La diga di Belo Monte "uno dei peggiori crimini del potere pubblico" in Brasile

 

28 agosto 2012 La diga di Belo Monte, «uno dei peggiori crimini del potere pubblico» in Brasile   BELO MONTE-ADISTA. È stato velocissimo il presidente del Supremo Tribunale Federale, Carlos Ayres Brito, a revocare la sentenza con cui il Tribunale Regionale Federale della Prima Regione (TRF-1) aveva disposto il 13 agosto scorso la sospensione dei lavori di costruzione della diga di Belo Monte per violazione dell'obbligo della consultazione previa, libera e informata delle comunità indigene (v. Adista Notizie n. 30/12). Il giudice ha accolto il ricorso presentato dall'AGU, l'Advocacia Geral da União (gli avvocati del governo), non prendendosi neppure la briga di studiare le argomentazioni, opposte a quelle dell'AGU, presentate dal Pubblico Ministero Federale: poiché, come ha sottolineato il Movimento Xingu Vivo, il fascicolo presentato da quest'ultimo è stato protocollato solo alle 11 di mattina del 27 agosto, quando il presidente del STF era impegnato nell'udienza sul Mensalão (come è stato chiamato lo scandalo della compravendita di voti parlamentari durante il governo Lula, negli anni 2005-2006), non può esserci stato materialmente tempo per esaminarlo, se già alle 8 di sera dello stesso giorno il Supremo Tribunale Federale era in grado di esprimere la sua decisione. Non a caso il Movimento Xingu Vivo parla della diga di Belo Monte come di «uno dei peggiori crimini del potere pubblico» dal ritorno della democrazia. «Né la AGU né il STF - denuncia - hanno negato l'illegalità della mancata consultazione dei popoli indigeni, ma tale attentato ai diritti umani delle persone colpite non è minimamente entrato nella loro valutazione».   La lotta, naturalmente, non finisce qui, se non altro perché esistono oltre dieci processi pendenti contro il progetto. Ma il rischio che ci si trovi di fronte al fatto compiuto è sempre più reale: se ad oggi solo il 10% dell'opera è stato realizzato, il momento in cui verrà sbarrato in maniera definitiva il corso dello Xingu si avvicina pericolosamente, senza peraltro ancora risolvere la questione della navigabilità del fiume da parte degli indigeni e dei ribeirinhos.   E non si tratta neppure di una minaccia isolata: se il decreto n. 303 dell'AGU dovesse entrare in vigore, come previsto, il prossimo 24 settembre, l'obbligo di consultazione dei popoli indigeni verrebbe cancellato - in flagrante contraddizione con la Costituzione Federale e la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro - nel caso di ogni progetto (stradale, idroelettrico, minerario) ritenuto strategico dal governo. Un provvedimento duramente contestato dai popoli originari, i cui rappresentanti, il 27 agosto, hanno circondato la sede dell'AGU a Brasilia, esigendo di incontrare, almeno per cinque minuti, il responsabile del decreto, l'avvocato generale dell'Unione Luiz Inácio Adams, per poterlo guardare negli occhi ed esprimere il loro rifiuto nei confronti del «decreto della morte dei popoli indigeni». Ma Adams si è guardato bene dall'accettare il confronto, limitandosi a fissare un appuntamento successivo. La delegazione indigena si è recata quindi presso la sede del Supremo Tribunale Federale, in sostegno alla decisione di sospendere del TRF-1 la costruzione della diga di Belo Monte. Ma proprio allora il presidente Ayres Brito autorizzava la ripresa dei lavori. (claudia fanti)     13 agosto 2012 «SOLO SE GLI INDIGENI VOGLIONO». SOSPESA DAI GIUDICI LA COSTRUZIONE DELLA DIGA DI BELO MONTE 36820. BELO MONTE-ADISTA. È stata vinta solo una battaglia - appena una nella lunga guerra giudiziaria in corso attorno alla diga di Belo Monte, sul Rio Xingu, nello Stato brasiliano del Parà - ma si tratta comunque di una gran bella notizia: la sospensione dei lavori di costruzione della diga, decisa il 13 agosto scorso all'unanimità dal Tribunale Regionale Federale della Prima Regione (Trf-1), pone infatti con grande chiarezza la questione dell'esigenza giuridica del dialogo con i popoli originari. Secondo i giudici, infatti, il processo di costruzione di quella che dovrebbe diventare la terza diga più grande del mondo non avrebbe rispettato né la Costituzione brasiliana né la Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) riguardo all'obbligo della consultazione libera, previa e informata delle comunità originarie, prima che venga autorizzato un qualunque programma di sfruttamento di risorse nelle aree indigene. Come ha sottolineato infatti il giudice relatore, Antônio de Souza Prudente, «la consultazione deve essere realizzata previamente e non a posteriori», e necessariamente da parte del Congresso, il quale avrebbe dovuto effettuarla, senza delegarla a terzi, prima della votazione del decreto legislativo 788 che ha autorizzato il potere esecutivo ad avviare i lavori di costruzione. Pertanto, secondo il giudice, le consultazioni promosse dall'Ibama (Istituto brasiliano per l'ambiente), dalla Funai (Fondazione nazionale dell'Indio) e da altri organismi, tanto sbandierate dal governo, non sarebbero valide, al di là del fatto che si sono limitate alla mera comunicazione riguardo all'esecuzione del progetto. «Non possiamo accettare - ha spiegato in conferenza stampa - questa dittatura: si realizza l'opera e solo dopo si pone la questione. La consultazione non è una mera formalità: l'opinione degli indigeni deve essere tenuta conto nella decisione dei parlamentari. Il Congresso può autorizzare l'opera solo se gli indigeni vogliono».   E che gli indigeni non vogliano, lo dimostrano abbondantemente gli innumerevoli atti di protesta realizzati contro il faraonico progetto, uno dei "fiori all'occhiello" del famigerato Pac, il Programma di Accelerazione della Crescita, portato avanti sotto il governo di Lula prima e di Dilma Rousseff poi. Un progetto che prevede l'inondazione di 516 chilometri quadrati di foresta pluviale, con effetti disastrosi sul sistema di flora e fauna della regione e sulle condizioni di vita di oltre 25.000 indigeni (senza contare l'immissione nell'atmosfera di un'enorme quantità di metano - 25 volte più dannoso dell'anidride carbonica per l'effetto serra - a causa della decomposizione sott'acqua di larghe fasce di vegetazione). Come ha spiegato mons. Erwin Kräutler, in prima linea nella denuncia del progetto, «quello che fa la Norte Energia (il consorzio cui è stata affidata l'esecuzione dell'opera, ndr) è togliere l'acqua agli indios e ai ribeirinhos della Volta Grande do Xingu. E il popolo della Volta Grande vive e sopravvive con la pesca». «Il governo - ha denunciato il vescovo - parla del prezzo del progresso. Solo che a pagare questo prezzo è il nostro popolo e non le famiglie dei politici a Brasilia. Un terzo di Altamira verrà sommerso e il resto rimarrà ai margini di un lago putrido e infestato di zanzare portatrici di dengue e di malaria».   Già ad aprile, in realtà, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani aveva sollecitato la sospensione delle opere, proprio per la mancata consultazione delle comunità indigene, ma invano. Stavolta, tuttavia, non sarà possibile far finta di niente: per ogni giorno di mancato compimento della sentenza del Trf-1, infatti, la Norte Energia dovrà pagare una multa di ben 500mila reais (240mila dollari). Intanto, però, un gruppo di specialisti dell'Advocacia Geral da União è stato già mobilitato dal governo per rovesciare il più rapidamente possibile la decisione dei giudici.   In ogni caso, la sentenza, come ha sottolineato il giurista Dalmo Dallari, «dovrebbe servire da avvertimento per l'esecuzione di altri grandi opere, rispetto alla necessità di prendere in considerazione l'opinione delle comunità indigene coinvolte». E appare tanto più rilevante in quanto giunge in un momento caratterizzato dall'esistenza di molteplici minacce contro i popoli originari: dalla Proposta di emendamento costituzionale (Pec) n. 215, che trasferisce al Congresso nazionale il diritto di omologare le terre indigene, come lungamente richiesto dalla Bancada Ruralista, alla riforma del Codice Forestale, fino al famigerato decreto 303 dell'Advocacia Geral de União, che, in flagrante contraddizione con la Costituzione Federale e la Convenzione 169 dell'Oil, cancella l'obbligo di consultazione delle comunità nel caso di progetti - stradali, idroelettrici, minerari o militari - ritenuti strategici dal governo (decreto sospeso dall'Agu fino a settembre in seguito alle denunce di organizzazioni indigene e indigeniste e della stessa Funai). (claudia fanti)