Impeachment - commenti di Claudia Fanti e Geraldina Colotti, comunicato PRC

  • «La nostra lotta sarà implacabile»: le forze popolari contro il colpo di Stato in Brasile Claudia Fanti 01/09/2016 BRASILIA-ADISTA. È finita come tutti si aspettavano che finisse: con 61 voti a favore e solo 20 contro, i senatori (49 dei quali con procedimenti giudiziari in corso) hanno destituito la presidente Dilma Rousseff, eletta da 54 milioni di brasiliani, portando a termine il terzo colpo di Stato parlamentare in America Latina in appena 7 anni (dopo quelli in Honduras, nel 2009, e in Paraguay, nel 2012). Nessun argomento, nessuna prova, nessun appello avrebbero potuto cambiare un copione già scritto: la presidente era condannata in partenza, ancora prima dell'avvio del processo di impeachment, malgrado l'assenza di un qualsiasi reato, dimostrata e ribadita più e più volte dai migliori giuristi brasiliani. Una «farsa» così clamorosa – come ha commentato, subito dopo il consumarsi del golpe, il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stédile (Caros Amigos, 31/8) – che i senatori non hanno avuto il coraggio di votare anche per l'interdizione per 8 anni dai pubblici uffici, “limitandosi” a «rubarle» il mandato. Del resto, non è mai stata Dilma il vero problema, tanto più considerando la disponibilità da lei mostrata persino ad adottare le misure di aggiustamento fiscale richieste dalla classe dominante: «La borghesia – spiega Stédile – aveva bisogno di un governo completamente al proprio servizio», per poter applicare un programma rigidamente neoliberista e così, attraverso «l'assoluto controllo su tutti i poteri dello Stato» (esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico) salvaguardare i profitti minacciati dall'attuale crisi economica globale. Un obiettivo che la destra, sconfitta quattro volte di seguito nelle urne, ha raggiunto per vie traverse rinunciando a ogni decenza, come era risultato lampante fin dall'avvio del lungo processo di impeachment – quella prima sconcertante votazione del 17 aprile alla Camera dei deputati, in cui, tra invocazioni a Dio, dediche ai familiari, omaggi a torturatori della dittatura e molto altro, i parlamentari avevano approvato la messa in stato d'accusa della presidente – e poi lungo tutte le tappe previste dal procedimento, fino alla seduta del 29 agosto scorso – con la presidente intervenuta per assumere direttamente la propria difesa, dando una lezione di dignità a tutti i presenti – e alla votazione conclusiva di due giorni dopo.  Invano la presidente, a cui lo stesso papa Francesco – secondo quanto rivelato dal teologo Leonardo Boff – aveva inviato un messaggio di solidarietà rispetto al processo di impeachment, ha ricordato come la posta in gioco non fosse solo quella del suo mandato presidenziale, ma, prima di tutto, quella del rispetto «della volontà sovrana del popolo brasiliano e della Costituzione». Invano ha denunciato «il colpo di Stato» in atto, rievocando – a conferma di quanto avesse ragione Marx a evidenziare come la storia si ripeta sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa – la propria lotta contro la dittatura militare, pagata con la prigione e con la tortura. «Non ho commesso i crimini di cui sono accusata ingiustamente e arbitrariamente», ha dichiarato Dilma smontando a una a una tutte le accuse a suo carico (la firma di decreti per l'apertura di crediti supplementari e il presunto ritardo nella restituzione delle risorse dal Tesoro alla Banca del Brasile in relazione al finanziamento di programmi sociali, su cui peraltro si è già pronunciato il Pubblico Ministero Federale, archiviando l'accusa; v. Adista Notizie n. 19/16)), non senza accogliere invece «con umiltà» le «dure critiche» rivolte al suo governo, «agli errori che sono stati commessi e alle misure che non sono state adottate». «Ho sempre svolto con assoluta onestà gli incarichi pubblici assunti nel corso della mia vita. Eppure sarò giudicata, per reati che non ho commesso, prima che venga processato l'ex-presidente della Camera», il plurindagato Eduardo Cunha (sospeso dalla carica per decisione del Supremo Tribunale Federale), nonché grande artefice dell'impeachment (il quale, come ha ricordato la presidente, si era deciso ad aprire il processo di messa in stato di accusa proprio in seguito al rifiuto di Dilma di intervenire a suo favore nei procedimenti giudiziari a suo carico). «Cancellare il mio mandato – ha proseguito la presidente – è come infliggermi una pena di morte politica. Questo è il secondo processo che subisco in cui la democrazia siede con me sul banco degli imputati». Ma se, in passato, erano le armi a difendere gli interessi dell'élite minacciati dalle urne, oggi «la rottura democratica avviene per mezzo della violenza morale e di pretesti costituzionali» destinati a garantire una facciata di legittimità a governi imposti al di fuori del processo elettorale. «Di quell'epoca, oltre ai segni dolorosi della tortura, resta una foto in cui – ha proseguito – sono dinanzi ai miei aguzzini, a testa alta, mentre loro si nascondono il volto, per paura di essere riconosciuti e giudicati dalla storia. Oggi, quarant'anni dopo, non c'è arresto illegale, non c'è tortura, e chi mi giudica è arrivato fin qui in virtù dello stesso voto popolare che mi ha condotto alla presidenza». Ma, al di là delle differenze, «provo nuovamente il senso di ingiustizia e di angoscia nel vedere come, ancora una volta, la democrazia viene condannata insieme a me. E non ho dubbi sul fatto che, anche questa volta, tutti saremo giudicati dalla storia». Peccato solo che – come sottolinea Cynara Menezes sul blog Socialista Morena (30/8) – i responsabili del golpe siano troppo impegnati ad accumulare denaro e potere per preoccuparsi di come la storia valuterà il loro operato.  La parola, tuttavia, passa ora alle forze popolari, a cui spetta il compito, sottolinea ancora Stédile, di «analizzare gli errori commessi, correggerli e disporsi ad affrontare, unite e salde, le prossime battaglie», contro l'assalto del Congresso – già in corso – a «tutti i diritti conquistati nell'ultimo secolo»; in difesa delle risorse naturali su cui la classe dominante vorrà mettere le mani, dal petrolio ai prodotti minerari, fino alla terra, all'acqua, alla biodiversità; e, prima di tutto, a favore della realizzazione di un plebiscito popolare sul ricorso a elezioni anticipate e sulla convocazione di un'assemblea costituente per una profonda riforma del sistema politico del Paese. Ma, se tutte queste battaglie esigono, come riconosce Stédile, grandi mobilitazioni popolari, non si tratta di certo di un compito facile, considerando che c'erano solo poche migliaia di manifestanti a protestare contro l'impeachment e che, se la popolarità di Michel Temer, da oggi presidente a tutti gli effetti, è sempre stata ridicolmente bassa, non è che quella di Dilma fosse molto più consistente. In ogni caso, se ora si apre una nuova fase nella storia del Paese, le forze riunite nel Fronte Brasile Popolare sono ben decise a lasciare il loro segno: «Oggi – scrivono in una lettera a Dilma Rousseff – è solo l'inizio della resistenza, per le strade e nelle istituzioni. (…). Il popolo brasiliano, prima di quanto pensino gli usurpatori, sarà in grado di respingere i loro piani e di riprendere la via dei grandi cambiamenti. La nostra lotta contro il governo golpista sarà implacabile».  ++++++++++++++++++++++++++++
  • DILMA HA PERSO - Geraldina Colotti, Il Manifesto 1/9/2016 Ha vinto il sopruso. Il senato brasiliano ha destituito la presidente Dilma Rousseff per 61 voti a 20. A governare fino al 2018 sarà ora il suo vice, Michel Temer: un golpista, per le sinistre mobilitate dal 12 maggio, quando Dilma è stata sospesa dall’incarico. Un corrotto manovrato dai grandi poteri internazionali, decisi a riappropriarsi delle risorse del paese. È andata in scena una replica in più grande stile del «golpe istituzionale» messo in atto in Paraguay contro Fernando Lugo, nel 2012. Anche allora, a capo di una variegata e traballante maggioranza, Lugo venne disarcionato dal suo vice, Federico Franco. Lì, il pretesto fu un’occupazione di terre repressa violentemente e strumentalizzata a fini politici (il massacro di Curuguaty). In Brasile, si è utilizzato la «pedalata fiscale». Viene definita così una pratica in uso a tutti i livelli di governo, da quello federale al municipale, che consiste nel farsi anticipare i soldi dalle banche per coprire la spesa sociale e farvi fronte in un secondo tempo. Una modalità che, per quanto incongrua, non giustifica la destituzione di un presidente. Per ben altri interessi privati in atti pubblici è stato aperto un impeachment contro il presidente Fernando Collor de Mello, il primo nella storia del Brasile e dell’America latina. Lo scandalo scoppiò nel 1992 a seguito delle dichiarazioni del fratello di Collor che svelò uno schema di riciclaggio di denaro e tangenti diretto dal tesoriere della campagna elettorale del presidente. Collor fu obbligato a dimettersi da una folle inferocita e vestita di nero: 750.000 persone che sfilarono al grido di «Impeachment subito». Dopo la destituzione, Collor se ne andò a Miami, ma dal 1994 iniziò la sua riabilitazione giudiziaria, fino alla ripresa totale degli incarichi pubblici. Il suo nome compare nuovamente nella mega-inchiesta Lava Jato, che indaga sull’intreccio tra affari e politica dell’impresa petrolifera di Stato, Petrobras. Un’indagine dal taglio politico che ha messo soprattutto alla berlina il governativo Partito dei lavoratori (Pt), lasciando in ombra il grosso della corruzione, che coinvolge un altissimo numero di parlamentari e senatori, pronti a giudicare Rousseff. La presidente non è mai stata coinvolta in alcuna inchiesta e ha professato la sua innocenza anche dalle accuse di aver truccato il bilancio. La sua appassionata autodifesa in Senato ha suscitato applausi e commozione, ma non ha scalfitola decisione dei senatori, né potuto cambiare un copione già scritto. «È un golpe parlamentare che rientra nella strategia del governo degli Stati uniti di destabilizzare le democrazie popolari dell’America Latina», ha dettoFrei Betto, uno dei principali esponenti della Teologia della liberazione brasiliana. Betto, amico di lunga data di papa Bergoglio, ha trasmesso a Dilma un messaggio di sostegno del papa, evidentemente caduto nel vuoto. «Prima – ha ricordato il teologo – hanno deposto Zelaya in Honduras, poi Lugo in Paraguay. E adesso Dilma in Brasile, dopo aver fatto eleggere Macri in Argentina e fatto pressioni contro Maduro in Venezuela. Il processo golpista mira a disarticolare il Mercosur, l’Alleanza bolivariana, la Celac e l’Unasur». La prima donna presidente del Brasile, non sarà però inabilitata dagli incarichi pubblici per 8 anni come prevede la Costituzione in caso d’impeachment: la votazione, stralciata dall’altra, le è stata sfavorevole, ma non con i 2/3 richiesti. Per i legali di Dilma, che ora ricorrerà alla Corte suprema, si è trattato di una «condanna a morte politica». La stessa che si vorrebbe comminare, per via giuridica, al suo predecessore Lula da Silva, inseguito dai giudici di Lava Jato. Lula, che si è candidato alle prossime presidenziali, risulta ancora favorito nei sondaggi. Recentemente ha denunciato all’Onu di essere vittima «di una persecuzione giudiziaria» a fini politici. Alla vigilia del voto finale, Lula ha scritto una lettera dai toni analoghi a quelli di Frei Betto, indirizzata all’ex presidente argentina, Cristina Kirchner e al presidente venezuelano Nicolas Maduro, che le destre vorrebbero revocare. Ieri, Maduro ha annunciato la rottura delle relazioni con il Brasile e così ha intenzione di fare anche il suo omologo boliviano Evo Morales. Anche ieri vi sono stati scontri e cariche della polizia e diversi arresti. I movimenti popolari continuano a manifestare in diverse città del paese al grido di «Fora Temer». Quello che si avvia ad essere il 37° presidente della repubblica e che dopo l’incarico si recherà al G7 in Cina, ieri si è fatto sentire con un breve messaggio alla nazione in cui promette che il suo «sarà un governo di pacificazione nazionale». Un governo di tutti uomini, bianchi, ricchi e corrotti, in un paese composto in maggioranza da donne, da neri, indigeni e da afrodiscendenti. E da poveri. A loro, Rousseff e prima Lula avevano rivolto buona parte delle politiche pubbliche, a partire dal programma Bolsa Familla che ha tolto dalla povertà 47 milioni di persone. Priorità cancellate dal gabinetto Temer, che ora chiuderà le porte ai Brics, alla cooperazione e all’integrazione con l’America latina.
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  • Partito della Rifondazione Comunista
  • Direzione Nazionale
  • Area Esteri e Pace
  • BRASILE: RESISTERE AL GOLPE, A FIANCO DELLA LEGITTIMA PRESIDENTA DILMA
  • Il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea condanna categoricamente il colpo di Stato parlamentare avvenuto oggi in Brasile contro la Presidente Dilma Rousseff.
  • I senatori hanno votato a favore dell'impeachment in base alla inconsistente accusa alla Presidente di avere manipolato il bilancio dello Stato. Con il golpe si è dato uno schiaffo alla volontà di 54 milioni di elettori, si è violentata la Costituzione e ferita gravemente la democrazia.
  • Le oligarchie politiche e padronali, alleate all’imperialismo statunitense, si sono servite dei loro mezzi di comunicazione e di settori della magistratura, per arrivare al governo attraverso la frode, la corruzione e l’immoralità di cui sono campioni. Nel nuovo governo golpista numerosi sono stati i nuovi ministri che si sono già dovuti dimettere per corruzione o per sfacciati conflitti di interesse.
  • Il PRC-SE esprime la propria solidarietà con la legittima Presidente Dilma Rousseff, e con i milioni di donne e uomini che l’hanno eletta. Si tratta di un tradimento storico contro il popolo brasiliano, di un attentato nei confronti dell’integrità morale e politica della Presidente, grazie al quale un’élite impopolare si sostituisce al voto popolare.
  • Questo golpe parlamentare fa parte del contro-attacco oligarchico ed imperiale contro i processi popolari, nazionalisti e di sinistra del continente, con l’obiettivo di restaurare i modelli neo-liberisti di esclusione sociale e di sfruttamento delle risorse naturali che tanti danni hanno provocato ai popoli latino-americani e così porre fine alla democrazia e ad una integrazione regionale autonoma da Washington.
  • Il Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea si unisce oggi alle tante voci che in tutto il mondo condannano questo colpo di Stato ed alle mobilitazioni organizzate in Brasile e nel mondo, per resistere al potere illegittimo di cui Michel Temer è solo la mera rappresentazione. Diversi governi latino-americani hanno ritirato o chiamato a consultazione i propri ambasciatori, e congelato i propri rapporti diplomatici con il governo golpista.
  • Il PRS-SE esige al governo italiano di non riconoscere il governo golpista, corrotto e traditore e chiama alla mobilitazione i propri militanti ed i sinceri democratici contro questa farsa istituzionale.
  • Roma 31-8-2016
  • PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA-SINISTRA EUROPEA