L'offensiva della destra per criminalizzare i movimenti sociali

  • gennaio 2010
 
  • Il Mst distribuirà durante il FSM un opuscolo in cui si spiegano le ragioni della criminalizzazione dei movimenti sociali (e del MST in particolare), soprattutto in relazione alla istituzione di una nuova Commissione Parlamentare di inchiesta. L’intero fascicolo è disponibile in portoghese  - Cartilha criminalizaçao movimentos sociais.  Trovate qui in italiano: l’introduzione al fascicolo e, a parte, una proposta di lettera aperta al Presidente della CPMI, ai presidenti di Camera e Senato e al Potere giudiziario (che può essere inviata agli indirizzi sotto indicati). 
  
  • Introduzione: La criminalizzazione dei movimenti sociali
 
  •         La Costituzione Federale del 1988 ha incorporato numerose richieste della classe lavoratrice e dei movimenti sociali, frutto delle mobilitazioni popolari avvenute negli anni 70 e 80 a difesa della democratizzazione del paese e di alcuni diritti sociali che potessero assicurare dignità umana al popolo brasiliano.
  •       Per esempio contro il diritto assoluto della proprietà privata agricola – sostenuta dal potere economico per perpetuare la disuguaglianza sociale esistente nel paese – è stato imposto il principio della funzione sociale della terra. Ossia, i diritti privati nei confronti della struttura fondiaria brasiliana devono essere subordinati ai diritti sociali del paese.
  •         Ed è stato proprio perché aveva dato risposta ad alcune delle aspirazioni popolari che la Costituzione Federale del 1988 ha ottenuto legittimità politica ed è stata vista come la Costituzione della Cittadinanza. La Magna Carta risultante dagli scontri di interessi contraddittori delle forze politiche di quel periodo storico ha anche legittimato i movimenti sociali come attori e autori politici di una bandiera di lotta che ha modificato, costituzionalmente, il concetto di proprietà fondiaria nel nostro paese.
  •          Ma, trattando dei diritti della classe lavoratrice, in una società retta dagli interessi del capitale, non basta assicurare i diritti con una legge: Bisogna creare condizioni e meccanismi per cui, nell’azione politica, il diritto già stabilito dalla Costituzione si trasformi in un diritto reale, a beneficio della classe lavoratrice. La classe dominante cerca soprattutto, con la sua influenza economica e politica nei confronti dell’apparato legislativo e giudiziario, di rovesciare la sconfitta subita nel 1988  e assicurare il diritto assoluto della proprietà privata:
  •         E’ in questo contesto, di tentare di impedire che un diritto già assicurato dalla Costituzione Federale si trasformi in un diritto reale, che deve essere inquadrata l’offensiva della destra per criminalizzare i movimenti sociali   che lottano per la riforma agraria. E’ l’ideologia antidemocratica che si schiera contro l’attività politica e la stessa esistenza dei movimenti sociali. Queste forze politiche conservatrici sono incapaci di ammettere che il “grado di legittimità che un sistema politico riconosce ai gruppi sociali definisce il grado della democrazia di una società”   visto che le idee della democrazia non hanno mai fatto parte dell’orizzonte della classe dominante brasiliana. Il fatto che lo sviluppo economico brasiliano si sia basato sulle domande del mercato estero e sia stato promotore di una crescente disuguaglianza sociale, ha richiesto, con eccezioni di breve periodo, una repressione permanente dei movimenti sociali. Basta ricordare che nel modello di sviluppo economico agro-esportatore  (1500-1930) ci furono quattro secoli di lavoro schiavo. E dopo l’Abolizione della Schiavitù (1888), le condizioni di lavoro e di vita a cui erano sottoposti i contadini poveri venuti dall’Europa non erano molto diverse dalla schiavitù. E, per i lavoratori urbani, c’erano la repressione poliziesca, prigione, omicidi e deportazioni nei loro paesi di origine. Durante il periodo della Repubblica Oligarchica (1889-1930) la questione sociale fu trattata come un caso di polizia e anche nel periodo della industrializzazione (1930-1980), spesso sotto regimi dittatoriali: tra la dittatura di Getulio Vargas (1930-1945) e quella del regime militare (1964-1984) ci fu il governo di Gaspar Dutra (1946-1951) che si mise in luce per le leggi antisciopero, per la lotta contro il movimento sindacale autonomo e per aver messo, una volta ancora, fuori legge il Partito Comunista del Brasile (PCB). E’ in questo scenario di repressione dei movimenti sociali che il Brasile ha completato il suo ciclo di industrializzazione, è diventato una delle maggiori potenze capitaliste, ma ha accresciuto la sua dipendenza dall’estero e la disuguaglianza sociale.
  •           Ora, a partire dagli anni 90, una ridefinizione del mondo del lavoro e della produzione capitalista ha imposto ai paesi dell’emisfero sud, con la connivenza dei loro governi, la necessità di trasformarsi nuovamente in una piattaforma per l’esportazione di prodotti agrozootecnici, forestali e minerali. Così, ancora una volta, le nostre ricchezze naturali, il lavoro del popolo brasiliano e la politica economica del paese si dirigono a rispondere alle domande dei paesi ricchi, a integrare il mercato capitalista in forma subordinata e assicurare la concentrazione della ricchezza e della rendita nelle mani di una piccola minoranza della popolazione brasiliana.  L’agrobusiness, egemonizzato dal capitale finanziario, dalle imprese transnazionali e dalle grandi proprietà rurali, domina oggi l’agricoltura brasiliana e detta le politiche al governo; è la migliore sintesi del ruolo cui il sistema capitalista ha relegato il nostro paese nello scenario mondiale. Le nostre migliori terre sono oggi destinate a gigantesche estensioni di monoculture di canna da zucchero, eucalipti e soia. Tonnellate e tonnellate di minerali escono tutti i giorni dal paese – con altre ricchezze minerali aggregate – a prezzi infimi e tornano come prodotti industrializzati e con un valore economico aggregato. Così, diretto dalle domande del mercato estero e assicurato da significativi finanziamenti del governo, l’agrobusiness è diventato un polo dinamico dell’economia brasiliana. Ma, sia nelle aree delle monoculture, sia nelle regioni dell’estrazione di minerali, la povertà è crescente, le piccole comunità rurali sono distrutte e si commette una vera e propria azione di depredamento ambientale criminale. E, nella misura in cui queste contraddizioni tra gli interessi del capitale e quelli della popolazione diventano più acute e nella misura in cui la competizione internazionale esige un maggiore sfruttamento della manodopera, coloro che traggono profitti dal modello dell’agrobusiness non esitano a ricorrere alla violenza per imporre i propri interessi. Per questo, la relazione del 2009 della Commissione Pastorale della Terra sulla violenza nelle campagne, afferma che il lavoro schiavo è cresciuto in modo più esteso nella regione di sudest, nella quale l’agrobusiness è organizzato meglio. Si ripete con l’agrobusiness, la pratica storica per cui i poli più dinamici dell’accumulazione capitalista, presentati agli occhi della popolazione come moderni, sono anche i maggiori promotori della violenza contro la classe lavoratrice e i movimenti sociali. 
  •         Nel caso specifico della Riforma Agraria, le terre agricole che non compivano la funzione sociale e che dovevano essere destinate all’insediamento di famiglie di lavoratori rurali senza terra, ora sono disputate dall’agrobusiness, che vuole espandere la sua area produttiva, spinto dalla voracità insaziabile e irrazionale del mercato internazionale. Dicendo di realizzare la funzione sociale della terra, usando come unico elemento di valutazione la produttività agricola dell’area, si giustifica una nuova ondata di concentrazione fondiaria gestita dai latifondisti brasiliani e da gruppi stranieri. Alla popolazione, esclusa da questo modello agricolo, non resta nessuna alternativa, visto che l’agrobusiness occupa poca manodopera e l’economia urbana non riesce più ad assorbire i contingenti di popolazione che arrivano dalle campagne. Resta come unica alternativa lottare per la riforma agraria.
  •       Ma la lotta per la riforma agraria viene criminalizzata, con un’azione congiunta di settori del potere giudiziario, legislativo, dei media e dell’apparato repressivo dello Stato. Nel criminalizzare, non basta punire le persone che concretamente fanno la lotta. E’ necessario anche delegittimare i movimenti sociali e sottrarre ai lavoratori, se possibile senza violenza fisica, il diritto di essere soggetti politici. Obiettivo della criminalizzazione è creare le condizioni legali e, se possibile legittime, di fronte alla società, per:
  •         a) impedire che la classe lavoratrice ottenga conquiste economiche e politiche; 
  •         b) restringere, diminuire o rendere più difficile l’accesso alle politiche pubbliche;
  •         c) isolare e demoralizzare i movimenti sociali di fronte alla società;
  •         d) e, infine, creare le condizioni legali per la repressione fisica dei movimenti sociali.
  •          I portavoce di questa politica di criminalizzazione sono, in genere, i parlamentari ancora legati al latifondo improduttivo con la loro storia di violenza e di crimini commessi contro i lavoratori rurali. Il gruppo ruralista non esita a innalzare le bandiere più arretrate, antisociali e di rapina ambientale. Mentre i sostenitori dell’agrobusiness si presentano alla società come più razionali, meno violenti e più sensibili agli appelli della società e ai problemi ambientali. Entrambi i gruppi sono le due facce di una stessa medaglia: sostengono il modello agricolo dell’agrobusiness e costruiscono sempre meglio il dominio di una elite brasiliana così ben delineata da Florestan Fernandez che la definì come anti-sociale, antinazionale e antidemocratica. 
  •        Ai movimenti sociali che lottano per la riforma agraria spetta di continuare a organizzarsi e lottare per assicurare le conquiste politiche ed economiche che diano loro dignitose condizioni di vita. Allo stesso tempo, dovranno migliarare le relazioni con la società per affrontare e sconfiggere questa nuova offensiva dell’ideologia antidemocratica che insiste nel trasformare questo paese in una grande fazenda agro-esportatrice.
    
  • São Paulo, gennaio 2010.
 

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