In centomila gridano 'Via FHC!'

In centomila gridano "via Cardoso"
BRASILE - Il Manifesto 28 agosto 1999
Newton Carlos - Brasilia

L'opposizione al presidente Fernando Enrique Cardoso, e soprattutto alla sua politica economica, ha scoperto le strade, ed è lì che concentrerà le sue azioni d'ora in poi. Indipendentemente dal numero di persone che è riuscita a concentrare ieri nell'ampia spianata dei ministeri, a Brasilia - 40 mila secondo la polizia, più di 130 mila, secondo la Central unica dos trabalhadores - anche i vertici governativi ammettono che si è trattato di una grande manifestazione, la prima quantitativamente significativa contro Cardoso. "Il rumore della piazza è stato udito", ha commentato un funzionario, rispondendo al presidente onorario del Partito dei lavoratori, Luis Inacio Lula da Silva, che aveva promesso "questo è appena l'inizio". Per il governo la constatazione più grave è che "esiste un clima favorevole a una escalation".

Coloro che criticano gli organizzatori della manifestazione (Cut, Movimento dei Sem terra, Partito dei lavoratori, Partito socialista brasiliano, Partito comunista del Brasile e Partito democratico del lavoro) hanno sottolineato l'assenza di "proposte alternative".
Il governo, da parte sua, ha cercato di sminuire la manifestazione definendola "golpista", per aver usato lo slogan "via FHC" (Fernando Henrique Cardoso) e per aver chiesto le dimissioni e l'impeachment del presidente. Ciò che si è visto sono stati gruppi organizzati, con insegne di partito, a fianco di migliaia di persone che si dichiaravano indignate e si entusiasmavano gridando "via l'Fmi".

Uno dei coordinatori politici del governo, il ministro delle comunicazioni Pimenta da Veiga ha ammesso che è il momento di "accelerare in direzione della crescita".
Da Veiga appartiene all'ala sostenitrice delle politiche di sviluppo, contrapposta al monetarismo ortodosso da facoltà di economia, ed è possibile che la manifestazione di ieri rafforzi questa tendenza. "Abbiamo passato un test di democrazia, e occorre che tutti riflettano, governo e opposizione", ha dichiarato il ministro della giustizia, Josè Carlos Dias, vecchio militante per i diritti umani, che ha negoziato con gli organizzatori del corteo le misure di ordine pubblico.
Sarà alla fine messo in discussione un tabù, la politica economica decisa con l'Fmi? Era la domanda che circolava tra le informazioni sulle future decisioni di Cardoso.

Il calendario delle prossime manifestazioni è già in preparazione. Il primo appuntamento sarà la celebrazione, il prossimo 7 settembre, festa dell'indipendenza, della "Giornata nazionale degli esclusi", organizzata dalla Conferenza episcopale brasiliana.
Nelle maggiori città saranno organizzati cortei contro la povertà e l'esclusione sociale. Il 14 settembre ci sarà uno sciopero nazionale dei lavoratori metallurgici. Il 21, 22 e 23 sarà la volta della Marcia della salute, in difesa della sanità pubblica.
"Torneremo ad essere il paese delle proteste", promette il presidente del Partito dei lavoratori, Josè Dirceu. "Non ci fermeremo", ribatte Vicente Paulo da Silva, presidente della Cut.
Il 6 ottobre è prevista la marcia per l'istruzione. Nei giorni successivi arriveranno a Brasilia i cortei dei Sem Terra, partiti da vari punti del paese, per chiedere l'impeachment di Cardoso.

Ma le opposizioni non sono uscite incolumi dalla "Marcia dei centomila", nome che ricorda quello della prima grande manifestazione contro la dittatura, nel 1969. Si è fatto sentire il peso delle divisioni interne ed è emersa la necessità di un discorso unico. Il presidente del Partito democratico del lavoro, Leonel Brizola, ex governatore di Rio de Janiero, si è rifiutato di partecipare alla consegna al presidente della camera dei deputati, Michel Temer, di una petizione per chiedere una commissione parlametare che indaghi sulla privatizzazione di Telebràs (l'impresa nazionale di telecomunicazioni) e faccia chiarezza sulle responsabilità di Cardoso.
"Sappiamo tutti che Temer archivierà la petizione", ha dichiarato Brizola, favorevole alle dimissioni di Cardoso e alle elezioni anticipate. Una posizione criticata da Lula (già candidato anti-Cardoso alle ultime elezioni presidenziali). "Si dimette solo chi vuole farlo, le dimissioni sono un gesto di grandezza, Cardoso è orgoglioso e prepotente", ha dichiarato Lula.

L'ordine degli avvocati del Brasile e l'associazione brasiliana della stampa hanno rifiutato di sottoscrivere il documento con la richiesta di dimissioni. "Il movimento contro il governo è legittimo, ma c'è un ordine giuridico da rispettare", si è giustificato l'ordine degli avvocati. Il procuratore generale della repubblica, Geraldo Brindeiro, aveva già chiesto al Tribunale elettorale superiore di punire i partiti che chiedono le dimissioni del presidente nei programmi non a pagamento della televisione e della radio.
Ma, al di là delle divergenze, la parola d'ordine nel corteo, davanti migliaia di manifestanti, è stata la stessa: "via FHC". Lo stesso Lula ha concluso dicendo che "se Fernando Henrique avesse buon senso, magari potrebbe concludere che le dimissioni sono la cosa migliore".

Dei tre governatori del Partito dei lavoratori solo uno era presente, Olivio Dutra, del Rio Grande do Sul. Sono rimasti a casa quello del Mato Grosso do Sul e quello di Acre, che una settimana fa ha ricevuto Cardoso e si è dichiarato contrario allo slogan "via FHC".
"Credo che cambierà idea", ha commentato Dutra.
Non si è visto neppure Itamar Franco, governatore di Minas Gerais, uno dei leader dell'opposizione. Ha appoggiato la manifestazione, ha criticato la scelta del governo di chiamarla golpista, ma si è dissociato dalla richiesta di impeachment.
Forza sindacale, seconda centrale sindacale del paese, pur avendo chiesto al presidente provvedimenti per la ripresa economica e la creazione di posti di lavoro, ha condannato "i settori dell'opposizione che chiedono le dimissioni e l'impeachment".