terzo luogo, è sorta durante l’incontro, sebbene non come proposta dell’intera plenaria, l’idea di convocare una riunione simile con altre tradizioni religiose. Ma sembra che vi sia una difficoltà: non tutte le istituzioni religiose sono verticalizzate come la Chiesa cattolica. Per esempio, rispetto ai musulmani, con chi si deve dialogare? In ogni Paese vi è una diversa corrente. Ma, per muovere un passo su questa strada, noi della delegazione brasiliana abbiamo già parlato di promuovere una riunione brasiliana in cui coinvolgere tutte le religioni.
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  • Perché non sono stati invitati i teologi della Liberazione, proprio loro che hanno accompagnato così da vicino i movimenti popolari, anche pagando un prezzo molto alto?
  • Durante la preparazione dell’incontro, che è durata un anno, in Vaticano hanno detto chiaramente che non volevano che includessimo preti, religiosi e religiose nelle nostre delegazioni, perché sostenevano,  credo a ragione, che preti e religiosi hanno altri spazi di convergenza. D’altro lato, c’era la volontà politica di invitare i vescovi e dal Vaticano ci hanno chiesto indicazioni su quali siano i pastori che, in ogni Paese, accompagnano maggiormente i movimenti popolari. In generale, siamo rimasti molto soddisfatti dei 17 vescovi presenti: non hanno voluto alcun protagonismo, hanno tenuto un profilo umile e hanno ascoltato molto.
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  • Ci sono state resistenze da parte dei movimenti rispetto all’idea di promuovere un incontro in Vaticano?
  • Dopo aver accettato, all’interno del Movimento dei Senza Terra, di coinvolgerci in questo processo, abbiamo presentato la proposta alla Via Campesina Internazionale e all’articolazione dei movimenti sociali dell’Alba, di cui fanno parte più di mille movimenti di tutta l’America Latina. All’interno della Via Campesina, chi ha espresso più, diciamo così, inquietudini, sono stati i compagni islamici: volevano capire bene il senso dell’iniziativa, ma poi hanno capito e sono venuti.
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  • E le donne?
  • Le donne contadine non hanno espresso alcuna riserva, e infatti ve ne erano varie all’incontro. All’interno dell’Alba, il dibattito è stato maggiore, perché è uno spazio più plurale. E alcune resistenze, o inquietudini, sono state espresse dalle femministe, le quali hanno preferito non partecipare, per marcare una differenza rispetto a determinate posizioni assunte dal Vaticano.
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  • Passando al Brasile, come interpreti l’attuale scenario politico brasiliano all’indomani delle elezioni che hanno portato a una vittoria di strettissima misura della presidente Dilma Rousseff?
  • Nel 2002 il voto a Lula era stato un voto di protesta contro il sistema neoliberista. Ma questa vittoria era stata ottenuta solo sulla base di un programma di alleanza tra tutte le classi. Era, insomma, un governo di conciliazione di classe che ha consentito di guadagnare a tutti, ma ai banchieri molto di più. Un governo centrato su tre punti: la difesa dello Stato di fronte al mercato, con un rilancio delle politiche pubbliche; l’impulso al settore industriale come motore di crescita dell’economia; la distribuzione di reddito a favore delle classi popolari. Questo programma, che viene definito neodesenvolvimentista, è stato messo in atto per dieci anni, consentendo al governo a guida Pt di ottenere il consenso per restare al potere. Ma ora è arrivato al suo limite. Il governo, infatti, non ha avuto la forza sufficiente per far fronte al capitale internazionale, così da controllare il tasso di interesse e il tasso di cambio, e ciò ha condotto nuovamente a un processo di de-industrializzazione. È da tre anni che l’industria non cresce, e che non cresce l’economia.
  • La presidente Dilma ha pensato che fosse possibile portare avanti il vecchio programma, ma questo programma è finito. Il governo, per esempio, ha portato dal 6% al 15% il numero di giovani che ha accesso all’università, ma c’è ancora un 85% che resta fuori. Tutti gli anni si presentano agli esami di ammissione universitaria 8 milioni di giovani per appena 1 milione e 600mila posti. Ciò vuol dire che più di 6 milioni rimangono esclusi ogni anno. I lavoratori hanno ottenuto alcune conquiste fondamentali, soprattutto grazie all’aumento dei salari e a un maggior livello di occupazione. Ma ci sono comunque 40-50 milioni di giovani che vogliono lavori più qualificati o che non sopportano più l’inferno in cui si sono trasformate le città brasiliane. È così che si spiegano le giornate di protesta del giugno 2013. Ma erano solo proteste e molti dei manifestanti si sono astenuti alle elezioni: sono 29 milioni i brasiliani che non sono andati a votare.
  • La presidente Dilma non voleva credere che la borghesia brasiliana le avrebbe fatto opposizione, eppure lungo tutta la campagna elettorale è restata al secondo posto nei sondaggi, superata prima da Marina Silva (la quale, però, ha perso consensi a causa della sua personalità ondivaga) e poi da Aécio Neves. Alla fine è riuscita a vincere di strettissima misura, ma al Congresso la destra può contare su un’ampia maggioranza. Si dice addirittura che sia un Congresso più conservatore che durante l’epoca della dittatura. Così ora la destra controlla il Congresso, il potere giudiziario, i mass media e ora mira anche a controllare il governo.
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  • E cosa può fare allora il governo Dilma in questo quadro?
  • Il governo ha solo una soluzione: deve allearsi con i lavoratori e i movimenti popolari e operare i cambiamenti che la popolazione esige e che il progetto neodesenvolvimentista non ha permesso di realizzare. La destra che prima appoggiava il governo ora è all’opposizione in Parlamento e nella società: se il governo insegue l’illusione di ricomporre l’alleanza con le destre finirà male già durante il primo anno. E tutti i movimenti andranno all’opposizione. Se invece il governo sceglierà la strada dell’alleanza con i movimenti, la prima riforma che dovrà realizzare sarà la riforma politica del Paese. Perché questa potrà alterare i rapporti di forza nella società aprendo così la strada alle altre riforme strutturali: la riforma agraria, la riforma educativa, quella tributaria, quella urbana e quella dei mezzi di comunicazione. E questo potrà avvenire solo attraverso la convocazione di un’Assemblea Costituente parallela al Congresso eletto, in quanto quest’ultimo è ostaggio di appena 117 imprese, le quali hanno speso in finanziamenti ai politici ben 2 miliardi di dollari (una cifra inferiore solo a quella spesa negli Stati Uniti). Cosicché è necessario unire il più possibile le forze per ottenere la convocazione di un plebiscito sulla Costituente. Se poi il governo eviterà sia di allearsi con la destra sia di dare risposta alle rivendicazioni dei movimenti popolari, assisteremo a un lungo periodo di crisi e di instabilità politica. Ma bisogna essere ottimisti, perché la fase di apatia sociale sta terminando, come hanno dimostrato i giovani nel giugno del 2013. E se quello era un movimento di protesta privo di un programma, ora si tratta invece di discutere un programma per una grande alleanza tra i movimenti su proposte di riforma radicali. Occorre dunque stimolare la lotta sociale attraverso la creazione di un grande movimento di massa. E occorre stimolare un dibattito politico per trovare le soluzioni a quella che, per la prima volta, è veramente una crisi mondiale: economica, sociale, ambientale, politica. La profezia di Marx non è mai stata così attuale: lavoratori di tutto il mondo uniamoci! Ci attende insomma un periodo di intensa lotta politica. Per fortuna, possiamo contare su un grande alleato: la natura. La natura neanche il capitalismo può comprarla. E ogni volta che il capitalismo l’aggredisce, ne provoca anche una reazione, generando un problema ancora più grande. Ora tocca a noi rendere cosciente la società sul perché la natura reagisca in questo modo. Per esempio, la contaminazione provocata dall’uso intensivo dei veleni in agricoltura sta moltiplicando i casi di tumore. Ogni anno, in Brasile, si registrano 500mila nuovi casi di cancro: è il prezzo che il capitalismo ci impone producendo alimenti contaminati. Ma questa è una contraddizione che deve essere utilizzata per convincere le persone che quello del capitale è un modello di morte.
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  • Come si spiega l’assenza completa della questione ambientale durante tutta la campagna elettorale?
  • Nessuna delle questioni relative ai problemi strutturali del Paese è stata affrontata. Non si è parlato della questione ambientale – non ne ha parlato neppure Marina Silva, in quanto è scesa a patti con il settore ruralista, ed è questo che le ha fatto perdere il voto dei giovani, perché si è rivelata ipocrita e opportunista -; non si è parlato della riforma agraria; non si è parlato della riduzione della giornata di lavoro né della precarizzazione dell’occupazione; non si è parlato dei diritti dei popoli indigeni né di quelli dei quilombolas. I grandi temi relativi alla necessità di riforme strutturali per il Paese non sono stati toccati. Non sono stati toccati dalla destra, perché questa era interessata a sfruttare il tema della corruzione per far passare l’immagine del Pt come un partito di ladri. E non sono stati toccati dalla sinistra, perché Dilma non voleva impegnarsi. Per fortuna, nella campagna per il secondo turno, per quanto questi temi abbiano continuato a restare fuori dal dibattito, è emerso chiaramente che, se Dilma non cercherà di allearsi con i movimenti popolari, il suo governo diventerà ostaggio delle destre.
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  • Evo Morales ha detto in passato (per quanto il suo governo non sia certo privo di contraddizioni al riguardo) che i diritti della natura sono più importanti persino di quelli degli esseri umani, perché se non vengono garantiti i primi non potranno mai essere possibili i secondi. Si tratta di una questione talmente grave che dovrebbe precedere qualsiasi altra considerazione. Perché allora tale consapevolezza è ancora così limitata tra i movimenti popolari di tutto il mondo (esclusi ovviamente quelli ambientalisti)?   
  • È vero che non esiste una coscienza tra i movimenti popolari di questa centralità della questione ambientale. E tra i movimenti consapevoli della gravità del problema credo ci sia una lettura, che può essere giusta o sbagliata, secondo cui non si può affrontare la questione ambientale separatamente dal cambiamento del modello economico. E così, in un certo modo, diventano prioritari i temi legati al cambiamento generale, anche perché spesso, in Brasile, i movimenti che mettono al primo posto la questione ambientale finiscono per ridurla, per esempio, al problema della deforestazione dell’Amazzonia, che di certo è gravissimo, ma che non è l’unico: basti pensare ai danni provocati dall’uso dei veleni in agricoltura, che distruggono la biodiversità, o dall’allevamento bovino. Il fatto è che i movimenti devono maturare questa coscienza e questo non è immediato. Si tratta di un processo.
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  • Claudia Fanti
  • Da Adista n. 40/14
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  • 2. IN VIAGGIO TRA I SEM TERRA, l’agro-ecologia dei contadini brasiliani. Di Alessandra Magliaro, ANSA Magazine 09/11/2014
  • http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2014/11/03/viaggio-tra-i-sem-terra-i-contadini-brasiliani-che-lottano-per-lagro-ecologia_6145af3d-ed38-4e87-9d99-54b74dd42f32.html
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  • I contadini brasiliani che lottano per l'agro-ecologia
  • Il nostro sogno è costruire una società giusta, egualitaria, fraterna. La parola comunismo? Meglio non usarla, Stalin e la guerra fredda l'’hanno deturpata. Joao Pedro Stédile, i cui nonni sono partiti giusto 100 anni fa dal Friuli, da un paesino chiamato Terragnolo, alla volta del Brasile, ci conduce in un viaggio dentro il Movimento dei Sem Terra, i senza terra, uno dei movimenti sociali e popolari che stanno segnando il cambiamento.
  • 61 anni, uno dei leader dei lavoratori rurali, non vuole sentir parlare di modello politico ma la politica c’entra eccome, così come l’'economia e la cultura. Lo sa bene anche papa Francesco, sostenitore come tanti altri vescovi e missionari dell’'idea di Mst. A lui Stèdile ha portato un documento scritto da un gruppo di scienziati amici dell'’Mst e di via Campesina dal titolo ‘’"Perché le coltivazioni transgeniche rappresentano una minaccia ai contadini, alla sovranità alimentare, alla salute e alla biodiversità nel pianeta’’" chiedendo il suo aiuto sulla questione degli Ogm. Francesco ha ascoltato Stèdile insieme ad un centinaio di rappresentanti di organizzazioni popolari di ogni parte del mondo, dal 27 al 29 ottobre in Vaticano, in un grande incontro mondiale che il brasiliano non esista a definire ‘’rivoluzionario’’ e ‘’storico’’. Al centro per la prima volta la giustizia sociale in termini di Pane, Terra e Casa per affrontare l'’Emergenza Esc’Il movimento dei Senza Terra nasce in Brasile 30 anni fa’’. ‘’Sopravvivere tutti questi anni è già una vittoria. Nessun altro movimento contadino era durato così a lungo – ci dice Stèdile – in questi anni 800 mila famiglie hanno avuto la terra e molto altro è stato costruito. ''E'’ un bilancio positivo ma per strada abbiamo perso molti compagni per la repressione’’, veri e propri massacri di contadini che andavano ad occupare le terre incolte o abbandonate dai latifondisti come quello di Eldorado nel '96 che suscita la solidarietà internazionale anche grazie agli scatti di Sebastiano Salgado che ai Sem Terra dedica il libro e la mostra Terra.
  • ‘’Se guardiamo le cifre non sono buone. Oggi in Brasile l'’1% è proprietario del 46% della terra, il 15% del 30% e l’'85% del 24%. E ci sono tuttora 4 milioni di contadini senza terra. La riforma agraria tanto attesa, senza la quale non ci potrà essere vera democrazia, è bloccata dai veti incrociati. Nonostante tutto abbiamo appoggiato Dilma Rousseff per il secondo mandato presidenziale e ora aspettiamo. Sin dalla nostra fondazione ci siamo dati una linea di equidistanza da partiti, chiese, stati e governi: vuol dire autonomia politica e libertà di giudizio. Non facciamo sconti a nessuno e non siamo un movimento politico se non nell'’accezione di lottare per un cambiamento politico''’’. Mst, come documenta in maniera approfondita il libro La lunga marcia dei Senza Terra scritto da tre italiane Claudia Fanti, Serena Romagnoli, Marinella Correggia, uscito in questi giorni per Editrice Missionaria Italia, rappresenta un modello alternativo di società.
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  • "La più grande conquista è stata garantire la dignità ai poveri delle campagne, umiliati e senza futuro. Il senza terra non ha futuro ma quando si organizza in movimento trova la dignità di camminare a testa alta e sperare in un futuro migliore", dice Stèdile, spiegando l’'evoluzione del movimento in 30 anni da lotta contro il latifondo a organizzazione in cui l’'educazione e la conoscenza sono altrettanto importanti. Oggi i contadini di Mst sono strutturati in cooperative, piccole fattorie e la formazione scolastica a tutti i livelli è programmatica. Ecco così tecnici agrari, laureati, scienziati con l’'obiettivo di lottare l’'agri business delle multinazionali globali, che deforestano e impoveriscono il territorio con le monoculture, per favorire invece l’'agroecologia.
  • Ecco così che i Sem Terra insieme alla rete di Via Campesina (un movimento nato nel '’93 e che rappresenta 200 milioni di zappaterrra in 70 paesi), sono diventati protagonisti delle lotte contadine sulla sovranità alimentare, contro gli ogm, per la difesa delle sementi autoctone e tradizionali come patrimonio dell'umanità, per l'’agricoltura sostenibile su piccola scala in opposizione ai processi neo liberisti per cui l'’agricoltura subordinata al capitale finanziario non si accontenta più del possesso della terra ma aspira al controllo del commercio e all’'imposizione in tutto il mondo dello stesso modello di alimentazione. Il movimento dei senza terra è rimasto come si era costituito, con la forma di direzione collettiva, senza presidenti né leader unici. ‘’"I nostri valori fondanti sono rimasti gli stessi di 30 anni fa: solidarietà, indignazione contro qualsiasi ingiustizia, contro le divisioni tra di noi. Non vogliamo essere un modello, in ciascun paese bisogna organizzarsi. Noi in Brasile ci siamo avvicinati al lavoratori delle città e ai sin teto, senza casa. Ma guardiamo anche all'’estero"’’.
  • Stèdile si riferisce alle Brigate internazionali in sostegno di movimenti contadini e poveri in tutto il mondo. ‘’Siamo in Bolivia, ad Haiti, in Palestina e persino in Cina’’. Ad Haiti c'’erano ben prima del terremoto del 2010 che ha reso un'’isola poverissima e saccheggiata, una terra desolata con 900 mila senza tetto. La brigata internazionalista Dessalines, premiata nel 2013 per gli sforzi per la democrazia alimentare, era già lì ed è sempre là, con anche italiani - a portare avanti il programma per le sementi, la riforestazione, le cisterne di acqua piovana , la costruzione di scuole tecniche di agroecologia. Il futuro? Stèdile e i suoi Senza Terra pensano sia l'Alba, il nome dato nel maggio 2013 all'’Assemblea dei movimenti sociali verso l’'alba, evoluzione di quel primo Forum social modiale, l'’internazionale dei no global o altermondisti, che ha segnato una svolta nel 2001. L'’Alba promuove un modello di vita alternativo, sostenibile, solidale nel quale i modelli produttivi e riproduttivi siano al servizio dei popoli spingendo ad una produzione equa ed ecologicamente compatibile.
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  • 3. «Una trincea comune contro la crisi capitalista»
  • —  Geraldina Colotti, 1.11.2014
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  • http://ilmanifesto.info/sezioni/internazionale/
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  • Sono tra­scorsi quasi due anni da quando un impren­di­tore polacco ha rile­vato il mar­chio della Maflow. La fab­brica del set­tore auto­mo­tive di Trez­zano sul Navi­glio (un comune a sud-ovest di Milano) era allora in ammi­ni­stra­zione straor­di­na­ria. All’acquirente inte­res­sava il mar­chio e le com­messe della Bmw. Una volta otte­nuto lo scopo, ha per­ciò chiuso i can­celli e ha lasciato senza lavoro 330 per­sone. Gli ope­rai, però, si sono orga­niz­zati adot­tando il motto delle fab­bri­che recu­pe­rate in Argen­tina, mutuato dal Movi­mento Sem Terra bra­si­liano: «Occu­pare, resi­stere, pro­durre». Oggi vogliono pas­sare alla pro­du­zione indu­striale nel campo del riuso e del rici­clo e per que­sto hanno lan­ciato un appello inter­na­zio­nale per rac­co­gliere fondi, fir­mato da Evo Mora­les, Ken Loach, Erri de Luca… Ieri, hanno invi­tato alla loro gior­nata di lotta e di festa lo sto­rico lea­der dei Sem Terra bra­si­liani, Joao Ste­dile, primo fir­ma­ta­rio dell’appello, che ha rispo­sto alle domande del mani­fe­sto.
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  • Com’è nata que­sta alleanza tra i Sem terra e la Ri-Maflow?
  • Da anni seguiamo con atten­zione que­sto tipo di espe­rienze, in Ita­lia e in altri paesi in cui, per via della crisi, le fab­bri­che fal­li­scono e gli ope­rai ne pren­dono il con­trollo. Un segnale di come si possa rea­gire e vin­cere, orga­niz­zan­dosi e pren­dendo nelle pro­prie mani i mezzi di pro­du­zione. Abbiamo cono­sciuto Gigi Mala­barba e l’esperienza della Ri-Maflow a Trento, a un incon­tro dell’Altraeconomia e abbiamo preso con­tatto, sia con loro che con espe­rienze come quella di Genuino clan­de­stino, una fat­to­ria recu­pe­rata dai lavo­ra­tori. Ci sen­tiamo fra­telli con loro e con i cen­tri sociali occu­pati che fanno un lavoro nei quar­tieri popo­lari con i migranti e tra­sfor­mano quei luo­ghi in vere trin­cee dell’alternativa eco­no­mica e cul­tu­rale. Ognuno ha una sua trin­cea di resi­stenza di pro­po­sta e ci sen­tiamo fratelli.
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  • Qual è il bilan­cio di trent’anni di lotta in Bra­sile e in che modo può essere utile in con­di­zioni come quelle italiane?
  • Fin dall’inizio abbiamo cer­cato di impa­rare dall’esperienza della classe ope­raia e con­ta­dina, sia di altri paesi che del Bra­sile. Non abbiamo inven­tato niente, cer­chiamo però di far frut­tare l’esperienza sto­rica della lotta di classe appli­cando alcuni prin­cipi orga­niz­za­tivi: intanto il movi­mento dev’essere auto­nomo dai par­titi, dalla chie­sta, dallo stato, anche dai governi amici. E non per essere con­tro la poli­tica, ma per­ché la natura del movi­mento popo­lare è diversa da quella del par­tito e per evi­tare che i pro­blemi dell’uno influen­zino quelli dell’altro, è meglio non mischiare le cose. Inol­tre occorre una dire­zione col­let­tiva e una rota­zione delle cari­che, e una costante atten­zione allo stu­dio per­ché la cono­scenza è un’arma for­mi­da­bile per la coscienza della classe lavo­ra­trice e per tutti i movi­menti. E poi è impor­tante che, nel pro­prio quo­ti­diano, ognuno inter­preti la pro­pria mili­tanza con spi­rito di sacri­fi­cio, per garan­tire il bene­fi­cio di tutti e non il pro­prio per­so­nale. Altri­menti si creano brecce in cui la bor­ghe­sia si incu­nea per coop­tarti, deviare il movi­mento e impe­dire il vero pro­getto di liberazione.
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  • All’Incontro mon­diale dei movi­menti popo­lari, a cui i Sem Terra hanno for­te­mente con­tri­buito, è stata fis­sata un’agenda comune. In che modo par­te­ci­pano le fab­bri­che recu­pe­rate italiane?
  • Abbiamo la con­sa­pe­vo­lezza di un nemico comune: il capi­ta­li­smo oggi è glo­ba­liz­zato, con­tro di noi ci sono le stesse ban­che, l’imperialismo Usa che ci impone il con­trollo del dol­laro, l’informazione a senso unico e il con­trollo delle nuove tec­no­lo­gie. Di fronte a que­sta nuova situa­zione, i pro­blemi di terra casa lavoro e diritti con­nessi sono i mede­simi. Dob­biamo allar­gare la lotta di massa su obiet­tivi comuni e aumen­tare nei movi­menti la coscienza del con­flitto e la loro orga­niz­za­zione. In Ame­rica latina ci sono espe­rienze molto avan­zate: dall’Argentina, al Vene­zuela, al Bra­sile, all’Uruguay, dove esi­ste un movi­mento di costru­zione di case a livello coo­pe­ra­ti­vi­stico. E per que­sto stiamo pen­sando di orga­niz­zare un pros­simo incon­tro a livello con­ti­nen­tale. Quello dell’autogestione è un pro­cesso lungo, ma è la vera alternativa.
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  • João Pedro Stedile olha a primeira página do jornal Il Fatto Quotidiano em que se vê Maurizio Landini enfrentando a polícia. "Um líder sindical italiano sem gravata? Sério?" A piada sintetiza muito o perfil e a história desse dirigente, já de nível internacional, do movimento "campesino".  
  • A reportagem é de Salvatore Cannavò, publicada no jornal Il Fatto Quotidiano, 03-11-2014. A tradução é de Moisés Sbardelotto.
  • O Movimento dos Sem-Terra, é uma organização fundamental do Brasil, imortalizada pelas históricas imagens deSebastião Salgado e com uma história de 30 anos feita de vitórias e de derrotas, mas sempre no primeiro plano da organização dos agricultores.
  • Stedile é o seu dirigente mais importante. Ele nunca usou gravata e sempre concebeu o seu papel como porta-voz de uma realidade pobre, muito em busca da sua própria emancipação.
  • Marxista ligado à história da teologia da libertação, ele foi um dos organizadores do Encontro Mundial de Movimentos Populares que ocorreu no Vaticano na semana passada. Em uma das sessões desse debate, que ocorreu entre as curvas sugestivas da sala do Velho Sínodo, ele sugeriu aos purpurados presentes que canonizem até "Santo Antônio... Gramsci".
  • Os Sem-Terra, a imponente organização que ele dirige, com cerca de 1,5 milhão de membros, têm uma história antiga de ocupações de terra, de lutas e conflitos também duros. Mas também cultivam uma relação "leiga" com o poder, ou, como ele explica, de "autonomia absoluta". Por isso, na última eleição brasileira, apesar de não se envolver muito no primeiro turno eleitoral, depois apoiaram Dilma Rousseff no segundo.
  • Chegando na Itália para o encontro no Vaticano, ele fez uma turnê de encontros na península apresentando o livro La lunga marcia dei senza terra [A longa marcha dos sem-terra] (EMI Edizioni), de Claudia Fanti, Serena Romagnoli eMarinella Correggia.
  • No sábado à tarde, foi visitar a Rimaflow, em Trezzano sul Naviglio, a fábrica recuperada que Stedile, diante de 300 pessoas, batizou como "embaixadora dos Sem-Terra em Milão".
  • Eis a entrevista.
  • Como nasceu o encontro no Vaticano?
  • Tivemos a sorte de manter relações com os movimentos sociais da Argentina, amigos de Francisco, com os quais começamos a trabalhar no encontro mundial. Assim, reunimos 100 dirigentes populares de todo o mundo, sem confissões religiosas. A maioria não era católica. Um encontro muito proveitoso.
  • O senhor é de formação marxista. Qual a sua opinião sobre o papa e a iniciativa vaticana?
  • O papa deu uma grande contribuição, com um documento irrepreensível, mais à esquerda do que muitos de nós. Porque afirmou questões de princípio importantes como a reforma agrária, que não é só um problema econômico e político, mas também moral. De fato, ele condenou a grande propriedade. O importante é a simbologia: em 2.000 anos, nenhum papa jamais organizou uma reunião desse tipo com movimentos sociais.
  • O senhor foi um dos promotores dos Fóruns Sociais nascidos em Porto Alegre. Há uma substituição simbólica por parte do Vaticano em relação à esquerda?
  • Não, acho que Francisco teve a capacidade de se colocar corretamente diante dos grandes problemas do capitalismo atual como a guerra, a ecologia, o trabalho, a alimentação. E ele tem o mérito de ter iniciado um diálogo com os movimentos sociais. Eu não acho que há sobreposição, mas complementaridade. Em todo caso, assumo a autocrítica, como promotor do Fórum Social, do seu esgotamento e da sua incapacidade de criar uma assembleia mundial dos movimentos sociais. Do encontro com Francisco, nascem duas iniciativas: formar um espaço de diálogo permanente com o Vaticano e, independentemente da Igreja, mas aproveitando a reunião de Roma, construir no futuro um espaço internacional dos movimentos do mundo.
  • Para fazer o quê?
  • Para combater o capital financeiro, os bancos, as grandes multinacionais. Os "inimigos do povo" são esses. Como diria o papa, esse é o diabo. Mesmo que todos nós vivamos o inferno. Os pontos traçados do encontro de Roma são muito claros: a terra, para que os alimentos não sejam uma mercadoria, mas um direito; o direito de todos os povos de terem um território, seu próprio país, pense-se nos curdos de Kobane os nos palestinos; um teto digno para todos; o trabalho como direito inalienável.
  • Os Sem-Terra organizam cursos de formação sobre Gramsci e Rosa Luxemburgo. Nenhum problema para trabalhar com o Vaticano?
  • Nós vivemos uma crise epocal. As ideologias do segundo pós-guerra se aprofundaram. As pessoas não se sentem mais representadas. No entanto, essa crise também oferece oportunidades de mudança, desde que ninguém se apresente com a solução pronta no bolso. Será preciso um processo, um movimento de participação popular. E qualquer pessoa disposta a participar dele deve ser incluída.
  • No Brasil, vocês apoiaram a eleição de Dilma Rousseff. Qual é a sua opinião sobre o governo do PT e o seu futuro?
  • A autonomia, para nós, é um valor importante. O PT geriu o poder com uma linha de "neodesenvolvimentismo", mais progressista do que o neoliberalismo, mas baseada em um pacto de conciliação entre grandes bancos, capital financeiro e setores sociais mais pobres. A operação de redistribuição da renda favoreceu a todos, mas principalmente os bancos. Agora, porém, esse pacto não funciona mais, as expectativas populares cresceram. O ensino universitário, por exemplo, integrou 15% da população estudantil, mas os 85% que ficaram de fora pressionam para entrar. Só que, para responder a essa demanda, seria preciso ao menos 10% do PIB, e, para levantar recursos desse tamanho, se romperia o pacto com as grandes empresas e os bancos.
  • Então?
  • O governo tem três caminhos: unir-se novamente à grande burguesia brasileira, como lhe pede o PMDB, construir um novo pacto social com os movimentos populares ou não escolher e abrir uma longa fase de crise. Nós queremos desempenhar um papel e, por isso, propomos um referendo popular para uma Assembleia Constituinte para a reforma da política. A força do povo não está no Parlamento.
  • Qual é a situação do Movimento dos Sem-Terra hoje?
  • A nossa ideia, no início, era a de realizar o sonho de todo agricultor do século XX: a terra para todos, bater o latifúndio. Mas o capitalismo mudou, a concentração da terra também significa concentração das tecnologias, da produção, das sementes. É inútil ocupar as terras se, depois, produzirem transgênicos. Não é mais suficiente repartir a terra, mas é preciso uma alimentação para todos, e uma alimentação sadia e de qualidade. Hoje visamos a uma reforma agrária integral, e a nossa luta diz respeito a todos. Por isso, é preciso uma ampla aliança com os operários, os consumidores e também com a Igreja. Somos aliados de qualquer pessoa que deseje a mudança.
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