Incontro dei movimenti popolari in Vaticano 27/29 ottobre 2014 (8 articoli di Claudia Fanti)

  • 0. Quando il Papa diventa un alleato (24 ottobre)
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  • 1. Per una lotta senza frontiere. Aperto l'incontro (27 ottobre)
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  •  2. La parola agli esclusi. La riflessione dei movimenti popolari su Terra, Pane e Casa (27 ottobre)
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  • 3. STEDILE, RADIOGRAFIA DELLA REALTA’ IN 20 PUNTI (27 ottobre)
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  • 4 - incontro con il Papa (28 ottobre) La lotta, una benedizione per l'umanità. I movimenti popolari incontrano il papa

  •   5   Il posto della Chiesa è con il popolo. Prosegue il dibattito all'incontro dei movimenti popolari (28 ottobre)

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  • 6  -   Dalla resistenza all’appropriazione del potere politico.
L’invito di Evo Morales ai movimenti popolari

 (28 ottobre)

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  • 7 -  Senza organizzazione nessuna conquista. Le proposte di azione dell'incontro dei movimenti popolari (29 ottobre)

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  • Claudia Fanti - Adista
  • 24 ottobre
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  • Quando il papa diventa un alleato.
  • Incontro dei movimenti popolari in Vaticano
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  • Sono in tanti, tra i movimenti popolari, a ritenere che papa Francesco possa diventare un prezioso alleato nella lotta, mai come oggi tanto ardua, contro il capitale. E che tale possibilità non vada in alcun modo sprecata era già risultato chiaro in occasione del workshop “Emergenza Esclusi”, promosso in Vaticano il 5 dicembre 2013 dalla Pontificia Accademia delle Scienze, in collaborazione con l’Università Lumsa e il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e con l’inedita presenza di due rappresentanti dei movimenti sociali, Juan Grabois della Confederazione dei Lavoratori dell’Economia Popolare e João Pedro Stedile del Movimento dei Senza Terra-Via Campesina: un avvenimento, definito dai due leader «senza precedenti», in cui le organizzazioni popolari avevano potuto far sentire la propria voce in Vaticano, evidenziando la necessità «di comprendere le cause della moltiplicazione degli esclusi nel mondo, anziché concentrarsi esclusivamente sulle conseguenze».
  • L’«avvenimento senza precedenti» ha però anche un seguito, e un seguito di ben maggiore portata: un grande incontro mondiale dei movimenti popolari in Vaticano, dal 27 al 29 ottobre 2014, organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e da esponenti di vari movimenti, con l’appoggio esplicito del papa. «Siamo profondamente grati a papa Francesco – scrivono nel comunicato di presentazione dell’iniziativa Joao Pedro Stédile, Juan Grabois, Xaro Castelló (Movimento Mondiale dei Lavoratori Cristiani della Spagna) e Jockin Arputham (Slum Dwellers International) - per questa possibilità, una nuova dimostrazione del suo permanente accompagnamento e della sua vicinanza non solo verso chi soffre l’ingiustizia, ma anche nei confronti di quanti si organizzano e lottano per superarla».
  • Parteciperanno all’incontro (che si svolgerà il primo e il terzo giorno al Salesianum in Via della Pisana e il secondo giorno nell’Aula Vecchia del Sinodo) circa cento delegati di organizzazioni popolari di ogni parte del mondo (in rappresentanza dei contadini senza terra, degli indigeni, dei precari, dei lavoratori del settore informale e dell’economia popolare, dei migranti, di quanti vivono nelle periferie urbane e in insediamenti di fortuna, come pure di quanti lottano al loro fianco) e di numerosi vescovi dei diversi continenti e della Curia Romana (tra le presenze italiane, alcune delle quali piuttosto sorprendenti, Banca Etica, Associazione Trentini nel Mondo, il Comitato Amig@s Mst-Italia, Genuino Clandestino, la fabbrica recuperata Rimaflow e addirittura il Centro Sociale Leoncavallo). Ed è con tutti loro che dialogherà il papa il secondo giorno – alla presenza anche di Evo Morales, non però nella sua veste di presidente della Bolivia, ma in quella del leader popolare che è stato per tutta la vita – in linea con quella «cultura dell’incontro» che – come hanno evidenziato, durante la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa svoltasi presso la Sala Stampa della Santa Sede il 24 ottobre, Juan Grabois, il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e mons. Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali – è una delle cifre essenziali del pontificato di papa Francesco. Insieme alla centralità che con lui, in maniera inedita, assume la problematica dell’esclusione, come ha sottolineato mons. Sorondo ricordando le parole dell’Evangelii Gaudium: «Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali».
  • «Abbiamo compiuto un grande sforzo - ha spiegato Grabois - per garantire la presenza di dirigenti di organizzazioni rappresentative dei settori più impoveriti, più colpiti e più perseguitati, settori che vogliono ora parlare con la propria voce». Che devono essere – ha affermato da parte sua il card. Turkson  - protagonisti della propria vita, non semplici e passivi destinatari della carità o dei progetti altrui».  
  • Sarà, insomma, una sorta di Assemblea dei movimenti popolari, come quelle tenutesi durante i Forum Sociali Mondiali, ma nell’inconsueta e sorprendente cornice vaticana, allo scopo di individuare  le cause strutturali dell'esclusione e i modi per combatterle, tracciando nuovi cammini di inclusione sociale. E con un obiettivo preciso: quello della creazione di una sorta di coordinamento delle organizzazioni popolari, con il sostegno e la collaborazione della Chiesa.
  • Seguendo il metodo proprio della teologia latinoamericana del vedere-giudicare-agire (lungamente combattuto in Vaticano), l’incontro è organizzato per mettere a fuoco, il primo giorno, la realtà di esclusione attraverso le testimonianze dei partecipanti; per discernere, il secondo giorno, sulle questioni di emarginazione sociale alla luce dell’insegnamento di papa Francesco;  per individuare infine, il terzo giorno, gli impegni concreti da assumere. La riflessione si svolgerà attorno a tre grandi tematiche: Pane (lavoratori dell'economia informale, giovani precari e nuova problematica del mondo del lavoro); Terra (contadini, problematica ambientale e sovranità alimentare, agricoltura); Casa (insediamenti informali, abitazioni precarie e problematica delle periferie urbane). Più alcune sessioni parallele su Ambiente e Cambiamenti Climatici e Movimenti per la Pace. E sarà l’occasione per riflettere sul pensiero sociale di papa Francesco; per elaborare una visione comune attorno alle cause della crescente disuguaglianza sociale e dell’aumento dell’esclusione in tutto il mondo; per ragionare sulle esperienze organizzative dei movimenti popolari; per proporre soluzioni alternative ai problemi della guerra, della fame, della disoccupazione, dell’esclusione generati dal capitalismo finanziario e dalle transnazionali; per discutere, infine, la relazione dei movimenti popolari con la Chiesa, in vista della creazione di un’istanza di collaborazione permanente.
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  • Claudia Fanti 
  • Da Adista n. 38/14
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  • 1)PRI
  • 1.  27 ottobre
  • Per una lotta senza frontiere. Aperto l’incontro dei movimenti popolari in Vaticano
  • Che sia una lotta senza frontiere, come senza frontiere è l’offensiva del capitale: questa l’esigenza espressa in apertura dell’incontro globale dei movimenti popolari in Vaticano – Terra, Labor, Domus – promosso, dal 27 al 29 ottobre, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e da esponenti di vari movimenti, su esplicito invito di papa Francesco. Un incontro inteso come una grande esperienza di dialogo e di incontro, punto di partenza del processo di costruzione di una sorta di coordinamento delle organizzazioni popolari, con il sostegno e la collaborazione della Chiesa, come ha affermato il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, introducendo i lavori dinanzi ai delegati di organizzazioni popolari di circa 40 Paesi dei diversi continenti (in rappresentanza dei contadini senza terra, degli indigeni, dei precari, dei lavoratori del settore informale e dell’economia popolare, dei migranti, di quanti vivono nelle periferie urbane e in insediamenti di fortuna, come pure dei loro alleati) e a numerosi vescovi di varie parti del mondo e della Curia Romana. Un incontro, ha spiegato il cardinale, che non può non richiamarsi all’insegnamento di Giovanni XXIII, il quale “voleva che la Chiesa tenesse le finestre spalancate sul mondo”, in maniera da poterci guardare dentro e da vedere così “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”, nella convinzione che “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco” nel cuore dei discepoli di Cristo. E, a distanza di quasi 50 anni dalla chiusura del Concilio, “è questo – ha evidenziato Turkson – il motivo principale per cui vi abbiamo invitato qui”, rispondendo all’esortazione rivolta dal papa alla Chiesa e al mondo tutto ad ascoltare il grido dei poveri e degli esclusi, i quali devono essere, ha sottolineato il cardinale, “non semplici e passivi destinatari di elemosine altrui”, ma artefici della propria vita, protagonisti della ricerca di una vita più dignitosa e di un diverso modello di sviluppo.   
Un protagonismo di cui i rappresentanti dei movimenti presenti hanno dato senz’altro grande prova, raccontando le proprie esperienze di lotta e di liberazione, in base al programma del primo giorno dei lavori, quello destinato a mettere a fuoco la realtà di esclusione attraverso le testimonianze dei partecipanti, secondo il metodo, proprio della teologia latinoamericana, del vedere-giudicare-agire. E se - come ha sottolineato, nel suo discorso di introduzione, Juan Grabois, della Confederazione dei Lavoratori dell’Economia Popolare – a molti dei presenti (per i quali non era scontato neppure uscire dal proprio quartiere, e tanto meno dal proprio Paese o addirittura dal proprio continente) deve risultare “quasi surreale” fare ingresso in Vaticano, “questo – ha affermato - non è che il segno dei venti di cambiamento che non soffiano solo sulla Chiesa, ma su tutto il mondo”, portando la voce dei movimenti di quel popolo degli esclusi che “chiede ora di essere ascoltato” e di diventare “artefice della costruzione del proprio destino”. Ed è un auspicio comune a tutti quello a cui vuole rispondere questo incontro dei movimenti popolari: che a nessuno manchi la terra, un lavoro e un tetto sulla propria testa, “tre diritti sacri, tre diritti elementari che tuttavia, sempre di più, vengono sottratti a una parte maggioritaria dei nostri popoli”, calpestati da “un mostro idolatrato come un dio, il dio Denaro, a cui tutto viene sacrificato, compresa la natura e compresa la dignità degli esseri umani.   
Ma è stato un vescovo congolese, mons. Fridolin Ambongo, il primo a entrare nel cuore della realtà di esclusione, denunciando il passaggio distruttivo del dio Denaro nel continente africano, considerato a livello globale una sorta di “riserva di risorse naturali da cui tutti possono attingere”, come se non esistessero abitanti, come se si trattasse di “una terra di nessuno”. E se i regimi politici locali sembrano fare di tutto per alimentare il dilagante “afropessimismo”, calpestando ogni regola democratica e mettendo a tacere la voce dei popoli, è dal punto di vista economico che meglio si comprende la realtà di esclusione africana: “l’economia del continente – ha spiegato – è essenzialmente centrata sullo sfruttamento delle risorse naturali senza valore aggiunto e destinate alle esportazioni. Uno sfruttamento, accompagnato da conflitti e violenze, di cui sono massimamente responsabili le multinazionali, le quali preferiscono però passare attraverso il circuito mafioso degli sfruttatori locali – a cui sono peraltro lasciate appena le briciole -, in un lunga catena simile a una nebulosa su cui diventa difficile far luce”. Un quadro reso ancora più grave dai cosiddetti aiuti umanitari, il cui effetto è quello di inondare i mercati africani con riso e mais a un costo assai più basso di quello locale, “con la conseguente rovina dell’agricoltura contadina”. Vi sono, è vero, ha concluso Ambongo, persone che lottano per la giustizia e la dignità, ma “il problema dell’Africa, è che non presenta movimenti popolari organizzati come in altre parti del mondo, ma solo timide iniziative di organizzazione. Per questo la nostra presenza qui può rappresentare una benedizione per il Continente: siamo qui per imparare dagli altri”.   
  • Claudia Fanti - Adista
  • 2  (27 ottobre)
  • La parola agli esclusi. La riflessione dei movimenti
  • popolari su Terra, Pane e Casa
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  • Si è svolta attorno a tre grandi tematiche - Terra
  • (contadini, problematica ambientale e sovranità
  • alimentare, agricoltura); Pane (lavoratori dell'economia
  • informale, giovani precari e nuova problematica del mondo
  • del lavoro); Casa (insediamenti informali, abitazioni
  • precarie e problematica delle periferie urbane) - la
  • riflessione del primo giorno dell’incontro globale dei
  • movimenti popolari, dedicato al compito di mettere a fuoco
  • la realtà di esclusione attraverso le testimonianze dei
  • partecipanti (secondo il metodo latinoamericano del
  • vedere-giudicare-agire). E a prendere la parola sono stati
  • i/le rappresentanti del popolo degli esclusi, a cominciare
  • dalla cilena Luz Francisca Rodriguez, di Via Campesina
  • Internazionale, la quale ha espresso nel suo intervento
  • tutto l’orgoglio dell’identità contadina, della
  • missione – la più nobile che vi sia - di garantire
  • alimenti sani per tutta l’umanità, proteggendo al
  • contempo la Madre Terra (e persino mitigando il
  • riscaldamento globale). Ma anche denunciando l’avanzata
  • senza freni del capitale sulle campagne - l’accaparramento
  • della terra, dell’acqua, delle risorse naturali, sempre
  • più concentrate nelle mani di poche transnazionali, le
  • stesse, ha affermato, che “prima ci fanno ammalare e poi
  • ci vendono i farmaci con cui curarci” -; la mancanza di
  • adeguate politiche agrarie da parte dei governi, i quali, al
  • contrario, costruiscono ponti d’oro alle grandi imprese;
  • il disprezzo nei confronti delle conoscenze e delle culture
  • contadine, delle millenarie prassi di cura e di scambio
  • delle sementi; il ruolo di una scienza al servizio del
  • capitale, disposta persino a mettere a repentaglio la vita,
  • attraverso per esempio l’imposizione delle colture
  • transgeniche. “Ci troviamo di fronte – ha affermato –
  • a un processo di massiccia distruzione della vita, a una
  • strategia diretta non più ad alimentare l’umanità, ma
  • ad aumentare i profitti. Ma noi continuiamo a resistere, a
  • difendere la nostra funzione sociale, che è quella di
  • alimentare i nostri popoli; a custodire il sogno di
  • continuare ad essere contadini e contadine al servizio del
  • buen vivir”. Ed è in questo che consiste il paradigma
  • della sovranità alimentare, il diritto dei popoli, cioè,
  • a decidere in materia di agricoltura e di alimentazione,
  • puntando sulla produzione locale per il mercato locale, la
  • produzione sostenibile di alimenti su piccola scala che,
  • sola, permetterebbe di rigenerare i suoli, di risparmiare
  • combustibile e di ridurre il riscaldamento globale, dando
  • lavoro a milioni di agricoltori, pescatori e piccoli
  • allevatori. La sovranità alimentare, ha affermato la
  • rappresentante di Via Campesina, “è principio di vita,
  • diritto alla terra, all’acqua, alle sementi, alle nostre
  • conoscenze, alle nostre forme culturali di produzione”.
  • Perché, ha concluso, “non possiamo più accettare che
  • anche una sola persona in questo mondo soffra la fame”.
  • Del resto, come ha sottolineato, il contadino indiano
  • Kommara Thimmarayagowda Gangadhar della Krrs (Karnataka
  • State Farmers Union), l’Agricoltura non è solo
  • un’attività economica, ma una cultura del mondo, non
  • offre solo la sicurezza del lavoro, ma preserva la salute
  • umana, e protegge la natura per l’umanità presente e per
  • quella futura. “La mia responsabilità come cittadino
  • globale – ha concluso – è custodire la terra per le
  • generazioni future”.
  • E a prendersi cura dell’ambiente sono anche i raccoglitori
  • e riciclatori dei rifiuti (“quanti sopravvivono con i
  • rifiuti dell’umanità, come ha evidenziato mons. Luis
  • Infanti, vescovo di Haysén, nella Patagonia cilena), sulla
  • cui lotta per l’inclusione sociale si è soffermato
  • Sergio Sanchez, della Federazione argentina dei cartoneros e
  • dei riciclatori: una lotta comune ai venditori ambulanti, ai
  • lavoratori delle fabbriche recuperate e in fondo a tutta la
  • classe lavoratrice e a tutta l’umanità, perché
  • “tutti – ha detto – chiediamo le stesse cose: terra,
  • casa, lavoro”.
  • In questo quadro non sono mancate sollecitazioni alla
  • Chiesa, quella Chiesa che, come ha affermato il mozambicano
  • Agostinho Bento dell’Unione nazionale dei contadini del
  • Mozambico, ha taciuto sui programmi della Banca Mondiale e
  • del Fondo Monetario Internazionale, e che non si è opposta
  • come avrebbe dovuto allo sfruttamento da parte delle
  • multinazionali. Quella Chiesa che egli ha invitato ad agire
  • concretamente a favore del popolo spogliato delle sue
  • risorse.
  • E non ha risparmiato critiche all’istituzione
  • ecclesiastica neanche Jockin Arputham, leader di Slum
  • Dwellers International, il quale vive in uno slum di Mumbai,
  • lottando contro gli sgomberi delle comunità: “La Chiesa
  • parlava di giustizia sociale, ma quando sono arrivati gli
  • sgomberi, in India come in Kenya e in Cambogia, non ha fatto
  • nulla, per non ‘mischiarsi con la politica’”, ha
  • denunciato Arputham, ringraziando tuttavia il papa per aver
  • invitato in Vaticano, finalmente, i rappresentanti, e
  • soprattutto le rappresentanti, delle persone che lottano e
  • che spesso pagano questa lotta con la vita. Una lotta che
  • può essere a volte anche semplicemente per ottenere dei
  • bagni, di fronte al dramma che può rappresentare il fatto
  • di avere una toilette per 800 persone in una baraccopoli di
  • 500mila abitanti. “Il mondo non cambia – ha concluso –
  • se i poveri non si organizzano unendo le loro forze e
  • dicendo basta con le elemosine. Come ci hanno insegnato gli
  • antenati, se si lotta si otterrà latte e miele, se non si
  • lotta non si conquisterà un bel niente”.
  • Non si può tuttavia parlare di Terra, di Pane e di Casa,
  • senza affrontare il nodo dell’emergenza ambientale e
  • climatica, “un problema che – come ha sottolineato
  • l’esperto di cambiamenti climatici Veerabhadran Ramanathan
  • – si trasformerà ben presto in un disastro”. Se in
  • appena 30-40 anni abbiamo cambiato il clima più che negli
  • ultimi 2 milioni di anni, non è tuttavia troppo tardi, si
  • è detto convinto Ramanathan, per risolvere il problema:
  • occorre però operare profondi cambiamenti nel nostro
  • atteggiamento nei confronti della natura e nei confronti gli
  • uni degli altri, in una mobilitazione che non può fare a
  • meno dell’aiuto dei leader religiosi. E’ un problema,
  • peraltro, che chiama fortemente in causa la giustizia, dal
  • momento che, ha evidenziato, i tre miliardi di poveri che
  • contribuiscono alle emissioni di gas ad effetto serra per
  • meno del 5% sono anche quelli che pagheranno maggiormente le
  • conseguenze del riscaldamento globale. E a indicare i veri
  • colpevoli ci ha pensato Silvia Ribeiro dell’Etc Group,
  • ricordando come l’1% più ricco dell’umanità
  • controlli quasi il 50% della ricchezza globale e come al 70%
  • della popolazione mondiale resti meno del 3% delle
  • ricchezze. Ma è la stessa classifica dei Paesi
  • responsabili del più alto livello di emissioni
  • climalteranti a chiarire la situazione: se per quantità di
  • emissioni la Cina, con il 23%, batte gli Stati Uniti,
  • responsabili del 15,5%, a livello pro-capite gli Usa non
  • hanno concorrenti (17 tonnellate contro le 5,4 della Cina).
  • Per non parlare delle responsabilità storiche, che vedono
  • gli Stati Uniti dominare la classifica degli inquinatori a
  • tal punto che le loro emissioni, da sole, superano quelle
  • dei cinque Paesi che seguono (Unione Europea, Cina, Russia,
  • Giappone e Canada). E colpevole è anche il sistema
  • agroindustriale, responsabile dal 44 al 57% delle emissioni
  • di gas ad effetto serra, a cui è chiamata sempre più ad
  • opporsi quell’agricoltura contadina a cui già spetta il
  • merito di alimentare il 70% della popolazione mondiale.
  • “Gli esperti chiamano Antropocene l’attuale fase
  • planetaria, per sottolineare l’impatto dell’umanità
  • sulla vita della Terra. Non sono d’accordo: quella attuale
  • – ha concluso Silvia Ribeiro - è l’era della
  • plutocrazia, quella in cui 85 miliardari, da soli, consumano
  • risorse quanto la metà della popolazione mondiale”.
  • Claudia Fanti - Adista
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  • 3. 27 ottobre  - STEDILE, RADIOGRAFIA DELLA REALTA’ IN 20 PUNTI
  • 3
  • Nel segno del pessimismo della ragione (nell’analisi della
  • realtà), ma senza  dimenticare l’ottimismo della
  • volontà (nel modo di pensare il futuro e le alternative):
  • è così, con un richiamo ad Antonio Gramsci da parte del
  • leader del Movimento dei Senza Terra del Brasile e di Via
  • Campesina Joao Pedro Stedile che si è conclusa la prima
  • giornata - dedicata all’analisi della realtà -
  • dell’incontro globale dei movimenti popolari in Vaticano,
  • "Terra, Labor, Domus".  E’ stato il leader dei senza terra
  • a indicare, in una sorta di sintesi del dibattito della
  • giornata, alcune idee centrali “come radiografia della
  • realtà su cui – ha detto – portare avanti la nostra
  • riflessione, con l’ausilio di papa Francesco e di Evo
  • Morales, per poi trarne proposte concrete di impegno”.  
  • Ma ecco i 20 punti centrali evidenziati da Stedile:
  •  
  • 1. Un’offensiva senza eguali del capitale nazionale e
  • internazionale, diretto ad appropriarsi delle risorse
  • naturali che dovrebbero invece appartenere a tutta
  • l’umanità, specialmente attraverso lo sfruttamento
  • minerario e la costruzione di centrali idroelettriche e
  • nucleari: un problema di enorme portata per l’umanità,
  • non solo in termini di distribuzione di ricchezze, ma anche
  • di perdita di sovranità su tali risorse.
  • 2. L’appropriazione delle sementi che devono invece essere
  • riconosciute come patrimonio dell’umanità e in
  • particolare l’imposizione di sementi transgeniche
  • combinata con l'uso di veleni agricoli, con la conseguente
  • distruzione della biodiversità.
  • 3. Una crisi ambientale di portata incalcolabile, che mette
  • a repentaglio la vita stessa del pianeta - con conseguenze
  • gravissime soprattutto sui tre miliardi di persone più
  • povere – come frutto di un modello energetico fallimentare
  • a cui si può cercare di porre rimedio in appena 30 anni.
  • 4. La mercificazione degli alimenti da parte di non più di
  • 50 imprese transnazionali che controllano l’intera catena
  • agroalimentare, a fronte della presenza di 900 milioni di
  • persone che soffrono la fame.
  • 5. Un dilagante processo di precarizzazione del lavoro, con
  • attacchi sistematici da parte del capitale ai diritti dei
  • lavoratori, in un processo che riguarda tutti i nostri Paesi
  • e che produce fasce di disoccupazione addirittura fino al
  • 50% della popolazione giovanile.
  • 6. La crescita vertiginosa di pratiche legate al lavoro
  • schiavo, alla prostituzione forzata, alla migrazione
  • forzata, al genocidio dei popoli: pratiche che si
  • configurano come crimini contro l’umanità.
  • 7. La crescita della concentrazione della proprietà della
  • terra, della ricchezza (il 40% della quale si trova nelle
  • mani di appena 147 imprese, mentre al 70% dell’umanità
  • non resta che spartirsi un misero 2,9%), nonché dei mass
  • media e persino dei poteri dello Stato.
  • 8. Il dominio dell’impero statunitense, con i suoi alleati
  • del G8, esercitato con il potere del dollaro,
  • dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, dei Trattati
  • di Libero Scambio, dei mezzi di comunicazione e naturalmente
  • attraverso la sua macchina di guerra, che impone gli
  • interessi Usa al resto dell’umanità.
  • 9. Il ricorso a guerre stupide e inaccettabili, meri
  • pretesti che rispondono agli interessi economici, energetici
  • e geopolitici dei capitalisti.
  • 10. Il profondo deficit democratico degli organismi
  • internazionali, incapaci di presentare soluzioni adeguate ed
  • efficaci.
  • 11. L’assenza di un processo realmente democratico nella
  • maggior parte dei Paesi, resa evidente dallo svuotamento dei
  • processi elettorali, dalla mancanza di una vera
  • partecipazione popolare, dalla clamorosa inutilità della
  • democrazia borghese rappresentativa.
  • 12. I limiti delle politiche pubbliche dei governi, incapaci
  • di curare gli interessi popolari al di là di mere
  • politiche compensatorie.
  • 13. La trasformazione della città in un inferno, a causa
  • della speculazione immobiliare, del moltiplicarsi delle
  • favelas, dell’imposizione di un modello di trasporto
  • centrato sull’automobile privata, a scapito di un
  • trasporto pubblico e collettivo.
  • 14. La violenza istituzionalizzata contro i poveri,
  • praticata da paramilitari, narcotrafficanti e forze di
  • polizia.
  • 15. La trasformazione del potere giudiziario in uno
  • strumento di difesa degli interessi del capitale.
  • 16. L’ampliamento della discriminazione nei confronti
  • delle donne, dei giovani, degli emarginati, della comunità
  • Lgbt, delle diversità religiose.
  • 17. Il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione,
  • capaci di trasformare in merce persino la coscienza.
  • 18. La manipolazione della scienza al servizio del capitale.
  • 19. La diffusione di una cultura mercificata basata sui
  • falsi valori dell’egoismo, del consumismo e
  • dell’individualismo, a cui si accompagna una crisi
  • progettuale della stessa classe lavoratrice, spesso esposta
  • ai disvalori imposti dai mezzi di comunicazione e dalla
  • cultura globalizzata.
  • 20. La debolezza delle organizzazioni popolari, parte di un
  • processo di riflusso dei movimenti di massa, i quali,
  • tuttora fermi ad una fase di protesta, si rivelano incapaci
  • di costruire progetti di società che rappresentino gli
  • interessi dei lavoratori.  
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  • Claudia Fanti - Adista
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  • 4 28 OTTOBRE (incontro con il Papa)
  • La lotta, una benedizione per l'umanità. I movimenti
  • popolari incontrano il papa
  •  
  • E’ culminata nell’incontro con papa Francesco, nella
  • cornice dell’Aula Vecchia del Sinodo, la seconda giornata
  • dei lavori dell’incontro dei movimenti popolari in
  • Vaticano “Terra, Labor, Domus”, dedicata alla
  • riflessione sulle cause strutturali dell’esclusione
  • (secondo atto nello schema latinoamericano del vedere,
  • giudicare, agire). Un intervento, quello del papa, che ha
  • preso avvio dal riconoscimento del protagonismo dei poveri,
  • i quali, ha sottolineato, non sono solo coloro che soffrono
  • l’ingiustizia, ma anche coloro che lottano contro
  • l’ingiustizia, che non aspettano passivamente gli aiuti
  • degli organismi internazionali, che non attendono da altri
  • soluzioni che non arriveranno mai, che non si lasciano
  • anestetizzare ma rivendicano il loro protagonismo oltre i
  • processi della democrazia formale.  E sono, i poveri, anche
  • coloro che sperimentano tra loro quella solidarietà che la
  • nostra società ha in gran parte dimenticato. Una
  • solidarietà, ha proseguito papa Francesco, che va vissuta
  • in termini di comunità e che comporta una lotta contro le
  • cause strutturali della povertà, contro gli effetti
  • distruttori dell’impero del denaro. Che, cioè, è "un
  • modo di fare la storia", quello che per l’appunto fanno i
  • movimenti popolari.  “Voi avete i piedi nel fango, sapete
  • di polvere di strada, di popolo, di lotta. Senza di voi,
  • tutti i buoni propositi dei discorsi ufficiali rimangono
  • lettera morta”, ha proseguito il papa, denunciando quelle
  • strategie di contenimento che fanno dei poveri “esseri
  • addomesticati e inoffensivi”.  E’ dal movimento dei
  • popoli, soprattutto dei poveri e dei giovani, che si alza
  • “il vento della promessa che ravviva la speranza di un
  • mondo migliore”.
  • Questo incontro, ha evidenziato, esprime l’anelito
  • concreto verso quei “diritti sacri” che devono essere
  • garantiti a tutti: terra, casa, lavoro.  E a chi dice che
  • “il papa è comunista” non si può non ricordare che
  • “è questo il fulcro del Vangelo”.
  • Al principio, ha sottolineato il papa soffermandosi sul
  • primo di questi “diritti sacri”, Dio ha creato
  • l’essere umano come custode del creato. Un compito che
  • viene sistematicamente tradito con lo sradicamento di tanti
  • contadini e contadine, con l’accaparramento di terre, con
  • la deforestazione, con l’appropriazione delle fonti
  • d’acqua, con l’uso dei veleni agricoli, con la
  • speculazione finanziaria sugli alimenti, con la
  • trasformazione del cibo in merce: pratiche che espongono le
  • comunità rurali al rischio di estinzione. Contro tutto
  • ciò, il papa ha dichiarato con forza che “la fame è un
  • crimine”, “l’alimentazione è un diritto
  • inalienabile”, “la riforma agraria è non solo una
  • necessità politica, ma un obbligo morale”.
  • E il secondo dei diritti sacri è la casa, quella casa che
  • dovrebbe essere tutt’uno con la famiglia, e che poi si
  • apre alla dimensione comunitaria del quartiere, lì dove
  • comincia a edificarsi la famiglia umana. Eppure, ha
  • ricordato, le città che conosciamo, nel momento stesso in
  • cui offrono tutti i servizi possibili a una minoranza ricca,
  • negano un tetto a migliaia e migliaia di abitanti, chiamati
  • elegantemente “persone di strada”:  è incredibile –
  • ha notato il papa, riferendosi alla necessità di una vera
  • integrazione urbana come risposta allo sradicamento e
  • all’emarginazione  – quanto proliferino gli eufemismi
  • nel mondo dell’ingiustizia. E come, dietro a ogni
  • eufemismo, si nasconda sempre un crimine.  Basti pensare
  • alle tristi immagini degli sgomberi forzati, così simili a
  • “immagini di guerra”.
  • Infine, il lavoro: “Non esiste peggiore povertà
  • materiale di quella che impedisce alle persone di
  • guadagnarsi il pane”, come conseguenza di un sistema
  • economico che pone gli interessi privati al di sopra della
  • persona e dell’umanità, e come espressione di una
  • cultura dello scarto che trasforma l’essere umano in un
  • bene di consumo, spingendo ai margini bambini e anziani,
  • perché non produttivi, e sacrificando un’intera
  • generazione di giovani, tagliata inesorabilmente fuori dal
  • sistema di lavoro (in Italia la percentuale di
  • disoccupazione giovanile supera il 40% e in altri Paesi
  • oltrepassa la soglia del 50%), in nome di un sistema che
  • mette al centro il dio Denaro.  Un’aggressione a cui in
  • tanti rispondono reinventandosi un’occupazione
  • nell’ambito dell’economia popolare e del lavoro
  • comunitario e questo, ha detto il papa, “non è solo
  • lavoro, è poesia”.
  • Ma papa Francesco non poteva neppure evitare di parlare di
  • pace – “stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a
  • rate”, ha spiegato  – e di difesa di “sorella madre
  • terra” dal sistematico saccheggio della natura diretto a
  • sostenere il ritmo frenetico dei consumi e dal riscaldamento
  • climatico che colpisce soprattutto le persone più
  • vulnerabili. Il creato - ha concluso il papa rimandando alla
  • sua prossima enciclica sull’ecologia, che, ha detto,
  • “darà espressione alle vostre preoccupazioni” – non
  • è un bene di cui disporre liberamente né tantomeno una
  • proprietà di una minoranza, ma un dono dato da Dio
  • all’essere umano, perché ne abbia cura e ne faccia uso
  • con rispetto e gratitudine.
  • E, per finire, un’esortazione ai movimenti popolari,
  • perché continuino a organizzarsi e a coordinarsi tra loro,
  • rivitalizzando le nostre democrazie, in maniera che non vi
  • sia più nessun contadino senza terra, nessuna famiglia
  • senza casa, nessun lavoratore senza diritti. “Continuate a
  • lottare – ha concluso – perché la vostra lotta è una
  • benedizione per l’umanità”.
  •  
  • Claudia Fanti – Adista
  •  
  •  
  • 5 – 28 OTTOBRE
  •  
  • Il posto della Chiesa è con il popolo. Prosegue il
  • dibattito all'incontro dei movimenti popolari
  •  
  • Non smette di sorprendere l'incontro dei movimenti popolari
  • in Vaticano "Terra, Labor,  Domus": dopo l'apprezzatissimo
  • discorso del papa, si è svolto, nell'Aula Vecchia del
  • Sinodo, un dibattito inimmaginabile fino a poco tempo fa, in
  • cui il riferimento alla lotta dell'Esercito Zapatista di
  • Liberazione Nazionale per un mondo "con giustizia e
  • dignità" - espresso da Victor Hugo Lopez Rodriguez,
  • indigeno messicano del Centro Bartolomé de las Casas - è
  • stato accompagnato dalla memoria di martiri a lungo mal
  • visti in Vaticano, primo fra tutti mons. Oscar Romero, più
  • volte ricordato dai rappresentanti dei movimenti. E in cui,
  • a fronte di una profonda simpatia per papa Francesco, non
  • sono mancate critiche all'istituzione ecclesiastica: al
  • ruolo da questa giocato nel passato, nei confronti per
  • esempio dei popoli indigeni, e nel presente, riguardo, ad
  • esempio, al sostegno prestato al colpo di Stato in Honduras,
  • sulle cui conseguenze si è soffermata un'appassionata
  • lettera consegnata a papa Francesco dal Copinh (Consejo
  • civio de organizaciones populares e indigenas de Honduras) e
  • letta in plenaria dalla dirigente Berta Caceres: "Vogliamo
  • che in  Honduras - si legge nella lettera - rinasca una
  • Chiesa impegnata con i più impoveriti e le più
  • impoverite, come aspiravano i nostri santi e i nostri
  • martiri, da p. Guadalupe Carney a mons. Romero, non con
  • cardinali che concedono la loro benedizione a colpi di Stato
  • e a sistemi di potere che perseguitano quanti percorrono il
  • cammino di liberazione all'interno della stessa Chiesa".
  • Dove il riferimento è chiaramente al card. Rodriguez
  • Maradiaga, ribattezzato dal suo popolo, all'epoca del colpo
  • di Stato, "cardinale golpista" o "cardeMal", per il suo
  • aperto appoggio al regime golpista, e poi scelto da papa
  • Francesco per presiedere il gruppo di cardinali incaricato
  • di elaborare un progetto di riforma della Curia.
  • Sull'accompagnamento dei movimenti popolari da parte della
  • Chiesa si è soffermato invece il gesuita Michael Czerny,
  • del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, il quale,
  • interrogando i movimenti riguardo alle loro aspettative
  • sulle forme di accompagnamento ecclesiale, ha posto
  • l'accento sulla necessità di "trovare la strada insieme".
  • Ma anche al gesuita è stata posta, dall'indigeno maya
  • guatemalteco Daniel Pascual, una domanda precisa: quale
  • importanza i vescovi attribuiscono realmente alla realtà
  • del mondo? Il loro ruolo è forse simile a quello
  • esercitato dai tanti preti assassinati, da vescovi martiri
  • come mons. Gerardi o mons. Romero?
  • E a Czerny ha risposto anche lo spagnolo José Antonio
  • Vives Ruiz: "Chiedere cosa può fare la Chiesa per noi - ha
  • affermato - è già un modo per creare distanza. La Chiesa
  • deve stare con il popolo, deve condividere le sofferenze
  • delle persone che si sentono sconfitte e alle quali, con il
  • suo accompagnamento, può ridare forza. Se la Chiesa sta
  • con il popolo, sa bene di cosa questo ha bisogno".   
  • Ma a concludere il dibattito è stato l'argentino Juan
  • Grabois, della Confederazione dei lavoratori dell'economia
  • popolare, sottolineando quattro principi fondamentali per la
  • lotta dei movimenti: "il tempo vale di più dello spazio",
  • nel senso che è più importante avviare o consolidare
  • processi che occupare spazi di potere; "l'unità è
  • superiore al conflitto", il quale non deve essere ignorato,
  • ma risolto in vista dell'azione da portare avanti; "il tutto
  • viene prima della parte", contro ogni tentazione
  • individualistica; "la realtà - infine - è superiore
  • all'idea", affinché si possa continuare a lavorare insieme
  • trovando convergenze e generando nuovi linguaggi, senza fare
  • concessioni sul piano delle convinzioni ma compiendo uno
  • sforzo per "rendere compatibili le diverse forme di
  • percepire la realtà".
  •  
  •  
  • 6 28 OTTOBRE (MORALES)
  •  
  •  
  • Dalla resistenza all’appropriazione del potere politico.
L’invito di Evo Morales ai movimenti popolari

Se una delle grandi sfide dei movimenti popolari è, come
ha evidenziato Margaret Archer, presidente della Pontificia
Accademia delle Scienze Sociali, quella di tradursi in
“forma legittima di governo”, secondo il principio di
“una democrazia partecipativa che trasmetta dal basso
verso l’alto le esigenze dei poveri”, nessuno era più
indicato di Evo Morales, leader cocalero diventato
presidente della Bolivia, per affrontare la questione. Ed
è proprio con le sue parole che si è conclusa la seconda
giornata dell’incontro dei movimenti popolari “Terra,
Labor, Domus”, dedicata alla riflessione sulle cause
strutturali dell’esclusione: “non c’è nulla di
sacro nel capitalismo”, il “parto malato
dell’umanità”, in quanto, “nelle sue mani, tutto
diventa merce, e si vende e si compra la vita stessa”. Ma
è sull’esperienza di rifondazione della Bolivia che si
è soffermato Morales, evidenziando la necessità per i
movimenti di passare dalla fase della resistenza a quella
dell’appropriazione del potere politico, dalla lotta
sociale alla lotta elettorale, in nome di una democrazia che
rappresenti gli interessi del popolo e non del mercato - non
è certo un caso che il Ministero del Lavoro sia passato
dalle mani di un imprenditore a quelle di un operaio - e che
sia dominata non dalla logica della maggioranza e della
minoranza, ma da un processo decisionale fondato sul
consenso. Un’appropriazione del potere politico che
immediatamente si traduce, come appunto dimostra il caso
boliviano, nella rinuncia alla guerra, “massimo spreco di
vita”, come l’ha definita Morales (“dopo una guerra
– ha detto – la vita non torna mai più ad essere la
stessa”), e nella promozione di una cultura della pace. Ed
è questo rifiuto di ogni invasione - la forma di guerra
che l’America Latina conosce così bene, avendola subita
innumerevoli volte - che ha portato all’espulsione
dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Bolivia: dove
c’è un ambasciatore Usa c’è un golpe, scherzano
spesso i latinoamericani, e se negli States non c’è mai
un colpo di Stato è proprio perché non hanno un
ambasciatore statunitense. Sono sempre dei pretesti, ha
evidenziato Morales, a giustificare l’intervento militare
a stelle e strisce: se non è il terrorismo, sono i diritti
umani o il narcotraffico. E che quello del narcotraffico
sia appena un pretesto lo ha mostrato chiaramente il governo
boliviano, riducendo - senza violenza e senza conflitti,
solo offrendo altre opzioni di vita - la superficie
destinata alla coltivazione della coca da 32mila ettari a
23mila.
E, dopo la rifondazione politica, quella economica, a
cominciare dalla nazionalizzazione delle risorse naturali:
se lo sfruttamento degli idrocarburi portava prima nelle
casse dello Stato appena 300 milioni di dollari, ora sono
più di 5 miliardi di dollari quelli su cui può contare
il Paese, una cifra consistente che ha permesso di
sradicare l’analfabetismo, contrastare l’abbandono
scolastico e migliorare i servizi di base, che, ha insistito
Morales, non devono mai ridursi ad un affare privato. Senza
contare l’avvio di un processo che, dall’esportazione di
materie prime senza valore aggiunto, sta promuovendo, per la
prima volta, l’industrializzazione del Paese, per muovere
poi il passo successivo, quello della promozione di
un’economia della conoscenza. 
Infine, la difesa della Madre Terra, la Pacha Mama, il
nostro pianeta ammalato di capitalismo: non si può
accettare, ha detto, che la Terra sia ridotta a semplice
merce, comprata e venduta in base alle leggi del mercato. E
ha ammonito: il pianeta può continuare ad esistere senza
di noi, ma noi non possiamo vivere senza la Terra, il nostro
focolare, la nostra casa comune. Da qui l’impegno del
governo per un nuovo modello energetico, per la promozione
di un’agricoltura a conduzione familiare e per
l’incremento del consumo di prodotti locali, come pure la
lotta contro i transgenici e la speculazione finanziaria
sugli alimenti.

Claudia Fanti – Adista
  •  
  •  
  • 7 -  29 OTTOBRE
  • Senza organizzazione nessuna conquista. Le proposte di
  • azione dell'incontro dei movimenti popolari
  •  
  • Ancora sotto l’impatto delle parole pronunciate da papa
  • Francesco durante la seconda giornata dell’incontro
  • “Terra, Labor, Domus” - di momento storico ha parlato
  • non a caso Ignacio Ramonet, sottolineando come qualcosa stia
  • cambiando nella Chiesa, e stia cambiando “nella direzione
  • giusta” – i movimenti popolari riuniti in Vaticano hanno
  • affrontato l’ultima giornata dei lavori, quella dedicata
  • alle proposte di azione. Ma l’ultimo giorno ha offerto
  • anche l’occasione di ascoltare il racconto di molte
  • esperienze di resistenza e di lotta, come quella vissuta da
  • Rebecca Thomas Kedari, del sindacato indiano KKPKP, per
  • migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei
  • raccoglitori e riciclatori di rifiuti (“Siamo i veri
  • difensori dell’ambiente”, ha affermato con orgoglio) o
  • quella portata avanti tra innumerevoli ostacoli (in quanto
  • la protesta si paga spesso e volentieri con la prigione) dai
  • lavoratori del settore informale in Cambogia, su cui si è
  • soffermato Heng Sam Orn, sottolineando la necessità di
  • promuovere, incessantemente e instancabilmente, processi di
  • organizzazione popolare, unendo le forze e facendo sentire
  • la propria voce a livello internazionale. Perché – è
  • stato sottolineato da più parti – senza organizzazione
  • non c’è lotta, e senza lotta non ci sono conquiste, e
  • dunque non ci sono neppure cambiamenti.
  • Forte e chiara è risuonata la voce del popolo curdo, sulla
  • cui lotta si sono soffermati Abdullah Aysu, della
  • Confederazione contadina della Turchia, e Yilmaz Orkan di
  • Kurdish Networks, il quale ha invitato alla creazione di una
  • coalizione internazionale dei popoli contro la guerra.
  • E non poteva non farsi sentire la voce della Palestina,
  • attraverso l'intervento di Suha Jarrar, della Union of
  • Agricultural Work Committees, che, denunciando la brutale
  • colonizzazione israeliana, si è soffermata sulla lotta per
  • la sovranità alimentare e per la riforma agraria come la
  • forma più efficace di resistenza. Una resistenza che si
  • scontra, tuttavia, non solo con gli attacchi sistematici
  • sferrati da Israele nella Striscia di Gaza e nei Territori
  • Occupati, ma anche con i complicati meccanismi burocratici
  • israeliani, con il muro di separazione che ha strappato ai
  • contadini i loro campi, con le confische di terra, quella
  • più fertile, per l’espansione degli insediamenti
  • illegali, con le discriminatorie politiche idriche
  • (l’accesso all’acqua da parte dei palestinesi è non a
  • caso uno dei più bassi del mondo intero) e persino con lo
  • sradicamento di 800mila ulivi, quegli ulivi così
  • essenziali per l'economia e l'identità della Palestina.
  • Cosicché, ha spiegato Suha Jarrar, “rivendicare la
  • sovranità alimentare e la giustizia ambientale, difendendo
  • a ogni costo il legame con la propria terra, significa già
  • di per sé lottare contro la colonizzazione”. Ed è una
  • lotta che può contare ora su uno strumento straordinario
  • di resistenza: la campagna internazionale di boicottaggio,
  • disinvestimento e sanzioni, finalizzata a mettere fine
  • all’apartheid e all’occupazione israeliana.
  • Ma anche nel Nord del mondo non mancano gli ostacoli alla
  • resistenza dei contadini e delle contadine, come ha spiegato
  • dettagliatamente Dena Hoff, della National Family Farm
  • Coalition degli Stati Uniti, riferendosi non solo ai
  • cambiamenti climatici, ma anche all’offensiva delle
  • transnazionali agroalimentari (prima fra tutte la Monsanto)
  • o alla costruzione di grandi e distruttive opere come
  • l’oleodotto Keystone XL per il trasporto del petrolio
  • estratto dalle sabbie bituminose canadesi. E come ha
  • chiarito anche Giovanni Pandolfini del movimento italiano
  • Genuino Clandestino (rete di persone, gruppi informali e
  • associazioni che praticano in Italia l’agricoltura
  • contadina, "quell’agricoltura a piccola scala che tutela
  • la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri
  • viventi"): “I contadini in Italia – ha sottolineato -
  • sono stati cancellati. La nostra bella campagna è stata
  • trasformata in un deserto”, soffocata dal cemento o
  • ricoperta da sterminate monoculture su cui lavorano
  • “grandi squadre di nuovi schiavi”, quando non
  • semplicemente abbandonata.
  • L’ultimo giorno dei lavori è stato tuttavia
  • caratterizzato soprattutto dall’elaborazione e dalla
  • discussione dei documenti finali dell’incontro, quelli ad
  • uso interno come pure la Dichiarazione finale dell'incontro
  • dei movimenti popolari (che può essere letta sul sito
  • www.movimientospopulares.org). Né è mancata una sintesi
  • di tutto il dibattito svoltosi nell’ultimo giorno,
  • affidata a Joao Pedro Stedile e a Paola Estrada e articolata
  • attorno ai tre ambiti tematici della terra, del lavoro e
  • della casa.
  • Così, rispetto alla Terra, il proclama “non vi sia
  • nessun contadino senza terra” va affiancato a quello
  • “nessun popolo senza il suo territorio”. Tutti i popoli
  • hanno diritto alla sovranità sui loro territori e sulle
  • loro risorse naturali. I movimenti popolari sono chiamati a
  • lottare per una Riforma Agraria Popolare, integrale,
  • democratica, centrata sulla sovranità alimentare,
  • sull’accesso universale all’acqua, sul controllo delle
  • sementi, sull’agroecologia, sulla produzione di alimenti
  • sani per tutto il popolo. Come pure a lottare contro i
  • transgenici e i veleni agricoli e contro i progetti minerari
  • di cui è noto il catastrofico impatto sui popoli e
  • sull'ambiente.
  • E poi, sviluppando il principio "non vi sia nessun
  • lavoratore senza diritti", occorre lottare perché tutti
  • abbiano diritto a un lavoro degno e a un reddito tale da
  • garantire una vita dignitosa, perché si promuova
  • l'organizzazione di tutti i lavoratori del settore informale
  • oggi dispersi e disorganizzati, perché a tutti vengano
  • riconosciuti i diritti del lavoro e perché tutti possano
  • trovare lavoro nei propri luoghi di vita, senza essere
  • costretti ad emigrare. Ma i movimenti sono anche chiamati a
  • lottare contro ogni forma di discriminazione e ogni forma di
  • schiavitù, a denunciare la subordinazione di Stati,
  • governi e sindacati agli interessi delle transnazionali, a
  • rafforzare legami di solidarietà tra i lavoratori per
  • affrontare al meglio il potere delle grandi imprese, ad
  • appoggiare l'occupazione delle fabbriche e ogni forma di
  • produzione solidale e cooperativa.
  • In base quindi al principio "non vi sia nessuna famiglia
  • senza una casa dignitosa", i movimenti si impegnano, tra
  • l'altro, a trasformare le periferie degradate in spazi
  • comunitari di solidarietà e buen vivir, a combattere la
  • speculazione finanziaria e immobiliare, a promuovere
  • processi di autogestione cooperativa, a impedire qualsiasi
  • sgombero dovuto al mancato pagamento dell'affitto o di
  • un'ipoteca, a lottare per il diritto al ritorno di tutte le
  • popolazioni sfollate, a difendere occupazioni collettive di
  • edifici e di terreni inutilizzati per risolvere il problema
  • della casa.
  • Accanto a questi, altri impegni sono stati proposti dai
  • rappresentanti dei movimenti, come la costruzione delle
  • scuole di formazione politica per elevare il livello della
  • coscienza politica della base, la creazione di una rete di
  • solidarietà che consenta di mobilitarsi contro ogni caso
  • di ingiustizia e di persecuzione in qualsiasi Paese del
  • mondo, la collaborazione con tutte le tradizioni religiose
  • per coscientizzare il popolo sulla necessità
  • dell'organizzazione, il ricorso all'insegnamento di papa
  • Francesco per diffondere tra i popoli l'esigenza di lottare
  • per i cambiamenti necessari nel mondo, la promozione di
  • nuovi modi di consumo e di nuovi stili di vita, in maniera,
  • ha evidenziato Stedile, che "nessun lavoratore insegua il
  • sogno di diventare un piccolo borghese".
  • Infine, l'accento dei delegati è stato posto sulla
  • necessità di continuare a riunire i settori organizzati in
  • lotta per la terra, il lavoro e la casa, di creare una
  • piattaforma di comunicazione tra i partecipanti per la
  • promozione di azioni comuni, di organizzare un incontro dei
  • movimenti ancora più ampio e più articolato, di
  • mantenere un dialogo continuo con papa Francesco in vista
  • della creazione di un’istanza di collaborazione
  • permanente.
  •  
  • Claudia Fanti - Adista
  •  
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