Ma quale successo? L’accordo di Parigi sul clima ci avvicina al collasso. Le posizioni di Via Campesina.

  • Ma quale successo? L’accordo di Parigi sul clima ci avvicina al collasso.
  • Tratto da: Adista Documenti n° 45 del 26/12/2015
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  • 1) Introduzione di Claudia Fanti
  • 2) Cop 21: solo menzogne di Silvia Ribeiro (ETC Group - Messico)
  • 3) VIA CAMPESINA - Clima: problema vero, soluzioni false
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  • DOC-2753. PARIGI-ADISTA. Salutato come un accordo di valore storico, celebrato con tutta la retorica di rito da governi e mezzi di comunicazione come un passo decisivo nella lotta al riscaldamento globale, come «un messaggio di vita» - così François Hollande - inviato «proprio da Parigi, che è stata colpita dalla morte un mese fa», il documento approvato il 12 dicembre scorso dalle 195 delegazioni presenti alla Cop21 (la Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), se è un passo decisivo, lo è casomai nella direzione opposta, quella della catastrofe planetaria.
  • È vero che è stato fissato «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi, puntando all'obiettivo di 1,5°C», il limite all'aumento della temperatura globale; che è stata decisa una revisione ogni cinque anni dei piani nazionali per il taglio delle emissioni climalteranti e che è stato ribadito (lo si era deciso già alla Cop16 di Città del Messico, ma evidentemente senza molta fortuna) l'impegno dei Paesi sviluppati - senza però specificare altro - a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno a favore dei Paesi in via di sviluppo da qui al 2020 (e non è poi molto, dal momento che il salvataggio delle banche statunitensi realizzato da Obama sembra sia costato 14mila miliardi di dollari), ma è anche e soprattutto vero che, per quanto l'accordo si definisca vincolante, non c'è nulla in realtà che vincoli gli Stati, dal momento che la riduzione delle emissioni - cioè l'elemento chiave dell'accordo - è decisa da ciascun Paese attraverso misure volontarie e non obbligatorie, senza alcun concreto strumento di controllo e di sanzione (e ciò soprattutto per accontentare gli Stati Uniti, il cui Congresso a maggioranza repubblicana liquiderebbe immediatamente l'accordo nel caso i tagli alle emissioni venissero imposti dall'esterno). Peccato che, come ha evidenziato la Via Campesina (organizzazione che raccoglie più di 200 milioni di contadini appartenenti a 180 organizzazioni di 73 Paesi del mondo), «quando si tratta di firmare gli accordi di libero commercio, gli Stati sanno assumere eccome impegni vincolanti», ma, si sa, è sempre «il denaro a dettare legge».
  • E c'è di più: se anche ciascun governo realizzasse davvero i tagli promessi, la temperatura salirebbe comunque di circa 3 gradi centigradi (se non di più), dunque il doppio del limite fissato. Per quanto le revisioni quinquennali dovrebbero in teoria servire proprio a rivedere al rialzo gli obiettivi di riduzione volontaria (i cosiddetti Indsc), per evitare di sforare il tetto del grado e mezzo, la prima verifica, prevista nel 2023, arriverà comunque troppo tardi, «quando – avverte l’associazione Ecologisti in Azione (www.ecologistasenaccion.org) – avremo già quasi emesso una quantità di gas a effetto serra tale da oltrepassare la soglia» fissata. E c’è anche chi, come Roberto Savio (Alai, 15/12), ritiene che già ora sia «troppo tardi per fermare il disastro che abbiamo provocato. Se - commenta - 20 anni fa, alla prima Conferenza sul clima a Berlino, il tema del riscaldamento globale fosse stato preso sul serio, avremmo avuto ancora tempo per farlo. Ma non ora, con la temperatura già salita di 1°C rispetto ai tempi preindustriali».
  • Dopo, insomma, oltre 20 anni di negoziati - il cui esito più evidente è stato quello di permettere, di conferenza in conferenza, un aumento delle emissioni del 50% - un accordo basato sulle “buone” intenzioni governative e su obiettivi di riduzione già in partenza totalmente insufficienti (e che oltretutto non entrerà in vigore prima del 2020) appare veramente un misero risultato. Si tratta di un documento, quindi, che di storico non ha proprio nulla, lasciando cadere nel vuoto, ancora una volta, gli appelli della società civile e anche dei leader delle religioni mondiali, uniti nella richiesta di un accordo forte e vincolante («Ogni anno – aveva dichiarato papa Francesco, di ritorno dal suo viaggio in Africa, a proposito della Cop21 – i problemi diventano più gravi. Siamo giunti al limite. Se posso usare una parola forte, direi che siamo al limite del suicidio»). E, soprattutto, lasciando ancora una volta inascoltata la voce dei più poveri, quelli che, pur avendo le minori responsabilità, soffrono le peggiori conseguenze del cambiamento climatico: non a caso, secondo il rapporto presentato dall'Oxfam a Parigi, il 10% della popolazione più ricca del pianeta è responsabile del 50% delle emissioni di anidride carbonica, mentre la metà più povera della popolazione mondiale – circa 3,5 miliardi di persone – ne produce solo il 10%. E completamente ignorata, a Parigi, è stata anche la questione dei rifugiati climatici, che, secondo le Nazioni Unite, potrebbero arrivare, nel 2050, a oltre 250 milioni.
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  • Obiettivi reali e false soluzioni
  • Tra le associazioni ambientaliste, tuttavia, emergono, a sorpresa, anche letture più ottimiste, come quelle di Legambiente e del Wwf («Il testo contiene elementi che creano la possibilità di rendere le azioni dei governi sempre più forti col passare del tempo, in termini di mitigazione, adattamento e finanza», ha dichiarato per esempio Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia). Stupisce anche il commento del direttore esecutivo di Greenpeace Kumi Naidoo, secondo il quale «vi sono molti punti nel testo che sono stati diluiti dai predatori del nostro pianeta», ma l'imperativo di contenere l'aumento della temperatura a 1,5°C «provocherà costernazione» tra le compagnie e i grandi esportatori di petrolio.
  • Eppure non si vede come l'industria petrolifera possa sentirsi costernata dal momento che il testo non fa alcun riferimento all'obiettivo della decarbonizzazione dell'economia, né alla necessità di mantenere sotto terra almeno il 50% delle riserve di combustibili fossili. Ma anzi, evidenziando la necessità di arrivare entro la seconda metà di questo secolo a un «equilibrio» tra emissioni climalteranti e rimozioni di gas a effetto serra attraverso fonti di assorbimento (come le foreste, ma non solo), apre chiaramente le porte anche a pericolose tecniche di geoingegneria come quella della cattura e dello stoccaggio di carbonio, che, come spiega bene la ricercatrice del Gruppo ETC Silvia Ribeiro (Alai, 13/12) nell'intervento che riportiamo qui di seguito, consentirebbe alle imprese di continuare a estrarre petrolio, «potendo oltretutto riscuotere crediti di carbonio per aver “catturato e sequestrato” gas a effetto serra».
  • Lo riconosce anche Bill McKibben, cofondatore dell’organizzazione ambientalista 350.org, affermando che se «i governi sembrano ora ammettere che l'era dei combustibili fossili deve giungere a termine, e subito», il potere dell'industria degli idrocarburi è comunque ben rispecchiato nel testo, il quale «prolunga la transizione in maniera tale da rendere ancora possibili infiniti danni climatici». Del resto, affermano in maniera anche più netta Gerardo Honty e Eduardo Gudynas del Claes (Centro Latino Americano de Ecología Social, Alai, 14/12), se i grandi esportatori di idrocarburi e le compagnie petrolifere hanno finito per celebrare l'accordo, è chiaro che «non si stanno ponendo limiti alla civiltà del petrolio».
  • Trovano invece spazio nel documento tutti i vari meccanismi di mercantilizzazione del clima già previsti nei precedenti round negoziali, come il “mercato del carbonio”, che permette a chi inquina di pagare altri perché puliscano, e la mercificazione delle foreste attraverso il meccanismo noto come Redd (Riduzione delle emissioni provenienti dalla deforestazione e dal degrado delle foreste nei Paesi in via di sviluppo): un pacchetto di “false soluzioni” al problema del riscaldamento climatico - su cui si sofferma Via Campesina nel documento riportato di seguito - il cui scopo è in realtà quello di impedire qualunque cambiamento al sistema di produzione e di consumo.
  • Aveva ragione dunque, tra molti altri, lo scrittore Carlos Taibo, uno dei più noti teorici e sostenitori del movimento della decrescita in Spagna, ad affermare che nulla c'era da aspettarsi dalla Cop21: «Sono fermamente convinto - scriveva alla vigilia della Conferenza (Comune-info, 30/11) - che nessuno dei problemi legati al cambiamento climatico e all’esaurimento delle materie prime energetiche, troverà una soluzione all’interno del capitalismo. E poiché l’intenzione di lasciarci alle spalle quest’ultimo è oggi minoritaria, la cosa più facile è che ci avviciniamo, a marce forzate, al collasso». Aggiungendo: «Il nostro dovere non può essere che quello di organizzarci dal basso, con l’autogestione, la demercificazione, la de-patriarcalizzazione, l’azione diretta e il reciproco sostegno», cercando «buone compagnie per il dopo collasso».
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  • 2) Cop21: solo menzogne di Silvia Ribeiro (ETC Group - Messico)
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  • Uno dei temi centrali della Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (Cop21) che si è chiusa lo scorso 12 dicembre a Parigi è stato quello della definizione di un limite massimo all'aumento della temperatura globale. I Paesi insulari e altri Paesi del Terzo Mondo avvertono da anni che non riuscirebbero a sopravvivere a un riscaldamento globale superiore a 1,5 gradi centigradi, in quanto il loro territorio scomparirebbe per effetto dell'aumento del livello del mare e di altri disastri. Ragioni più che fondate, a cui si aggiunge il fatto che non sono questi Paesi ad aver provocato il cambiamento climatico.
  • La temperatura globale media è aumentata di 0,85°C nell'ultimo secolo, e soprattutto negli ultimi 40 anni, a causa delle emissioni di gas a effetto serra come l'anidride carbonica, derivanti dall'utilizzo di combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), in particolare per la produzione di energia, per il sistema alimentare agro-industriale, per l'urbanizzazione e i trasporti. Se la tendenza attuale proseguirà, la temperatura potrà aumentare fino a 6 gradi centigradi alla fine del XXI secolo, con un impatto catastrofico che non è possibile prevedere.
  • Nel processo verso la Cop21 e fino all'inizio dei lavori, la bozza di documento al centro dei negoziati prevedeva l'impegno di fissare l'aumento della temperatura globale fino al 2100 a 2°C. Ma, a sorpresa, i Paesi del Nord, che sono i principali responsabili del caos climatico, a partire da Stati Uniti, Canada e Unione Europea, hanno annunciato durante la prima settimana della Conferenza che avrebbero sostenuto l'obiettivo del limite massimo di 1,5°C. Secondo i dati scientifici, ciò implicherebbe una riduzione delle loro emissioni di oltre l'80% entro il 2030, riduzione che i Paesi del Nord si rifiutano categoricamente di realizzare. Allora perché adesso dicono di accettare l'obiettivo di 1,5°C?
  • Com'era prevedibile, le loro motivazioni non sono limpide, occultando scenari che aggraveranno ancor di più il caos climatico: si tratta di legittimare il sostegno e i sussidi pubblici alle tecnologie di geoingegneria e ad altre altamente pericolose, per esempio l'energia nucleare, come pure lo sviluppo del mercato del carbonio e di altre false soluzioni.
  • Quale che sia l'obiettivo fissato, non comporterà alcun costo per chi continua a contaminare. La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite aveva accettato già prima della Cop 21 il fatto che i piani di riduzione delle emissioni non fossero vincolanti. Si tratta di “contributi previsti e determinati a livello nazionale”, cosicché ogni Paese si limita a dichiarare le proprie intenzioni anziché adottare impegni obbligatori. La somma dei “contributi” presentati da ciascun Paese entro lo scorso ottobre si tradurrebbe già in un aumento della temperatura da 3 a 3,5°C nel 2100. E questo non in base a quello che realmente faranno – che può essere molto meno di quanto annunciato – ma in base a quello che dichiarano. Dunque, per quanto il limite fissato sia “basso”, i piani reali sono dinanzi agli occhi di tutti e la catastrofe segue il suo corso.
  • Aver stabilito un limite apparentemente basso non cambia i piani presentati, ma fornisce a questi governi le “ragioni” per adottare tecniche di geoingegneria, come quella della cattura e dello stoccaggio di carbonio (CCS nella sigla in inglese): una tecnica, proveniente dall'industria petrolifera, in grado di assorbire CO2 dall'atmosfera e di “sequestrarla”, iniettandola a pressione elevata in riserve geologiche a grandi profondità, dove, secondo le industrie, rimarrebbe “per sempre”.
  • Tale tecnologia già esisteva sotto il nome di “recupero forzato di idrocarburi” o, in inglese, Enhanced Oil Recovery, potendo essere anche essere usata per il recupero assistito di quantità di idrocarburi presenti in giacimenti a grande profondità che non sarebbe possibile sfruttare né economicamente né tecnicamente. Ribattezzata come CCS (cattura e sequestro di carbonio), questa tecnologia viene ora presentata come una soluzione al cambiamento climatico. Così, i governi dovranno sussidiare gli impianti (per rispondere agli obiettivi della Convenzione) e le imprese potranno estrarre ancora più petrolio, potendo oltretutto riscuotere crediti di carbonio per aver “catturato e sequestrato” gas a effetto serra.
  • Ma questa tecnica nella realtà non funziona: esistono solo tre impianti operativi nel mondo, fortemente sussidiati con fondi pubblici, più alcuni altri previsti o già chiusi per fughe di gas o falle. Ciononostante, i governi e le industrie che la promuovono assicurano di poter “compensare” in questo modo l'aumento delle loro emissioni, per arrivare all'obiettivo di “emissioni nette zero”, o, come la chiamano ora, alla “neutralità climatica”. Dove lo scopo non è ridurre le emissioni, ma continuare a inquinare compensandole con tecnologia CCS, in modo che il totale risulterebbe zero. Assicurano inoltre che se a questo si aggiunge lo sviluppo di bioenergia su grande scala, con immense monocolture di alberi e piante per produrre “bioenergia”, e poi si seppellisce il carbonio prodotto (lo chiamano BECCS, bioenergia con CCS), si potrà persino arrivare a “emissioni negative”, con le quali potranno anche vendere la differenza ad altri Paesi. Un affare assai redditizio con cui i responsabili del cambiamento climatico continueranno a emettere gas a effetto serra con maggiori sovvenzioni di denaro pubblico. David Hone, della Shell, nel suo blog sul cambiamento climatico, sostiene apertamente la necessità di raggiungere l’obiettivo di 1,5°C, per promuovere così lo sviluppo di CCS, BECCS e altre tecniche di geoingegneria (blogs.shell.com).
  • Poiché queste tecnologie non funzioneranno, ma al contrario aggraveranno il cambiamento climatico, tra qualche anno ci proporranno altre tecniche di geoingegneria ancora più rischiose, come la manipolazione della radiazione solare. Già adesso, dobbiamo smontare le loro argomentazioni.
  • Non si tratta di ridurre emissioni, non si tratta di fissare un limite basso, non si tratta di affrontare il cambiamento climatico. Non sono “soluzioni”. Sono menzogne.
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  • 3) VIA CAMPESINA - Clima: problema vero, soluzioni false 
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  • 1. ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI (OGM)
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  • Una meravigliosa tecnologia con un duplice potere, la descrivono quanti ne promuovono l’utilizzo. Gli Ogm possono attenuare il cambiamento climatico, consentendo di ridurre l'uso di pesticidi, responsabile dell'emissione di una grande quantità di gas a effetto serra, e di lavorare meno la terra. E, quel che è più importante, lo sviluppo degli Ogm consentirebbe di ottenere piante resistenti alla siccità e alle inondazioni, garantendo così l'adattamento al cambiamento climatico!
  • Ma è veramente così?
  • Di fatto, la tolleranza degli Ogm a uno o a vari erbicidi o insetticidi crea rapidamente resistenze e adattamenti tali da determinare l'apparizione sui campi di numerose piante indesiderabili o nocive. Cosicché bisognerà utilizzare ancora più pesticidi per farvi fronte!
  • Quanto alla questione della lavorazione della terra, il punto è se viene o meno realizzata con l'approccio dell'agricoltura industriale, cioè ricorrendo o meno a sistemi senza rotazione delle colture e a base di enormi quantità di erbicidi. In Argentina, la mancata lavorazione del suolo nelle coltivazioni di soia Round Up Ready della Monsanto è legata alla distruzione di ettari di prato e boschi, che erano indispensabili serbatoi di anidride carbonica.
  • L'adattamento agli squilibri climatici è l'inganno supremo. Ciò che permette alla natura di adattarsi è la complessità genetica e una ricca biodiversità naturale, non la sua distruzione!
  • Gli Ogm appartengono a un sistema agroalimentare industriale che brevetta la vita, mette le mani sui saperi contadini, impedisce e distrugge le pratiche dell'agricoltura contadina ed emette grandi quantità di gas a effetto serra distruggendo il clima. Un ottimo modo di ottenere profitti con la scusa degli squilibri climatici, calpestando i diritti dei contadini!
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  • 2. GLI AGROCOMBUSTIBILI
  • Chi promuove queste false soluzioni li chiama “bio” combustibili. Si tratterebbe di una produzione che avrebbe il grande merito di ridurre la dipendenza dal petrolio e, pertanto, le emissioni di gas a effetto serra, generando energia a base vegetale, una risorsa che si presenta come illimitata, a differenza delle energie fossili!
  • Ma è veramente così?
  • In realtà, la produzione di agrocombustibili occupa grandi superfici agricole a danno della produzione alimentare. Migliaia di ettari di terre fertili sono state sottratte alla loro vocazione alimentare, mettendo in discussione il diritto alla sovranità alimentare delle popolazioni locali. L'espulsione dei contadini da queste terre, a volte in maniera violenta, rappresenta inoltre una negazione della dignità delle persone e dei loro diritti.
  • Poiché c'è sempre più bisogno di terre, le si cerca dappertutto e si decide persino di abbattere gli alberi dell'Amazzonia e di altre regioni. La distruzione di queste aree, spesso definite come serbatoi di carbonio, comporta l’emissione di grandi quantità di anidride carbonica. E a ciò si aggiunge un tipo di coltivazione ultra-intensiva, che richiede grandi quantità di prodotti chimici. Lasciamo perdere il prefisso “bio”…
  • Da ultimo, la crisi alimentare degli anni 2007-2008, con le rivolte per fame che l'hanno accompagnata, ce lo ha mostrato in maniera fin troppo evidente: avendo gli agrocombustibili provocato una fortissima pressione sul prezzo dei prodotti alimentari, le multinazionali hanno calcolato rapidamente i profitti che è possibile trarne. È il caso di evidenziare la forte presenza su questo mercato dell'impresa francese Sofiprotéol-Avril, diretta da Xavier Beulin (presidente del maggiore sindacato agricolo in Francia).
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  • 3. REDD+
  • «Riduzione delle emissioni prodotte da deforestazione e degradazione forestale», un obiettivo ambizioso e con un “più” che l'accompagna! Il meccanismo è semplice: i Paesi (o popolazioni locali, associazioni, ecc.) con importanti risorse forestali calcolano i costi economici legati alla mancata distruzione della foresta e alla quantità di carbonio che in tal maniera si evita di rilasciare nell'atmosfera. Quindi, i Paesi industrializzati (o ong, multinazionali, ecc.) pagano questi Paesi dotati di risorse forestali per scongiurare la distruzione delle foreste e, in cambio del loro investimento a favore dei boschi, utilizzano un meccanismo di compensazione delle loro emissioni e/o ottengono crediti di carbonio. In definitiva, uno scambio giusto! E il “più” viene applicato quando si parla anche di aumento degli stock di carbonio, di gestione sostenibile e di conservazione delle foreste.
  • Ma è veramente così?
  • Se analizziamo attentamente tale meccanismo, ci rendiamo conto che REDD+ è il cappello sotto cui si negozia la sparizione dei boschi, anziché porre la questione di una riduzione efficace delle emissioni di gas a effetto serra generate dall'impiego di energia fossile. Si tratta di previsioni di distruzione delle foreste, senza nulla di concreto. Al contrario, i crediti di carbonio emessi sono perfettamente reali e sono vere autorizzazioni a emettere gas climalteranti in totale impunità.
  • Di fatto, le popolazioni contadine che vivono in queste aree forestali sono spesso obbligate a ridurre la loro produzione di sussistenza per piantare alberi, vedendo così ridotta la propria sovranità alimentare. I contratti di conservazione possono anche impedire loro di accedere a spazi in cui praticano abitualmente la caccia, il raccolto o la coltivazione itinerante.
  • Oggi i negoziati sul clima considerano la possibilità di includere le terre agricole in questi meccanismi di compensazione e del mercato del carbonio, aprendo così la porta all'accaparramento delle terre da parte di multinazionali pronte a ricorrere a ogni strumento per continuare a cambiare il clima lasciando immutato il sistema.
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  • 4. AGRICOLTURA CLIMATICAMENTE INTELLIGENTE
  • Il 23 settembre del 2014, alla Conferenza Onu sul clima convocata da Ban Ki-moon a New York, la Fao e la Banca Mondiale hanno lanciato l'Alleanza Globale per l'Agricoltura Climaticamente Intelligente. La quale dovrebbe permettere un incremento della produzione agricola, il rafforzamento della resistenza dei sistemi agricoli e la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, tutto in un colpo solo! In tal modo si risolverebbero tre delle grandi sfide dinanzi a cui ci troviamo: alimentare la popolazione mondiale, lottare contro il cambiamento climatico e garantire la sostenibilità dei sistemi agricoli.
  • Ma è veramente così?
  • Non viene escluso l'uso di prodotti chimici e di transgenici e neppure la produzione di agrocombustibili industriali. Multinazionali come Yara (leader mondiale dei fertilizzanti), Monsanto o Syngenta sono inoltre gli attori principali di questa nuova alleanza internazionale. Si capisce facilmente, allora, perché i sistemi di agricoltura industriale del Nord e del Sud, i più nocivi per l'ambiente, vengano salvati. Questa alleanza comporta lo sviluppo di un'agricoltura che espelle i contadini sottraendo loro le terre, le pratiche e i saperi. In sintesi, il vero obiettivo è quello di portare avanti in maniera accelerata l'industrializzazione e la finanziarizzazione dell'agricoltura. L'Agricoltura Climaticamente Intelligente è il nuovo strumento utilizzato dalle multinazionali affinché l'agricoltura continui a produrre profitti esorbitanti!
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  • 5. AGRICOLTURA CONTADINA E AGROECOLOGIA
  • L'agricoltura contadina e l'agroecologia si trovano al centro dei progetti politici della Confédération Paysanne (sindacato agricolo francese, ndt) e della Via Campesina, legati a un'ampia gamma di temi sociali e ambientali. I metodi di coltivazione promossi si trovano in sintonia con gli ambienti naturali, aiutando a preservare la biodiversità e a migliorare la fertilità dei suoli, con l'obiettivo di conquistare l'autonomia delle fattorie.
  • Ma è veramente così?
  • Eccome se lo è! C’è chi vuole farci credere che i metodi di produzione industriale, presentando una maggiore concentrazione, rilascino nell’atmosfera meno gas a effetto serra. In realtà tali sistemi consumano una considerevole quantità di energia (a causa dei prodotti chimici, dei trasporti per l'importazione e l'esportazione, degli alti livelli di meccanizzazione, ecc.) e hanno un impatto devastante sul clima. Il 50% circa di tutte le emissioni di gas a effetto serra sul pianeta è causato dal sistema alimentare industriale a livello mondiale.
  • In questo quadro, l'agricoltura contadina e l'agroecologia hanno il merito di rispettare l'ambiente e i contadini. Promuovono l'autonomia delle fattorie, con ciò riducendo significativamente le importazioni, come per esempio quella di carne e derivati prodotti all'altro lato del mondo. E preservano anche prati e pascoli, che sono veri serbatoi di carbonio. Infine, favoriscono la riubicazione della produzione e dei mercati, riducendo così in maniera considerevole la distanza tra produttori e consumatori.
  • In sintesi, l'agricoltura contadina e l'agroecologia sono le uniche vere soluzioni per frenare le emissioni di gas a effetto serra derivanti dall'agricoltura e dal sistema alimentare. Mentre i nostri leader accolgono con entusiasmo le multinazionali e le loro false soluzioni, è urgente cambiare la direzione verso cui è orientata l'agricoltura per realizzare pratiche realmente positive per il clima!
  • La Via Campesina dice “No” alle false soluzioni. L'agricoltura contadina raffredda il Pianeta.