Due interviste a Frei Betto sulla congiuntura brasiliana, durante una serie di incontri in Italia a fine maggio 2016

  • Due interviste a Frei Betto sulla congiuntura brasiliana, durante una serie di incontri in Italia a fine maggio 2016

  Da Adista e da Il Manifesto 

  • 1) Per una nuova alfabetizzazione politica delle fasce popolari. La via  all'ecosocialismo secondo Frei Betto, intervista di Claudia Fanti 25/05/2016
  • ROMA-ADISTA. Una sinistra fragile, divisa al suo interno,
  • deideologizzata, incapace persino di rispondere a quella che si
  • presenta come la più grande sfida del nostro tempo, quella ecologica.
  • È questa la fotografia della sinistra brasiliana che emerge dalle
  • parole del domenicano Frei Betto, uno dei massimi esponenti della
  • Chiesa della liberazione in America Latina, nell'intervista che ha
  • concesso ad Adista durante il suo ciclo di conferenze in Italia. Una
  • fotografia che potrebbe valere per la sinistra un po' in tutto il
  • mondo, ovunque alle prese con lo stesso indebolimento dei suoi simboli
  • identitari: l'organizzazione della classe lavoratrice, la questione
  • etica, la realizzazione di cambiamenti strutturali. Ma che colpisce
  • forse più profondamente nel quadro dell'America Latina, considerata
  • per lunghi anni dai movimenti popolari qui in Europa il laboratorio
  • per eccellenza di sperimentazioni antisistemiche (dalla nascita del
  • Forum Sociale Mondiale al dibattito sul socialismo del XXI secolo,
  • sull’ecosocialismo, sul paradigma del buen vivir, fino ai diversi e
  • innovativi esperimenti politici registrati in diversi Paesi del
  • subcontinente). Perché quella spinta verso un altro modello di civiltà
  • che tante speranze aveva risvegliato tra i popoli del pianeta ha
  • rallentato fino a rischiare di fermarsi? E, soprattutto, cosa fare per
  • rilanciarla? Frei Betto non ha dubbi: è necessario, dice, dare avvio a
  • un processo di ri-alfabetizzazione politica, proprio quello che i
  • governi progressisti latinoamericani hanno rinunciato a promuovere tra
  • i destinatari dei loro pur lodevoli programmi sociali, spingendoli
  • sulla via dell'accesso al consumo piuttosto che su quella della
  • conquista della cittadinanza. Di seguito l'intervista.
  • L'impensabile è accaduto: in Brasile si sta consumando un golpe
  • istituzionale. Come vedi il futuro del Paese?
  • FB: In Brasile, in effetti, abbiamo appena subìto un golpe
  • parlamentare. Incapace di rispettare i risultati delle elezioni
  • presidenziali del 2014, l’opposizione ha approfittato degli errori,
  • delle contraddizioni, delle fragilità che ha evidenziato il secondo
  • mandato di Dilma Rousseff per consumare questo colpo di stato
  • parlamentare, accusando la presidente di un crimine di responsabilità
  • fiscale. In cosa consiste questo “crimine”? In seguito alla drastica
  • riduzione delle esportazioni del Brasile, sono mancate al governo di
  • Dilma le risorse per finanziare alcuni programmi sociali come Bolsa
  • Familia. La presidente, allora, ha attinto queste risorse dalle due
  • grandi banche pubbliche brasiliane, la Banca del Brasile e la Cassa
  • economica federale - in modo che i più poveri, a cui sono destinati
  • questi programmi sociali, potessero continuare a beneficiarne - e dopo
  • un certo tempo ha restituito il denaro che aveva preso in prestito.
  • Dov’è il “crimine”? È nel fatto che ciò non è previsto dalla legge
  • brasiliana, la quale, paradossalmente, impedisce alle banche pubbliche
  • di esercitare un servizio pubblico: una legge ingiusta che ha finito
  • per inquadrarle nella stessa logica delle banche private. Ma la
  • presidente Dilma non ha utilizzato queste risorse a proprio vantaggio
  • né ha lasciato un buco nelle banche. Si può capire bene, dunque, come
  • ciò che si sta consumando non sia altro che un colpo di stato: il
  • terzo golpe parlamentare avvenuto in America Latina nell'ultimo
  • periodo, dopo quello in Honduras, nel 2009, quando è stato rovesciato
  • il presidente Manuel Zelaya, e quello in Paraguay, nel 2012, quando è
  • stato destituito Fernando Lugo. Ma abbiamo ancora la speranza che
  • Dilma torni alla presidenza, nel caso in cui Michel Temer non convinca
  • l’opinione pubblica, nei prossimi 3-4 mesi, che il suo governo sia
  • migliore di quello del Pt.
  • Qual è il significato politico delle dimissioni di Romero Jucá, appena
  • una decina di giorni dopo la sua nomina a ministro della
  • Pianificazione?
  • FB: È la dimostrazione più importante di come il governo Temer sia
  • stato pensato allo scopo di sabotare l'inchiesta Lava Jato. Jucá è
  • accusato, da tempo, di vari reati di corruzione e, come politico, ha
  • militato già in vari partiti, schierandosi sempre con il potere. Basti
  • dire che è stato ministro di Lula... E ora è stata divulgata la
  • registrazione di una sua conversazione telefonica con Sérgio Machado,
  • ex-direttore della Petrobras coinvolto nella Lava Jato, in cui
  • quest'ultimo pone l'accento sull'importanza di fermare l'inchiesta, di
  • impedire che vada avanti, e Jucá concorda e rilancia, sostenendo a tal
  • fine la necessità dell'impeachment della presidente Dilma, in quanto,
  • dice, solo un governo Temer sarebbe in grado di frenare le indagini
  • sui casi di corruzione ed evitare l'arresto di corrotti e corruttori.
  • La conversazione è stata resa pubblica il 23 maggio, e Temer si è
  • visto costretto ad allontanare Jucá, il quale fa dunque ritorno al
  • Senato. Ma il Pt e altri partiti esigono che Jucá venga processato
  • davanti alla Commissione etica del Senato e rimosso per il reato di
  • ostruzione alla giustizia, come è recentemente avvenuto con il
  • senatore del Pt Delcídio do Amaral. È, insomma, la prova del golpe:
  • Dilma è stata allontanata per non aver impedito, anzi, addirittura
  • favorito, l'inchiesta Lava Jato, ossia l'accertamento della corruzione
  • politica in Brasile.
  • In questi anni non hai sicuramente risparmiato critiche al Pt, a cui
  • hai rimproverato l'erosione dei tre simboli dell'identità del partito:
  • l'organizzazione della classe lavoratrice, l'etica in politica, la
  • realizzazione di riforme strutturali. Senza contare i forti limiti
  • evidenziati dai governi del Pt sul fronte ambientale, di cui la
  • centrale di Belo Monte è una delle fotografie più drammatiche. Per il
  • futuro della sinistra in Brasile, da dove si può ripartire?
  • FB: Il Pt, è vero, in questi 13 anni di governo, ha rinunciato di
  • fatto a questi suoi tre grandi simboli, venendo meno al compito di
  • organizzare politicamente i poveri, di garantire l’etica in politica e
  • di promuovere riforme strutturali. Tuttavia, malgrado questo, i due
  • mandati di Lula e il primo di Dilma sono stati i migliori della storia
  • repubblicana del Brasile, soprattutto sul fronte delle conquiste
  • sociali, a cominciare dall'impresa di aver condotto 45 milioni di
  • persone fuori dalla miseria. È vero anche che i governi del Pt non
  • hanno adottato una seria politica ambientale e hanno anzi violato in
  • maniera grave i diritti ambientali dei popoli indigeni e quilombolas,
  • come è avvenuto con la costruzione della centrale idroelettrica di
  • Belo Monte. Ma cosa ci si poteva aspettare dalla sinistra in Brasile?
  • È una sinistra che appare non solo indebolita e divisa ma anche in
  • certo modo de-ideologizzata. Una sinistra che potrà rinascere solo a
  • partire dai movimenti sociali e dalla lotta che questi movimenti
  • saranno in grado di portare avanti in primo luogo esercitando una
  • ferrea opposizione al governo Temer e in secondo luogo formulando un
  • nuovo progetto per il futuro del Brasile. Ed è questa lotta che
  • potrebbe consentire a Lula di tornare alla presidenza nel 2018.
  • Si è svolto in America Latina un intenso dibattito sull'eventualità di
  • una “fine del ciclo progressista”. Un dibattito tra chi pone l'accento
  • sulle conquiste democratiche realizzate dai governi progressisti,
  • insistendo sul ruolo dello Stato come strumento essenziale di
  • trasformazione sociale, e chi evidenzia l'incapacità di questi governi
  • di realizzare cambiamenti reali al di là di una mera gestione del
  • capitalismo, individuando nella capacità di mobilitazione dei settori
  • popolari la via di trasformazione delle nostre società. Cosa pensi al
  • riguardo?
  • FB: Credo che i governi progressisti dell'America Latina stiano
  • attraversando una grave crisi, riconducibile all'errore di non aver
  • saputo approfittare degli alti prezzi delle commodity sul mercato
  • internazionale per promuovere nei rispettivi Paesi le riforme
  • strutturali necessarie a garantire loro una maggiore sostenibilità.
  • Esauritosi il boom delle commodity, i governi sono rimasti senza
  • soldi, e questo spiega le misure neoliberiste di aggiustamento fiscale
  • che sono state per esempio adottate in Brasile o la mancanza di beni
  • di prima necessità di cui sta soffrendo la popolazione in Venezuela.
  • L’unico governo sfuggito alla crisi è quello di Evo Morales, il quale
  • ha saputo rinnovare il congresso boliviano puntando sui movimenti
  • sociali e ha anche saputo approfittare del buon andamento delle
  • commodity per promuovere in Bolivia riforme strutturali. Altri
  • governi, come per esempio quello del Pt in Brasile, hanno invece
  • riposto un'eccessiva fiducia nel ruolo dello Stato come unico attore
  • del cambiamento sociale, tralasciando il compito di valorizzare il
  • protagonismo dei movimenti popolari. Hanno preferito, così, puntare
  • sulle alleanze politiche con i vecchi partiti corrotti e oligarchici,
  • finendo per restare vittime di alleanze promiscue.
  • Hai definito il socialismo – ma forse oggi sarebbe meglio parlare di
  • ecosocialismo - come un sinonimo dell'amore, come il suo nome
  • politico: in un mondo in cui sembra trionfare il suo contrario, quali
  • vie possono essere tentate per rilanciarlo? E perché il progetto di un
  • socialismo del XXI secolo è praticamente rimasto sulla carta?
  • FB: Al fine di rilanciare un progetto di ecosocialismo è necessario
  • che i governi diano avvio a un processo che mi piace definire come
  • ri-alfabetizzazione politica in America Latina. Non so se ci sarà
  • abbastanza tempo per rispondere a questa sfida. Il fatto è che, in
  • generale, i governi progressisti dell'America Latina hanno trascurato
  • il compito di curare l'organizzazione e la formazione politica dei
  • beneficiari dei loro programmi sociali e di favorire il consolidamento
  • e il rafforzamento dei movimenti sociali. Al contrario, per
  • raggiungere l'obiettivo di sottrarre alla miseria milioni di persone,
  • hanno scelto la via dell'accesso ai beni personali, come cellulare,
  • computer, automobile, frigorifero, forno a microonde, anziché quella
  • dell'accesso ai beni sociali, come educazione, salute, casa, sistemi
  • fognari, trasporto collettivo e via dicendo. Con ciò questi governi
  • hanno creato nazioni di consumisti e non nazioni di cittadini e di
  • cittadine. Ora, nel caso del Brasile, allorché la crisi economica ha
  • reso impossibile continuare ad alimentare questo consumismo, si è
  • assistito a una certa rivolta nella classe media e in alcuni settori
  • popolari, i quali non erano politicamente preparati per affrontare un
  • periodo di sacrifici, come invece è stata in grado di fare la
  • popolazione cubana durante i primi cinque anni seguiti alla scomparsa
  • dell'Unione Sovietica, sopportando eroicamente le difficoltà del
  • cosiddetto periodo speciale.
  • Come hai affermato recentemente in una conferenza, noi occidentali
  • abbiamo desacralizzato il mondo – lo abbiamo disincantato, come
  • direbbe Max Weber -, decretando “la morte di Dio” nel momento stesso
  • in cui abbiamo divinizzato la “mano invisibile” del mercato. Come
  • recuperare l'incanto del mondo, senza perdere le conquiste
  • dell'Occidente in termini di laicità?
  • FB: Credo che in questo senso la via migliore sia quella indicata da
  • papa Francesco nella sua enciclica Laudato si'. Un'enciclica
  • socio-ambientale che il filosofo e sociologo Edgar Morin ha definito
  • come il documento più avanzato nella storia dell'ecologia, in quanto,
  • a differenza degli altri, compresi quelli della Conferenza di Rio del
  • 1992 o della Cop 21 di Parigi del 2015, non si limita solo a indicare
  • gli effetti della degradazione ambientale, ma affronta anche e
  • soprattutto le cause. In seguito alla caduta del Muro di Berlino,
  • dovuta all'egemonia neoliberista imposta dal capitalismo
  • globocolonizzatore, si è creato un vuoto di ideologie di segno
  • liberatore. In questo vuoto si è assistito al risorgere del
  • fondamentalismo religioso, che si presenta in varie forme, dallo Stato
  • Islamico fino alle lobby evangeliche nei Parlamenti dell'America
  • Latina, che propongono una confessionalizzazione della politica
  • analoga a quella portata avanti dalla Chiesa cattolica nei secoli
  • passati con risultati tutt'altro che positivi. Pertanto, è necessario
  • tornare ai valori della Teologia della Liberazione e delle opere di
  • Marx ed Engels, tanto per desacralizzare la visione del marxismo
  • quanto per de-ideologizzare l'ottica del cristianesimo o delle altre
  • religioni, assicurando così, da una parte, i diritti privati e
  • pubblici legati alla fede e all'espressione religiosa e, dall'altra,
  • la laicità delle istituzioni sociali, a cominciare dallo Stato e dai
  • partiti politici.
  • E in questo compito di “reincantare il mondo”, quanto può essere
  • proficuo un dialogo autentico tra fede e scienza?
  • FB: Il dialogo tra fede e scienza è sempre stato importante ed è
  • sempre stato difficile. Se nel periodo medievale l'egemonia della fede
  • soffocava la voce della scienza ogniqualvolta si sentiva da questa
  • sfidata, il conflitto esplode a partire dalla modernità, di fronte
  • alla difficoltà della religione di prestare ascolto alla scienza e,
  • d'altro lato, dinanzi alla difficoltà della scienza di comprendere la
  • spiritualità e la religione come sfere imprescindibili dall'umano, una
  • volta che si siano liberate dalla pretesa di voler sostituire le
  • scienze in ciò che è loro proprio. Per fortuna, negli ultimi anni, la
  • Chiesa cattolica ha ammesso i suoi errori rispetto ai casi di Galileo
  • e di Darwin, riconoscendo il valore dei loro contributi. E nuovi
  • parametri normativi si sono imposti nel dialogo tra la fede e la
  • scienza. È molto importante che la scienza continui a essere il regno
  • del dubbio, evitando sempre la tentazione di imporre una qualunque
  • delle sue scoperte come verità assoluta e definitiva, come è
  • altrettanto importante che la fede non oltrepassi mai il suo campo di
  • competenza, pretendendo di trarre dai propri contenuti religiosi
  • spiegazioni che si vorrebbero scientifiche.
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  • 2) Brasile, lo sguardo di Frei Betto
  • Geraldina Colotti , Il Manifesto
  • Edizione del 27.05.2016
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  • Intervista. Fissato per il 2 agosto voto sull'impeachment a Dilma Rousseff
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  • Il relatore del Senato brasiliano, incaricato del processo di impeachment alla presidente Dilma Rousseff ha accorciato i tempi della procedura, e ha fissato per il 2 agosto la votazione finale. Intanto, un’altra notizia coonferma natura e interessi del “golpe parlamentare” contro la presidente. Il sito Wikileaks rivela che il ministro di Pianificazione a interim, Romero Juca figura come informatore degli Usa dal 2009 e che le alleanze istituzionali del Partito dei lavoratori erano come quelle della corda che sostiene l’impiccato. Il neoliberista Michel Temer, che sostituisce Rousseff, ha sospeso Juca dopo la diffusione di una video-intervista nella quale il ministro pianificava le tappe del “golpe parlamentare” per proteggere se stesso e i suoi dalle conseguenze dell’inchiesta Lava Jato (la “mani pulite” brasiliana). Ne abbiamo parlato con Frei Betto, storica figura dei movimenti brasiliani.
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  • La situazione in Brasile è molto difficile. E’ la fine dei governi progressisti e del Pt?
  • Di fatto la situazione è molto difficile. Tuttavia non ritengo che questa sia la fine dei governi progressisti e del Pt perché Dilma non è ancora stata allontanata definitivamente. Michel Temer, che rappresenta il golpe parlamentare, il terzo avvenuto in America Latina negli ultimi tempi (il primo in Honduras, il secondo in Paraguay e il terzo ora in Brasile) deve convincere l’opinione pubblica e i senatori che il suo governo è migliore di quello di Dilma. Se questo non succede, quando Dilma sarà giudicata dal Senato e il Senato agirà in base alla pressione dell’opinione pubblica, se Temer non presenterà risultati positivi è possibile che lei torni. E spero che, in questo caso, il Pt cambi il carattere del governo: perché, fino a quando Dilma è stata allontanata, il suo secondo mandato è stato in contraddizione con il primo. Il primo è stato un mandato progressista, un mandato favorevole ai diritti popolari mentre nel secondo, per il poco tempo che è durato, Dilma ha deciso un aggiustamento fiscale che penalizzava i poveri e proteggeva i più ricchi.
  •  Molti, nella sinistra e nei movimenti, hanno criticato l’atteggiamento di eccessiva fiducia di Dilma nei meccanismi istituzionali per dare una soluzione positiva all’impeachment. Ma quale speranza ci può essere, vista la composizione di chi deve giudicarla e soprattutto in presenza di un piano così politico di golpe parlamentare?
  • Dilma non aveva altre vie d’uscita, doveva rispettare le regole istituzionali. Non poteva rispondere a un golpe con un altro golpe. Tuttavia, è rimasta vittima della sua incapacità di articolazione politica non solo nei contatti con il Congresso Nazionale: ha sempre avuto difficoltà ad entrare in relazione con deputati e senatori, ma ha anche nei rapporti con i movimenti sociali che avrebbero potuto aiutarla molto. Ha una formazione da tecnocrate, al contrario di Lula che ha un buon rapporto con le masse, ed è una persona di grande empatia politica sia nel contatto con il popolo sia nel contatto con i parlamentari. In realtà, Dilma sarà giudicata dal Senato presieduto, in quella sessione, dal Presidente della Suprema Corte del Brasile, che si chiama Supremo Tribunale Federale e il risultato dipenderà, come ho già detto, dai risultati del governo Temer. Se il governo Temer accrescerà lo scontento popolare, certamente – almeno io spero – molti senatori dovranno cambiare il loro voto. Ossia diranno che è preferibile il ritorno di Dilma piuttosto che il proseguimento del governo golpista di Michel Temer.
  •  Quali scenari immagina per il Brasile?
  • Penso che nello scenario in cui Dilma sia definitivamente allontanata, ossia subisca l’impeachment e Michel Temer resti fino al 2018, difficilmente sarà in grado di fare un governo capace di piacere all’opinione pubblica brasiliana, ovvero un governo che metta fine alla crescita della disoccupazione – ci sono già 11 milioni di persone disoccupate – e al contempo riduca l’inflazione. L’inflazione potrebbe essere ridotta ma con misure fortemente antipopolari, come il taglio di diritti previdenziali, di diritti dei lavoratori ecc. In questo caso, per quanto possa apparire paradossale io direi che Temer sarà il grande elettore di Lula nelle elezioni presidenziali del 2018. Sicuramente questo golpe mira ad evitare che Lula torni ad essere presidente. Tutti i sondaggi mostrano che Lula e Marina Silva hanno le maggiori preferenze dell’elettorato e pertanto, se Lula non morirà e se non sarà incarcerato per l’operazione Lava Jato, sicuramente vincerà le elezioni del 2018.
  • Qual è la sua analisi dei principali attori politici esistenti oggi sulla scena brasiliana e degli interessi che rappresentano?
  • In realtà la politica brasiliana è affidata al protagonismo del grande capitale. Uno degli errori del Partito dei Lavoratori, in 13 anni di governo, è stato non realizzare riforme strutturali; di fatto il partito ha realizzato programmi sociali che hanno sottratto 45 milioni di persone alla miseria, ma è un partito che è stato il padre dei poveri e la madre dei ricchi e, come sappiamo, le madri sono solitamente più generose dei padri. Traducendo questo in euro, noi abbiamo oggi 7 miliardi di euro destinati ai programmi sociali e 63 miliardi di euro destinati a favore dei grandi imprenditori, dell’agrobusiness e delle banche brasiliane.
  •  Il Pt ha votato una svolta a sinistra della sua politica di alleanze e di programma. Pensa che sia una cosa efficace e soprattutto, non è ormai tardi?
  • Io penso che il PT avrebbe dovuto seguire il cammino di Evo Morales che, quando ha assunto la presidenza, non aveva l’appoggio né del Congresso né del mercato. Morales, invece di allearsi con i partiti tradizionali della Bolivia, ha rafforzato i movimenti sociali e i leader dei movimenti sociali sono diventati deputati e senatori. Purtroppo in Brasile non è successo questo. Il PT ha preferito stabilire alleanze con i partiti tradizionali, alleanze promiscue, che hanno finito per contaminare alcuni dei suoi dirigenti, coinvolgendoli nella corruzione. Per questo oggi, al rinnovo del Congresso Nazionale, il Congresso brasiliano è diventato sempre più reazionario, occupato da rappresentanti delle Chiese evangeliche. Loro sì, hanno investito fortemente nella elezione di pastori, nella elezione di persone conservatrici. Il Pt dovrebbe fare una profonda autocritica e pensare a una articolazione politica a sinistra. Ma purtroppo il partito non è arrivato a questo punto.
  •  Dal nord al sud del mondo si evidenzia una crisi profonda dei partiti tradizionali che porta però anche a una crisi di interesse per la politica da parte dei giovani. Allo stesso tempo, sembra evidenziarsi anche una crisi delle alleanze che hanno portato ai governi del socialismo bolivariano (Psuv e suoi alleati in Venezuela, Alianza Pais in Ecuador, Mas in Bolivia). Pensa che questo possa costituire un’occasione per la rinascita di nuove alleanze di classe organizzate più chiare e definite sul piano dei programmi e degli ideali? (Nel secolo scorso si sarebbe parlato di partito comunista rivoluzionario, per capirsi)
  • Uno degli errori dei governi progressisti dell’America Latina è non aver approfittato della fase di grande appoggio politico da parte della popolazione e di grande rafforzamento economico, grazie al buon prezzo delle commodity sul mercato internazionale, per promuovere riforme strutturali. In generale, la gran parte dei governi non ha fatto riforme strutturali come la riforma politica, tributaria, agraria, delle banche, non si sono occupati della rialfabetizzazione politica dell’America Latina, ossia di un lavoro di base, con il quale, il popolo beneficiato dai programmi sociali, ossia i più poveri, fosse organizzato e formato politicamente. Questo non è stato fatto, si è confidato molto nel carisma dei dirigenti politici, nelle consegne, nelle parole d’ordine e il risultato è stato che, con i programmi sociali che miravano a portare migliorametni nelle condizioni di vita, mancando il lavoro di alfabetizzazione politica, è stata formata una nazione di consumisti e non di cittadini e protagonisti della vita politica.
  •  In Brasile come in molte parti dell’America latina, le chiese pentecostali accostano il loro programma conservatore a quello delle forze più reazionarie. Quale peso può invece avere la chiesa di base che si richiama a papa Bergoglio? E quali sono le aspettative che i movimenti popolari ripongono nel papa?
  • Papa Francesco è il primo papa che ha mobilitato i movimenti sociali non solo dell’America Latina ma anche di altre parti del mondo. Ha promosso almeno tre grandi incontri di movimenti sociali, l’ultimo in Santa Cruz della Serra, quando ha visitato la Bolivia. Tuttavia, nel caso della chiesa cattolica, in Brasile è stata molto smobilitata, negli ultimi decenni, in relazione al pontificato conservatore di Giovanni Paolo II e a quello di Benedetto XVI. Non c’è ancora stato tempo sufficiente perché il pontificato di Francesco possa rinnovare la struttura della Chiesa cattolica in Brasile e in America Latina. Pertanto non dobbiamo, in questo momento, aspettarci molto dalle pastorali popolari della chiesa cattolica, ma dobbiamo aspettarci invece molto dai movimenti sociali. Anche questi devono tuttavia rafforzarsi perché, spesso, hanno commesso l’errore di ritenere che i governi progressisti dell’America Latina fossero sufficienti a favorire i diritti popolari. Non è andata proprio così. Se da un lato li hanno favoriti dall’altro non hanno promosso riforme strutturali, forse anche per non aver rafforzato questi movimenti sociali o popolari che sempre storicamente hanno appoggiato i governi progressisti.
  •  In Brasile molti hanno parlato di “femminicidio simbolico” contro Dilma. Che pensa come uomo di sinistra?
  • Il Brasile ha come la maggioranza dei paesi al mondo una cultura maschilista, patriarcale, e pertanto, non solo in relazione alla politica, ma in relazione anche ad altri campi, come quello delle scienze, della pubblica amministrazione esiste, si può dire, un femminicidio simbolico. Ora, il governo Dilma e il governo Lula hanno fatto molti passi avanti contro questo maschilismo, contro il patriarcato, tanto che Lula ha indicato una donna per la sua successione e nella struttura del governo, varie donne hanno assunto funzioni molto importanti. Il grave è che Michel Temer nel formare il suo governo non ha invitato a parteciparvi nessuna donna e nessun negro, nonostante il Brasile sia la seconda nazione negra del mondo dopo la Nigeria.
  •  Sul piano economico ci sono due accordi che si intersecano e che mirano a chiudere nella morsa neoliberista il sud del mondo e in particolare l’America latina: il Tpp (l’accordo transpacifico), già in marcia, e il Ttip in Europa. Quale ruolo stanno giocando i governi europei nella crisi dell’America latina progressista?
  • Che io sappia, i governi europei o sono assenti o seguono la politica degli Stati uniti, che è stata sempre non solo quella di appoggiare qualsiasi golpe che favorisse le forze di destra, ma perfino di promuoverli. Sicuramente gli Stati uniti hanno agito per sostenere questo golpe che ha permesso l’allontanamento di Dilma Roussef e i governi europei che hanno sempre più composizioni conservatrici, reazionarie, continuano a guardare il panorama dell’America latina e soprattutto del Brasile come fosse qualcosa che non ha niente a che vedere con loro. Un’omissione complice nei confronti di un golpe che minaccia la nostra fragile democrazia, conquistata duramente, con molto sangue, durante la dittatura militare. L’omissione dei governi europei di fronte ai golpe in America Latina, la considero una vera e propria complicità.
  • (Ha collaborato Serena Romagnoli)