CNBB (conferenza dei vescovi brasiliani) e questione agraria.

  • Qui sotto un articolo di Claudia Fanti sul documento della CNBB sulla questione agraria, alcuni stralci del documento e una intervista a Marcelo Barros (da Adista/documenti 7/6/2014) - 1-2-3
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  • Sotto l’intervento del vescovo  Guilherme Werlang, in rappresentanza della CNBB, al congresso del MST di marzo (da Adista/documenti 8/3/2014) - 4 
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  • 1) A fianco dei popoli della terra, delle acque e della foresta.  Le critiche dei vescovi al governo brasiliano
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  • DOC-2625. APARECIDA-ADISTA. Non va giù all’episcopato brasiliano l’opzione preferenziale per l’agrobusiness espressa da Lula e ribadita con ancora maggior vigore da Dilma Rousseff: nel loro documento “Chiesa e questione agraria all’inizio del XXI secolo”, i vescovi, infatti, non risparmiano critiche al governo rispetto al tema della paralisi della riforma agraria e, più in generale, di una politica economica massimamente orientata all’esportazione di materie prime (e destinata così ad accentuare la dipendenza del Brasile dai mercati internazionali). Approvato, dopo cinque anni di lavoro, dalla 52a Assemblea generale della Cnbb (Conferenza episcopale brasiliana), svoltasi ad Aparecida dal 30 aprile al 9 maggio, il documento accoglie il clamore dei «popoli della terra, delle acque e della foresta», ponendosi in una linea di continuità con i precedenti documenti episcopali, da quello del 1980 “Chiesa e problemi della Terra” (in difesa dei lavoratori rurali, vittime di un processo di “modernizzazione” agricola condotto dal regime militare senza alcuna considerazione di carattere sociale) a quello del 2006 “I poveri possederanno la Terra”, firmato da 112 rappresentanti delle Chiese cattolica, anglicana, luterana e metodista. «La nostra parola – affermano i vescovi – si rivolge ai contadini e alle contadine, ai lavoratori e alle lavoratrici rurali e a tutti i popoli della terra, delle acque e della foresta del Brasile», i quali «hanno bisogno del proprio spazio territoriale per garantire la propria sopravvivenza, la propria qualità della vita e la propria identità socioculturale», avendo anche il merito, con il loro lavoro, di porre «nella mensa dei brasiliani e delle brasiliane la maggior parte degli alimenti». «Riaffermiamo - proseguono - la nostra solidarietà nei confronti delle loro cause, delle loro lotte e delle loro organizzazioni e ci impegniamo ad appoggiarle nelle loro giuste richieste». Colpisce tuttavia l’assenza di un qualsivoglia riferimento esplicito al Movimento dei Senza Terra (e a Via Campesina), malgrado la storica vicinanza di una parte dell’episcopato al più importante movimento popolare brasiliano. Tanto più significativa, tale assenza, in quanto, nella versione precedente del documento - discussa durante l’Assemblea generale dell’aprile del 2013 (http://diocesedecacador.org.br/site/?wpfb_dl=37) - il Mst veniva invece citato, non senza un accenno alle sue diverse forme di azione, dalle occupazioni di terra agli accampamenti, dalle marce alle manifestazioni: un taglio, questo, che si spiega proprio con la diversità di opinioni all’interno dell’episcopato in relazione al movimento. Del resto, pur approvato a grandissima maggioranza (con appena il 4% di voti contrari), il documento è frutto di un lungo e non facile dibattito interno, come è risultato chiaro proprio durante l’Assemblea generale del 2013, quando i vescovi decisero di posticiparne l’approvazione di un anno: come aveva evidenziato José Maria Mayrink sul quotidiano O Estado de S. Paulo (16/04/13), decine di obiezioni a livello tanto di «linguaggio» quanto di «contenuto» avevano allora «reso impraticabile la pubblicazione del testo».
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  • Seguendo il metodo, proprio della teologia latinoamericana, del “vedere, giudicare e agire”, il documento descrive, nella prima parte, e in maniera chiara e netta, l’attuale situazione agraria brasiliana, ponendo l’accento sulle difficoltà affrontate dai popoli indigeni, dai quilombolas (afrodiscendenti), dai ribeirinhos (i popoli tradizionali che vivono ai margini dei fiumi), dai pescatori artigianali, dai senza terra, dai produttori familiari e pure dalla popolazione urbana; espone, nella seconda parte, la posizione dei vescovi sulla questione della terra, in totale sintonia con la Dottrina Sociale della Chiesa, con il suo riconoscimento della funzione sociale della proprietà (garantita dalla stessa Costituzione del 1988 ma negata dalla politica agraria seguita dai diversi governi); esprime infine, nella terza, l’impegno pastorale della Chiesa dinanzi alle sfide della questione agraria, presentando anche una serie di richieste ai poteri esecutivo, legislativo e giudiziario.
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  • Dal governo, in particolare, i vescovi esigono, tra altre cose, la revisione degli indici di produttività (utilizzati come parametri legali per stabilire quali terre possano giudicarsi improduttive e dunque passibili di esproprio); la definizione, tramite emendamento costituzionale, di un limite massimo della proprietà della terra; il «riconoscimento del diritto storico e costituzionale dei popoli indigeni sulle loro terre tradizionali» (accompagnato dalla richiesta di un giusto indennizzo per i piccoli agricoltori incolpevolmente insediati nelle riserve indigene per errori politico-amministrativi dello Stato); la garanzia di incentivi economici per la preservazione dell’ambiente (in particolare degli ecosistemi dell’Amazzonia e del Cerrado). E con altrettanta decisione i vescovi condannano la coltivazione e la commercializzazione delle sementi transgeniche (essendo «precari gli studi conclusivi sui loro rischi per la salute umana e sui loro effetti collaterali sulla biodiversità delle specie»); il controllo oligopolico da parte di grandi imprese sugli alimenti, trasformati in mero oggetto di lucro; l’«inaccettabile» rifiuto del governo di riconoscere l’acqua come diritto fondamentale della persona; le grandi opere idriche che «aggrediscono i nostri fiumi e inondano le terre dei piccoli agricoltori», a cui i vescovi oppongono progetti alternativi meno costosi e più efficaci; la legge che prevede la concessione d’uso delle foreste in Amazzonia. E infine, opponendo il concetto di “terra di lavoro” (intesa come «luogo in cui vivere») a quello di “terra di affari” (intesa come merce), i vescovi ribadiscono il proprio impegno in difesa della vita «e della vita in abbondanza per i più poveri: i poveri della terra, delle acque e della foresta», non senza ricordare «la coraggiosa testimonianza di dom Tomás Balduino, scomparso il giorno in cui questo documento è stato presentato alla 52a Assemblea».
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  • Di seguito, in una nostra traduzione dal portoghese, alcuni piccoli stralci del documento della Cnbb, seguiti da un’intervista che ci ha rilasciato il monaco benedettino Marcelo Barros. (claudia fanti)
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  •  2) Chiesa e questione agraria  di Conferenza episcopale brasiliana
  • INTRODUZIONE
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  • (...). La politica agraria concretamente seguita a partire dall’approvazione dell’attuale Costituzione, e principalmente in questo inizio del XXI secolo, frutto di accordi taciti o espliciti del blocco ruralista con i vari governi che si sono succeduti, disattende completamente l’ordinamento sul diritto di proprietà stabilito dalla Carta costituzionale e segue i dettami della concentrazione del capitale e della ricchezza (…).
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  • D’altro lato, i “popoli delle terre, delle acque e della foresta”, destinatari di azioni significative da parte della Chiesa e di varie istituzioni operanti in ambito rurale (…), si sentono chiaramente esclusi dal progetto dell’agrobusiness. Con i suoi legami interni e soprattutto esterni, l’agrobusiness si specializza nell’esportazione di beni primari rifuggendo ogni idea di limite e di controllo sociale.
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  • Una produzione di alimenti sani ed ecologicamente sostenibili e una struttura agraria egualitaria rappresentano oggi richieste necessarie per una buona vita sociale non solo dei contadini, ma anche della popolazione urbana, concentrata nello 0,3% del territorio nazionale. Tutti dipendono dall’accesso ai beni naturali (…), messo a repentaglio, com’è noto, dall’appropriazione privata, senza alcun limite, delle risorse fondiarie nello spazio rurale (il 99,7% del territorio brasiliano). (…).
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  • La dicotomia tra terra di affari e terra di lavoro viene giuridicamente risolta dal regime fondiario della Costituzione del 1988, che introduce vari concetti relativi al diritto alla terra, molto vicini alle esigenze etiche della funzione sociale e ambientale della proprietà espresse dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
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  • Tale dicotomia (…) torna al centro della struttura agraria brasiliana in questo secolo con l’emergere di un ciclo storico di forte predominio politico e ideologico della cosiddetta “economia dell’agrobusiness”. In essa, l’implicita logica mercantile della trasformazione della terra “in una merce come qualsiasi altra” si oppone frontalmente alla norma costituzionale della funzione sociale e ambientale della proprietà della terra. (…).
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  • I CLAMORI DEI POPOLI DELLA TERRA, DELLE ACQUE E DELLA FORESTA NELL’ATTUALE STRUTTURA AGRARIA
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  • L’espansione recente di monocolture o piantagioni (…) si verifica in condizioni di parallela “grilagem”, l’accaparramento delle terre e delle strutture produttive dei contadini poveri e dei popoli indigeni. (…).
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  • Le tante forme di violenza che colpiscono in maniera particolare i popoli indigeni sono presenti anche, in diverse forme, praticamente in tutte le categorie legate al possesso e all’uso della terra e alle relazioni di lavoro che ne derivano. (…). Non possiamo restare indifferenti dinanzi alle situazioni di gruppi sociali direttamente legati alla terra: indigeni, quilombolas, accampati, insediati, pescatori artigianali e piccoli produttori familiari, corrispondenti a più o meno tre quarti della popolazione rurale, definita legalmente come “agricoltori familiari”. E anche la popolazione urbana (…) ne avverte l’impatto, a causa di crescenti rischi ambientali che incidono sulle sue condizioni di vita. (…). Come pastori, apriamo le orecchie e il cuore all’ascolto e all’accoglienza di quanti soffrono le dure conseguenze di situazioni ingiuste e oppressive. (...).
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  • IL CLAMORE DELLA TERRA
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  • I segnali trasmessi dalla natura e una nuova lettura scientifica riguardo al nostro pianeta dimostrano che la Terra ha le sue proprie leggi, che il suo metabolismo richiede una determinata copertura vegetale e che dalla vegetazione dipende il regime delle acque. Esiste, insomma, un’intricata rete di connessioni tra esseri viventi e non viventi necessarie all’esistenza di ogni forma di vita. La sostituzione di questa copertura vegetale naturale con monocolture intensive ed estensive sta provocando la degradazione delle sorgenti d’acqua e  il loro accelerato inquinamento (…).
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  • In Brasile si registra una continua espansione dell’agrobusiness: le monocolture di soia, mais, canna da zucchero, in particolare, e l’allevamento bovino avanzano voracemente sui biomi dell’Amazzonia, del Cerrado e del Panatanal, intensificandosi ancor di più nella Mata Atlântica, nella Pampa e in determinate regioni umide del Semiarido. L’incorporazione di queste nuove e immense aree ha provocato il saccheggio di questo ricco patrimonio naturale, necessario all’equilibrio del clima in tutto il pianeta e delle più ricche fonti d’acqua sotterranee esistenti, da cui sgorga buona parte dei fiumi che costituiscono i principali bacini idrografici brasiliani.
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  • L’espansione agricola, sotto l’egemonia del capitale finanziario e del profitto, ha introdotto nei campi il modello di produzione industriale, sostituendo le multicolture con monocolture più simili a deserti verdi, in un processo di distruzione veloce della flora e della fauna locali, fino a provocare l’estinzione di diverse specie e a mettere brutalmente a repentaglio la biodiversità esistente.
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  • Le frontiere della produzione di commodity si espandono senza alcun limite di proprietà, senza alcun riguardo per i biomi e senza la dovuta responsabilità nella gestione delle acque, delle foreste e delle altre risorse ambientali. Quasi sempre si impongono all’intera nazione costi sociali insopportabili, mentre i benefici monetari ricadono esclusivamente su quanti controllano, di fatto, le terre e stabiliscono i prezzi delle commodity.
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  • L’espansione della produzione di commodity è accompagnata dall’uso intensivo di veleni agricoli. Più di un miliardo di litri di pesticidi viene versato annualmente sui suoli brasiliani (…), con conseguenze inevitabili e imprevedibili sulle fonti d’acqua superficiali e sotterranee. Si registrano inoltre problemi di salute, soprattutto tra le famiglie che vivono intorno alle grandi fazendas, sulle cui estese piantagioni gli aerei irrorano prodotti tossici. (...).
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  • D’altro lato, la produzione di agrocombustibili, celebrata come un grande progresso, ha effetti perversi sull’ambiente. Grandi aree prima destinate all’allevamento vengono ora usate come piantagioni di canna da zucchero e di soia: in tal modo, gli allevamenti vengono spostati verso altre aree ancora preservate, mettendo a rischio la sovranità alimentare del nostro Paese.
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  • LA DIPENDENZA DALL’ESTERO
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  • Dall’inizio di questo primo decennio del XXI secolo, l’orientamento di politica economica comune ai governi che si sono succeduti è stato quello di concedere la massima priorità alle esportazioni di materie prime: prodotti agricoli e di allevamento, minerali e petrolio. In tal modo, il Paese si è lanciato nel commercio mondiale in espansione assumendo il ruolo di grande fornitore di alcune commodity, ma retrocedendo sul fronte del commercio manifatturiero. (...).
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  • Il nuovo ruolo di fornitore di etanolo per le industrie automobilistiche del mondo, di materie prime minerarie per l’espansione asiatica e di carne bovina, ovina e suina (…) è stato celebrato come la soluzione per il problema del deficit nella bilancia commerciale accumulato nel periodo precedente, tra il 1995 e il 1999.
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  • Ma tale approccio, per quanto rappresenti, in un primo momento, una soluzione congiunturale rispetto al commercio estero, non risolve tuttavia, anzi lo aggrava, il problema della dipendenza da risorse straniere nell’industria e nei servizi (…). 
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  • La specializzazione nel settore primario all’interno del commercio mondiale, sotto la regia dell’agrobusiness e del settore minerario, ha causato, a nostro giudizio, grandi distorsioni nel nostro sistema agrario. Tra i problemi maggiori constatiamo: a) una forte concentrazione della ricchezza fondiaria, in termini di speculazione e di appropriazione di terre; b) il sovrasfruttamento delle risorse naturali, con il pretesto della ricerca dell’equilibrio dei conti con l’estero a qualunque costo, con gravi danni alla salute, all’ambiente e alla sicurezza e sovranità alimentare; c) la disoccupazione e lo sfruttamento del lavoro salariato (…).
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  • AFFERMANDO CRITERI PASTORALI
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  • Il principio della destinazione universale dei beni, di lunga tradizione ecclesiale, pone radicalmente in discussione il diritto di proprietà assoluta e senza limiti, stabilito nel diritto feudale del Medioevo e ampliato dall’ondata della globalizzazione finanziaria e dell’egemonia dei mercati nei tempi moderni. Nella Dottrina Sociale della Chiesa, il processo di concentrazione della terra è considerato uno scandalo, perché, negando a gran parte dell’umanità il beneficio dei frutti della terra, appare in deciso contrasto con la volontà e il disegno salvifico di Dio. L’agrobusiness in crescita in Brasile non solo rafforza questa dimensione assolutista della proprietà a scapito della sua funzione sociale, ma distrugge la possibilità per i piccoli produttori rurali e familiari - i quali lavorano normalmente per garantire un’alimentazione di base, diversificata, popolare, offrendo sicurezza alimentare per tutti - di avere uno spazio adeguato nelle decisioni in materia di politiche di sviluppo. (...).
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  • AZIONE EVANGELIZZATRICE E IMPEGNO SOCIALE
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  • Quanto è stato detto fin qui può aiutare a programmare e a tradurre l’annuncio della Buona Novella e il nostro impegno con i poveri.
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  • In questa occasione chiediamo perdono a Dio e ai fratelli e alle sorelle se non sempre le nostre diocesi, prelature e comunità ecclesiali sono state fedeli a questi impegni; chiediamo perdono, soprattutto, per le nostre omissioni, quando siamo venuti meno al compito di testimoniare la nostra fedeltà al Dio dei poveri e ai poveri di Dio. È necessario cercare sempre, «in primo luogo, il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33).
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  • Siamo discepoli di Gesù Cristo che, «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Egli ci sfida, con il suo esempio, a dare testimonianza autentica di povertà evangelica attraverso il nostro stile di vita e le nostre strutture ecclesiali.
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  • È questo il fondamento che ci vincola a quell’opzione preferenziale per i poveri, ferma e irrevocabile, ma non esclusiva né escludente, tanto solennemente proclamata nelle Conferenze di Medellín, Puebla e Santo Domingo (…).
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  • Mossi dalla presenza vivificante dello Spirito Santo nelle nostre Chiese particolari, abbiamo l’obbligo pastorale di fare tutto ciò che è in nostro potere per accogliere il clamore che sale dalle comunità dei campi, delle foreste e delle acque di questo nostro Paese.
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  • Grandi cambiamenti si sono registrati negli ultimi tre decenni. Riaffermiamo il nostro impegno pastorale a denunciare l’accumulo insostenibile della ricchezza, la concentrazione delle terre, la devastazione ambientale e la violenza contro le persone, le comunità e i popoli delle nostre terre. Questo annuncio e questa esortazione devono essere vissuti in una pratica coerente e fedele che obblighi noi e le nostre comunità ecclesiali a una conversione permanente. (…).
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  • Le Direttrici generali dell’azione evangelizzatrice della Chiesa in Brasile 2011-2015 insistono sull’importanza di: (…) denunciare le situazioni apertamente ingiuste e le violenze perpetrate, combattendo le cause di tale violenza; sostenere le giuste iniziative dei lavoratori e le loro organizzazioni, ponendo le nostre forze e i nostri mezzi a servizio della loro causa; evitare di sostituirsi al popolo, incoraggiandone la partecipazione cosciente e critica alle organizzazioni dei lavoratori; appoggiare gli sforzi a favore di un’autentica Riforma Agraria, valorizzando e difendendo la proprietà familiare e quella dei popoli indigeni; supportare la mobilitazione dei lavoratori per esigere l’applicazione e/o la riformulazione delle leggi esistenti, come pure per ottenere una politica agraria, una politica del lavoro e un sistema previdenziale che rispondano agli aneliti della popolazione. (...).
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  •  3) L'atto d’accusa dei vescovi. Intervista a Marcelo Barros
  • L’Assemblea generale della Cnbb ha finalmente approvato, dopo un lungo processo, l’atteso documento sulla questione della terra in Brasile. È un testo all’altezza delle aspettative?
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  • Ho letto e apprezzato il documento, che attualizza documenti precedenti (quello del 1980 e altri) e mostra chiaramente come la concentrazione di terra sia aumentata in Brasile, condannando il popolo a una maggiore povertà, alla dipendenza dal commercio internazionale, alla distruzione della natura, alla crisi dell’acqua e via dicendo. Il documento rivela l’appoggio chiaro e profetico dei vescovi ai lavoratori senza terra, agli indigeni, ai quilombolas, alle comunità ribeirinhas e a quelle dei pescatori. Fa appello ai poteri esecutivo, legislativo e giudiziario perché rispettino la Costituzione e garantiscano in maniera efficace un’autentica giustizia nei campi, attraverso un’ampia e profonda Riforma Agraria.
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  • In questa ultima versione è caduto il riferimento esplicito ai movimenti sociali dei campi, a cominciare dal Movimento dei Senza Terra. Qual è la ragione?
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  • Non ho seguito le discussioni all’interno dell’Assemblea della Cnbb e mi dispiace che sia mancato un appoggio più concreto ed esplicito a quanto di meglio vi sia in Brasile in termini di movimenti sociali. Ma la cosa più importante è che le stesse denunce espresse dal Mst, le stesse analisi della realtà, gli stessi propositi di lotta siano presenti nel documento, per quanto in un linguaggio più episcopale.
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  • Quali sono i punti più deboli?
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  • Personalmente, ritengo che il documento sia un vero studio sulla questione della terra e assuma una posizione corretta di fronte alla realtà. Mi domando, però, a chi sia concretamente rivolto. Ai ricchi e ai latifondisti, perché si convertano? Al governo, perché cambi politica e passi a dialogare con gli oppressi? A chi parlano i vescovi? Tanto il governo quanto i grandi proprietari di terra conoscono già tutto quello che afferma il documento. E non cambieranno certo posizione in virtù delle parole dell’episcopato. D’altro lato, il settore a cui i vescovi avrebbero potuto parlare più chiaramente - che è quello dei membri della Chiesa stessa, preti e operatori di pastorale - credo non leggerà un così impegnativo documento di studio. Penserà: non è stato fatto per noi. E così si continuerà a portare avanti una pastorale autoreferenziale, rivolta solo al proprio interno. È un peccato. Tra i vescovi che hanno approvato il documento, quanti, tornati alle proprie diocesi, entreranno in contatto con le organizzazioni coinvolte nella questione della terra? Non lo so, ma spero vivamente che il documento venga utilizzato al meglio.
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  • Pur senza mai nominare la presidente Dilma, il documento rivolge chiare critiche al suo governo, rispetto alla sua «inerzia» in relazione ad una soluzione vera e definitiva dei crescenti conflitti fondiari; all’abbandono del programma di insediamenti e più in generale alla completa paralisi della Riforma Agraria, ad un orientamento di politica economica che concede massima priorità all’esportazione di materie prime, accentuando la dipendenza del Paese dai mercati internazionali; all’opzione per l’agrobusiness come fattore proponderante di equilibrio nella bilancia commerciale in conseguenza della priorità concessa allo sviluppo economico, tale da «oscurare persino i progressi ottenuti con la distribuzione di reddito operata dai programmi sociali»; all’«inaccettabile» rifiuto di considerare l’acqua come diritto fondamentale della persona, ecc. Le parole dei vescovi riusciranno a esercitare una pressione sul governo, tanto più in un anno elettorale com’è il 2014?
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  • In altre epoche, le parole dell’episcopato avevano una maggiore capacità di incidere. Attualmente, non mi pare che questo avvenga. Sotto il governo Lula, i vescovi si sono pronunciati contro progetti costosissimi come quello della deviazione delle acque del fiume São Francisco e quello della diga di Belo Monte, che distrugge parte della regione amazzonica ed espelle dalle loro terre varie comunità indigene. Ma non è servito a niente: i progetti faraonici vengono comunque portati avanti. Non vedo nella presidente Dilma alcuna sensibilità o preoccupazione relativamente alla promozione della riforma agraria e alla risoluzione delle questioni sociali nei campi: con i senza terra, con i popoli indigeni, con i quilombolas. Il suo interesse prioritario è dialogare con l’agrobusiness e la sua unica preoccupazione è di natura elettorale: allo scopo di farsi rieleggere è diventata ostaggio di partiti conservatori come il Pmdb (Partito del Movimento Democratico Brasiliano) e il Pp (Partito Progressista), che sono partiti dei latinfondisti e dell’agrobusiness.
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  • Non manca forse nel documento un approccio più ecumenico?
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  • In Brasile, vi sono altre Chiese cristiane (quella luterana, quella anglicana e quella presbiteriana unita) che lavorano con i contadini e con gli indigeni. In passato, i vescovi si sono riuniti con i pastori e hanno emesso dichiarazioni firmate dai rappresentati di varie Chiese, ottenendo in tal modo maggiore forza e offrendo una buona testimonianza a contadini e indios appartenenti a Chiese diverse o a nessuna di queste. Mi dispiace che in questo documento non appaia alcun riferimento al lavoro di altre Chiese e che non sia stato cercato un appoggio ecumenico. Ciò detto, però, ringrazio Dio per questo documento e mi rallegro che i vescovi brasiliani lo abbiano approvato.
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  • I vescovi parlano di «opzione preferenziale per i poveri ferma e irrevocabile, ma non esclusiva né escludente»: in un documento che prende comunque posizione in maniera netta sulla questione della terra, non è strano trovare un’espressione come questa, da sempre utilizzata per ridimensionare la portata rivoluzionaria della Teologia della Liberazione? Credi sia legata all’impianto del documento, interamente basato sulla Dottrina Sociale della Chiesa?
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  • Penso che l'aggiunta all'espressione “opzione per i poveri” di aggettivi come preferenziale, non esclusiva e non escludente derivi da una lettura non storica delle ragioni della povertà. Tale visione idealistica e scarsamente dialettica contraddice l'analisi chiara e corretta della prima parte del documento. È come se si dicesse: siamo d'accordo con la lotta per la giustizia e contro la violenza, ma senza impedire all'oppressore di continuare ad opprimere e senza prendere posizione affinché l'iniquità abbia termine. Credo che anche in questo caso i vescovi si rivolgano più alla Curia romana che al popolo brasiliano. È ora che si torni all'ecclesiologia del Concilio Vaticano II, quella delle Chiese locali in comunione tra loro: un'esigenza che sembra rispondere anche al desiderio dell’attuale papa.
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  • 4) Il nostro sogno comune, intervento CNBB al congresso MST (febbraio 2014)
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  • di Guilherme Werlang
  • Fin dalla sua creazione, la Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb) si è impegnata a esprimersi profeticamente e in modo fermo e propositivo su temi pertinenti alla realtà brasiliana. (…).
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  • Più di 30 anni fa, nel 1980, la XVIII Assemblea Generale della Cnbb approvò il 1º documento della Chiesa in Brasile sulla questione agraria, dal titolo “La Chiesa e i problemi della terra”. Già in precedenza, tuttavia, singoli vescovi avevano pubblicato lettere pastorali a favore della realizzazione della riforma agraria. La difficile situazione in cui vivevano i lavoratori e le lavoratrici dei campi interpellava la Chiesa ed esigeva il suo impegno e la sua parola. Così, il 22 giugno del 1975, è stata creata la Commissione Pastorale della Terra (Cpt), dalla quale sono poi nati diversi movimenti sociali legati alla questione agraria. Per mezzo della Cpt, e grazie alla sua voce profetica, l’ingiustizia sociale e la violenza nei campi sono state denunciate dinanzi allo Stato brasiliano e presso organismi internazionali. Ed è stato ancora per mezzo della Cpt che il Mst e altri movimenti contadini hanno potuto contare sull’appoggio necessario e solidale della Chiesa, nel rispetto dell’indipendenza e della libertà di entrambe le parti, rispetto ai metodi, alle ideologie e ai principi evangelici e dottrinali.
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  • Da allora, la società brasiliana ha attraversato molte trasformazioni e importanti cambiamenti politici, a cominciare dalla fine della dittatura militare e dal processo di ridemocratizzazione del Paese, culminato con la promulgazione della Costituzione Federale, nel 1988.
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  • Nella prossima Assemblea Generale della Cnbb, fissata per maggio, verrà approvato un nuovo documento ufficiale, dal titolo “Chiesa e questione agraria all’inizio del XXI secolo”: un messaggio dei vescovi per il popolo di Dio e la società in generale, elaborato in comunità di fede, ai fini di un annuncio profetico e di una denuncia delle gravi ingiustizie ancora in corso contro i “popoli della terra, dell’acqua e delle foreste”. La riforma agraria, sempre promessa, non è stata la priorità di nessuno dei governi democratici che si sono succeduti. La definizione di un limite massimo della proprietà è ancora quasi un’utopia, un sogno che potrà realizzarsi solo attraverso una legge di iniziativa popolare.
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  • Questo VI Congresso Nazionale del Mst, che celebra i 30 anni dalla sua nascita, avviene in un momento grave per il nostro Paese. La proprietà della terra continua a essere concentrata nelle mani di pochi; il nuovo Codice Forestale è molto al di sotto di quanto auspicato dalla Chiesa e dai piccoli agricoltori; la nostra popolazione ingerisce veleni anziché alimenti e acqua. Respiriamo pesticidi e prodotti tossici. Le imprese transnazionali si stanno appropriando della nostra biodiversità e delle sementi. Tutta la catena produttiva è nelle mani di pochi gruppi transnazionali a servizio del grande capitale. La violenza nei campi è aumentata e lo Stato è tanto veloce a punire i poveri e a criminalizzare i movimenti sociali quanto è lento a punire i grandi proprietari e gli stessi mandanti degli omicidi di leader contadini, indigeni e quilombolas.
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  • I nostri fratelli indigeni, quilombolas e delle comunità tradizionali attraversano una difficile situazione, di fronte al tentativo di indebolire le garanzie costituzionali del loro diritto su questi territori. (…). Si punta ora a riformare la Costituzione trasferendo al Congresso, che è sotto il dominio della Bancada Ruralista, il potere di realizzare nuove demarcazioni di terre. Se da un lato si sono registrati alcuni passi avanti nell’affermazione dei diritti umani, dall’altro si assiste a un aumento dei conflitti sociali. È una realtà che preoccupa tutti noi, Chiese e movimenti sociali. Non è questo il Brasile che vogliamo. Come è emerso dalla riflessione condotta dalla Cnbb insieme alla società nella 5ª Settimana Sociale Brasiliana, dobbiamo ricostruire lo Stato perché sia al servizio dei cittadini e delle cittadine e non del capitale e dei suoi detentori.
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  • Il Mst ha segnato la storia del Brasile negli ultimi trent’anni con la sua resistenza e la sua ostinazione nella denuncia di un modello ingiusto e nell’annuncio di un’altra possibilità di relazione con la terra e tra i soggetti sociali. Ci rallegra il fatto che molti operatori laici di pastorale, religiose, religiosi, preti e vescovi abbiano contribuito a costruire la storia del Mst e di altri movimenti sociali, mossi non da ideologie, ma dalla fede e dalla parola del Vangelo, e che anche oggi portino avanti la loro militanza. Questo cammino non sarà dimenticato, ma resterà iscritto nella mente e nei cuori di coloro che (…) sognano un Brasile migliore per tutti e per tutte.
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  • Chiediamo che i compagni e le compagne del Mst abbiano il coraggio di portare avanti questa lotta. E che, in questo cammino, si aprano al dialogo con i nuovi attori sociali, con altri protagonisti che lottano per un Brasile migliore. Che abbiano l’umiltà di riconoscere anche i propri errori metodologici, i quali in nulla inficiano le conquiste e gli ideali della lotta. Che si uniscano agli alleati storici nella prospettiva di accumulare forze nel processo. (…).
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  • Esprimiamo il nostro appoggio e la nostra solidarietà nei confronti del Mst in questi 30 anni di storia, al di là del fatto di non averne condiviso, in alcuni momenti, tutti i metodi e le posizioni. Vi ringrazio per il contributo dato alla lotta per la condivisione e la giustizia sociale, principio della fede cristiana e del pieno esercizio della cittadinanza. In tutto ciò che è giusto secondo i principi del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa, cammineremo insieme nella costruzione di un Brasile democratico, libero e senza corruzione.