Nutrire il pianeta, ma come? Seminario del 30/10/2014

  • Nutrire il pianeta. Ma come?  L’agricoltura italiana a confronto con Via Campesina  (seminario 30/10/2014)
  •  Da Adista n. 42/14, di Claudia Fanti
  • È uno slogan che ha tutto il sapore della beffa quello di Expo 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita”: oltre mille ettari di terreno agricolo cementificati per l’occasione - in un Paese che, negli ultimi 40 anni, ha già perso 5 milioni di ettari di superficie agricola (pari al territorio occupato dalla Lombardia, dalla Liguria e dall’Emilia Romagna) - indicano in maniera assai chiara come non sia propriamente l’alimentazione la vera priorità del grande evento milanese. Di sovranità alimentare, e del modello di agricoltura che la rende possibile, si è invece parlato durante il seminario promosso il 30 ottobre scorso alla Camera dei deputati per iniziativa del Comitato Amig@s Mst-Italia e del vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera Adriano Zaccagnini, con la presenza del leader del Movimento dei Senza Terra del Brasile João Pedro Stédile, all’indomani dell’incontro dei movimenti popolari in Vaticano che lo ha visto tra i principali protagonisti, e della dirigente dell’Associazione nazionale delle donne rurali e indigene del Cile Luz Francisca Rodríguez (anche lei tra i relatori dell’incontro in Vaticano). Un’utile occasione di confronto tra gli operatori del mondo agricolo italiano e i movimenti dei Senza Terra e di Via Campesina, durante il quale è stato ribadito un fermo no agli organismi geneticamente modificati, non senza evidenziare che, se in Italia esiste il divieto delle coltivazioni transgeniche, grandi quantità di mangime a base di soia e di mais ogm giungono comunque nel nostro Paese dall’America Latina e dagli Stati Uniti. E non senza ricordare, come ha fatto Zaccagnini, la minaccia rappresentata anche per l’agricoltura dal Ttip, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti che Unione Europea e Stati Uniti stanno negoziando nella più assoluta mancanza di trasparenza e nel segno della più completa deregolamentazione.
  • «La senatrice a vita Elena Cattaneo – ha ricordato lo storico Piero Bevilacqua, curatore della Storia dell’Agricoltura italiana in età contemporanea (Marsilio editore) – ha perorato con grande vigore la causa degli ogm, affermando che l’assenza di sperimentazione in campo aperto non permette all’Italia di competere con gli altri Paesi del mondo. Ma – si è interrogato Bevilacqua – è questo il terreno su cui l’agricoltura italiana – un’agricoltura collinare e costituita prevalentemente da piccole aziende - è chiamata a competere?». Si tratta di un’agricoltura, ha proseguito lo storico, caratterizzata da una varietà straordinaria di climi, di assetti idrografici, di ecosistemi, da quelli alpini a quelli subtropicali della Sicilia e della Calabria meridionale, che hanno permesso alle piante di tutto il mondo di acclimatarsi, producendo una grande biodiversità agricola. Ed è dall’eccezionale incrocio fra la diversità degli habitat naturali che attraversano la penisola e l’ampiezza cosmopolita della storia in cui è stata immersa che discende la ricchezza senza eguali dell’alimentazione italiana. Una ricchezza che, malgrado i colpi mortali inferti dalla nascita dell’agricoltura industriale nel secondo dopoguerra, occorre difendere, valorizzare e riproporre, perché è «nella varietà e nella qualità», nel «carattere non standardizzato dei prodotti», che riposa il futuro della nostra produzione agricola. E per farlo, ha continuato Bevilacqua, non si può prescindere dalla tutela dei nostri paesaggi agrari, gran parte dei quali costituisce «un monumento storico all’aperto, un luogo di produzione, ma anche di bellezza, qualcosa che nessuna attività industriale potrà mai produrre». 
  • E sul fatto che l’Italia sia «costretta» a difendere e promuovere «una buona agricoltura», come suo unico possibile terreno di competizione, hanno concordato tutti, durante la tavola rotonda coordinata da Riccardo Rifici, funzionario del Ministero dell’Ambiente ed esperto di sostenibilità: da Stefano Masini, responsabile Ambiente e Territorio della Coldiretti, il quale non ha mancato di ricordare la necessità di contrastare i fenomeni di delocalizzazione delle agro-industrie, a Ivan Nardone della Cia (Confederazione italiana agricoltori), che ha evidenziato la necessità di puntare su modelli agricoli socialmente ed ecologicamente sostenibili, individuando nella multifunzionalità,  nella qualità e in un giusto reddito per gli agricoltori la base dell’agricoltura dell’oggi e del domani; da Giovanni Mininni, segretario generale della Flai (Federazione lavoratori agro-industria), che si è soffermato sulla presenza, nell’agricoltura italiana, di fenomeni di sfruttamento, di lavoro sottopagato e al nero, fino a «condizioni quasi medievali» di schiavitù, ad Andrea Ferrante dell’Aiab (Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica), il quale ha posto l’accento sui danni provocati dall’idea – fatta propria dalle associazioni agricole di categoria - che l’agricoltura non sia nient’altro che un’attività di impresa - con conseguente perdita della componente del paesaggio, della «capacità di relazionarsi con la natura», della centralità della figura contadina - indicando nel modello dell’agroecologia l’unica reale risposta alle politiche della terra in Italia, anche per non tradire le speranze dei giovani che fanno ritorno nelle campagne. E ricordando le responsabilità delle associazioni degli agricoltori nei negoziati sulla Pac, la contestatissima Politica agricola dell’Unione Europea, con i suoi 60 miliardi di euro pessimamente distribuiti in base alle dimensioni delle aziende: «I soldi pubblici non mancano – ha denunciato Ferrante -, è la qualità della spesa che lascia pesantemente a desiderare».
  • E al concetto di sovranità alimentare si sono richiamati João Pdero Stédile e Luz Francisca Rodríguez negli interventi che qui di seguito riportiamo (tratti da registrazione e non rivisti dagli autori), insieme a quello di Domenico Finiguerra del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio. (claudia fanti)
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  • La Sovranità alimentare, un principio di vita
  • Luz Francisca Rodríguez
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  • Non si può non riconoscere la straordinaria storia dell’agricoltura del vostro Paese e l’influenza che ha esercitato anche nei nostri. Del resto, le relazioni tra i popoli si sono svolte principalmente proprio attorno all’agricoltura e all’alimentazione: noi diciamo che le nostre sementi hanno viaggiato libere per il mondo, senza dover chiedere il permesso a nessuno. È così che è nata la ricchezza dell’alimentazione mondiale.
  • Dodici anni fa, a Roma, abbiamo lanciato una campagna mondiale in difesa delle nostre sementi contadine, delle pratiche millenarie attraverso cui le abbiamo custodite, migliorate, coltivate, scambiate. Pratiche che nel corso dei secoli si sono trasformate in diritti fondamentali e sacri per i popoli indigeni e contadini. Dodici anni fa denunciavamo il tentativo del capitale di controllare l’alimentazione mondiale e di distruggere la nostra cultura alimentare, evidenziando la necessità di difendere i semi perché è da qui che inizia la catena alimentare. Denunciavamo il fatto che le nostre sementi erano prigioniere dei “laboratori del male”, dove si sovvertono tutte le regole della natura per produrre semi sotto il dominio assoluto delle imprese. È dal dopoguerra che non fanno che ricoprirci di menzogne, proclamando che la rivoluzione verde, basata sui prodotti chimici, avrebbe potuto sfamare l’umanità, ma guardandosi bene dal riconoscere che in questo modo si potevano impiegare tutte quelle armi chimiche che non erano state usate durante la guerra. Viviamo in un mondo di menzogne, soprattutto riguardo ai modi di risolvere il problema della fame, che si è accentuato proprio a causa dei grandi interessi del capitale riguardo all’alimentazione, considerata un’enorme fonte di profitti: non possiamo smettere di mangiare.
  • Così oggi ci troviamo di fronte a una società spogliata della sua cultura alimentare, delle sue radici, della sua identità. Una società profondamente malata. L’agribusiness non ha lo scopo di alimentare l’umanità, ma solo di accrescere i profitti. E anche la nostra salute ne viene interessata: le transnazionali che ci fanno ammalare sono le stesse che poi ci vendono le medicine, le quali non servono neppure a curarci, ma solo a permetterci di continuare a lavorare. È estremamente grave l’attacco che oggi subiscono le nostre sementi.
  • A Roma abbiamo dichiarato i semi come patrimonio dell’umanità. Ma la Monsanto ne ha dedotto che, se sono patrimonio dell’umanità, vuol dire che ha il diritto di utilizzarli. E allora abbiamo avviato una profonda discussione grazie a cui abbiamo compreso che i semi devono essere considerati come patrimonio non dell’umanità, ma dei popoli indigeni e contadini, e che siamo noi a metterli al servizio dell’umanità per compiere quella che è la nostra funzione sociale: alimentare i popoli.
  • Sotto false promesse di maggiore produttività, benché le prove indichino il contrario, le imprese vogliono imporci le coltivazioni transgeniche contando sulla complicità di molti governi: dobbiamo opporci all’invasione nel mondo dei semi geneticamente modificati e dei semi terminator, detti anche semi suicidi, semi che finiranno per suicidare l’umanità. E mentre la scienza è stata sequestrata dal capitale affinché non conduca ricerche serie sugli effetti dei transgenici a breve e lungo termine, esistono anche studi di scienziati al servizio dell’umanità, alcuni dei quali hanno scritto al papa per sottoporgli la questione, offrendo le loro argomentazioni scientifiche per lanciare l’allarme sulla minaccia alla vita da parte di quelli che abbiamo chiamato laboratori del male. Le coltivazioni transgeniche sono una minaccia ai popoli contadini, alla sovranità alimentare, alla salute e alla biodiversità del pianeta. E quando i governi hanno posto l’accento sulla sicurezza alimentare basandola sulla garanzia del potere di acquisto, abbiamo dichiarato che l’alimentazione, in quanto diritto umano fondamentale, non poteva trasformarsi in una fonte di guadagno. E allora abbiamo proclamato la Sovranità Alimentare come principio di vita, come diritto fondamentale dei popoli a definire, sviluppare e preservare l’agricoltura contadina e la cultura alimentare, e come dovere dei governi di garantire il diritto all’alimentazione.
  • Siamo state in particolare noi donne a selezionare e custodire per secoli i semi e a realizzare questa magnifica opera di trasformazione degli alimenti: è per le nostre mani che passa gran parte della produzione degli alimenti che nutrono il mondo. La nostra, allora, è una lotta per la difesa della vita e, pertanto, una lotta per la difesa dei nostri sistemi agricoli contadini, i quali non solo preservano i nostri paesaggi, ma hanno anche il merito di combattere le cause del riscaldamento del pianeta: la vera agricoltura “climaticamente intelligente” è la nostra, centrata sul rispetto dei cicli naturali e su una relazione armoniosa con la biodiversità, non quella di cui parla la Fao, che non fa che aggravare la distruzione ambientale, aumentare il controllo delle transnazionali e intensificare gli attacchi alla nostra autonomia. E questa lotta per la sovranità alimentare  non è compito solo dei contadini ma di tutti: dobbiamo allearci con i più ampi settori della società per difendere il diritto all’alimentazione ed evitare che vengano messe fuorilegge le pratiche che hanno permesso la creazione e lo sviluppo dell’agricoltura.
  • Dobbiamo opporci agli organismi geneticamente modificati, denunciare il sequestro della scienza e della tecnologia da parte del capitale e riscattare i saperi che hanno sviluppato i nostri popoli indigeni e contadini. Il nostro alimento è un’opera collettiva, un patrimonio dei popoli al servizio dell’umanità.
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  • Contro il modello del capitale
  • João Pedro Stédile
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  • Il mondo è oggi dominato dall’egemonia del capitale finanziario e dalle transnazionali e ciò comporta in tutto il mondo l’imposizione del progetto delle transnazionali in agricoltura. Si assiste così a uno scontro permanente tra il progetto del capitale e quello dei lavoratori. Il progetto del capitale è caratterizzato da un processo di appropriazione privata di tutti i beni della natura nella ricerca ininterrotta del massimo profitto. E impone all’umanità un modello agricolo basato su monocolture a larga scala, sull’utilizzo delle sementi transgeniche e sul massiccio impiego di veleni agricoli. E questo perché l’obiettivo di tale progetto non è garantire alimenti, ma aumentare i profitti. E per farlo è necessario ampliare sempre di più la scala di produzione. Il nostro progetto, quello dei lavoratori e dei contadini, è esattamente il contrario: vogliamo produrre alimenti, creare vita nei campi, difendere la biodiversità. Vogliamo una policoltura, non monocolture. E vogliamo la sovranità alimentare, il principio secondo cui ogni popolo ha il dovere di produrre tutti gli alimenti di cui ha bisogno.
  • I governi difendono la sicurezza alimentare come mezzo per ampliare il commercio dei prodotti agricoli sotto il controllo delle imprese transnazionali. Ma noi diciamo che non basta dar da mangiare a chi ha fame: è necessario sviluppare politiche agricole tali da permettere a ogni Paese di produrre tutti gli alimenti di cui ha bisogno quel territorio. Ed è questa, del resto, la storia dell’agricoltura e dell’umanità: tutti i popoli sono andati avanti producendo da sé il proprio cibo. Chi dipende dagli alimenti prodotti da altri sarà uno schiavo di chi li vende. Ecco allora lo scontro permanente tra i due progetti. Sono due progetti antagonisti: è impossibile farli convivere. E questa è la lotta che stiamo portando avanti attraverso Via Campesina per offrire un’alternativa alla società: un’alternativa che significa produrre alimenti sani, senza impiegare veleni agricoli, secondo il modello dell’agroecologia; che significa permettere agli stessi produttori agricoli di appropriarsi della ricchezza che producono; che significa difendere la natura e la biodiversità.
  • Non basta, tuttavia, promuovere il nostro progetto, quello dell’agricoltura contadina e della sovranità alimentare: dobbiamo opporci a quello del capitale e dell’agribusiness. Dobbiamo, cioè, sconfiggere la Monsanto, la Bunge, la Cargill: in tutto il mondo, oggi, sono appena 50 le imprese che controllano l’intera catena alimentare, compresa l’acqua. E questa lotta di classe tra i due progetti attraversa tutta la società: il Parlamento, i mezzi di comunicazione, le Chiese, il Vaticano. Di modo che noi dobbiamo portare avanti questa lotta ideologica in tutti gli spazi possibili. Tenete presente che la Monsanto in Brasile ha distribuito volantini per bambini di 10 anni elogiando le bontà dei transgenici.
  • Per fortuna, abbiamo un alleato prezioso in questa lotta. E questo alleato è la natura, perché il progetto del capitale distrugge l’ambiente generando contraddizioni che risultano sempre più evidenti: il progetto del capitale concentra nelle proprie mani la terra, l’acqua, la produzione di alimenti, escludendo la maggioranza dei lavoratori agricoli; impiega massicciamente veleni agricoli, distruggendo la biodiversità; è responsabile delle emissioni di gas a effetto serra, provocando il cambiamento climatico. Posso riportare come esempio quello della città in cui abito, São Paulo. Cinque anni fa il governo brasiliano ha firmato un accordo con il governo statunitense per l’ampliamento della produzione di canna da zucchero destinata all’esportazione di etanolo: oggi lo Stato di São Paulo è un’ininterrotta distesa di canna da zucchero; 6 milioni di ettari di monocultura che hanno distrutto ogni altra forma di vita. All’inizio si pensava che fosse una cosa buona esportare etanolo per le automobili statunitensi, ma le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi: è da un anno che a São Paulo non piove. 14 milioni di persone non hanno più acqua: il governo ricorre al razionamento dell’acqua nella più grande città dell’emisfero sud.
  • E c’è anche un’altra contraddizione assai grave per l’umanità: quella legata alle malattie provocate dai veleni agricoli. In Brasile, diversi istituti di ricerca hanno dimostrato che la maggior parte dei casi di cancro è provocata dai pesticidi, a cominciare dal tumore al seno e da quello alla prostata. Si verificano ogni anno 500mila nuovi casi di cancro in Brasile, il 40% mortali. E la popolazione comincia a prendere coscienza del fatto che si tratta di una conseguenza degli alimenti contaminati. Per questo siamo ottimisti: il nostro è un progetto di vita, un progetto per tutta la società, e la natura ci aiuterà a sconfiggere il progetto del capitale, per quanto i parlamentari, compresi quelli di sinistra, possano dimostrarsi ciechi.
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