Il Forum sociale mondiale in cerca di un salto di qualità . Gennaio 2010

  PORTO ALEGRE-ADISTA. Che un altro mondo sia possibile si può ormai darlo per acquisito, ma  ora è proprio arrivato il momento di iniziare a costruirlo. È questa sfida che il movimento altermondialista ha voluto rilanciare in occasione del seminario internazionale “10 Anni dopo: Sfide e proposte per un altro mondo possibile”, svoltosi a Porto Alegre dal 25 al 29 gennaio con la partecipazione di 35mila militanti di 39 nazionalità: uno degli eventi centrali del Forum Sociale Mondiale che quest’anno, nel decimo anniversario della sua nascita, si svolgerà attraverso una molteplicità di iniziative distribuite lungo tutto il 2010 (v. Adista n. 5/10).  Uno strumento per l’azioneRestano, tuttavia, divergenti le opinioni riguardo al ruolo del Forum dinanzi a tale sfida: c’è chi ne difende il formato originale, quello di uno spazio di dialogo, di elaborazione di proposte e di costruzione di alleanze, e chi ne sollecita la trasformazione in uno strumento di lotta. Come ha evidenziato il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile, il Fsm si è rivelato incapace di opporsi all’avanzata dell’imperialismo, come pure di contrastare il disegno del capitale di piegare lo Stato ai propri interessi. Se, in termine calcistici, è sul campo di gioco che si decide l’incontro, il Forum deve diventare, secondo Stedile, uno spazio in cui definire le tattiche da adottare nella partita. A sostenere la necessità di un’evoluzione del Forum Sociale Mondiale in direzione di una maggiore incisività politica è anche Éric Toussaint, presidente del Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo (Cadtm) e uno dei membri del Consiglio Internazionale del Fsm. “Abbiamo bisogno di uno strumento internazionale – afferma in un’intervista rilasciata a Brasil de Fato (28/1) – per determinare le priorità in termini di richieste e di obiettivi: un calendario di azione, un elemento di strategia comune. Se il Forum non lo permette, si deve costruire un altro strumento, ma senza eliminare il Fsm” e continuando “ad essere parte attiva del Forum”. E questo nuovo strumento, spiega Toussaint, potrebbe nascere dalla proposta, lanciata da Hugo Chávez lo scorso novembre, di una Quinta Internazionale chiamata a riunire movimenti sociali e partiti di sinistra. Una proposta che potrebbe risultare “molto interessante”, se si traducesse nella creazione di “uno strumento di convergenza per l’azione e per l’elaborazione di un modello alternativo” tale da riunire “una quantità molto significativa di organizzazioni” e in chiara discontinuità con le internazionali anteriori “che erano, o ancora sono, poiché la Quarta Internazionale continua ad esistere, organizzazioni di partito con un livello di centralismo piuttosto elevato”. Sull’“usura della formula dei Forum” si è soffermato anche Bernard Cassen, presidente onorario di Attac Francia, che la riconduce al “rifiuto volontario” dei “guardiani dell’ortodossia del Forum” presenti all’interno del Consiglio Internazionale di “influire collettivamente sugli attori della sfera politica a partire da una piattaforma internazionale comune”, sottolineando al contrario “la necessità di tendere ponti” verso governi come quelli della Bolivia, dell’Ecuador e del Venezuela che mettono in pratica, “sebbene con alti e bassi, politiche di rottura con il neoliberismo” coincidenti con quelle espresse dai Forum. “Il nuovo contesto internazionale imporrà – ha concluso - la ricerca di nuove forme di articolazione tra movimenti sociali, forze politiche e governi progressisti”.  Un ordine da invertireSu tale contesto si sono soffermati a lungo i relatori del seminario, toccando i diversi aspetti di quella che sempre più si configura come una crisi di civiltà. Immaginando l’organizzazione del mondo come una serie di cerchi concentrici, ha spiegato Susan George, “il primo e più importante risulterebbe certamente quello della finanza, ora totalmente separata dall’economia reale” (più dell’80% delle attività legate ai prestiti finanziari si rivolge allo stesso settore finanziario anziché alla produzione, alla distribuzione e al consumo). “Il circolo successivo è l’economia, libera di andare dove le imposte e il costo del lavoro sono più bassi”. Finanza ed economia, insieme, regolano la società e ne dettano l’organizzazione, ovviamente non a vantaggio dei cittadini. Per ultimo, viene l’ambiente, inteso come  “il luogo da cui estraiamo le nostre materie prime e in cui gettiamo i nostri rifiuti”. In questo quadro, la madre di tutte le sfide è allora “invertire l’ordine di questi cerchi”, in maniera che per primo venga l’ambiente, “visto come dovrebbe essere, cioè come la condizione per la continuità dell’esistenza umana e della civiltà”, poi la società, “democraticamente organizzata in modo che le necessità di base vengano riconosciute e soddisfatte”, quindi l’economia, “organizzata per soddisfare le richieste della società, con imprese di tipo sostanzialmente cooperativo” e infine la finanza, intesa come “strumento al servizio dell’economia”.  Bien vivirSe nella nuova organizzazione del mondo la priorità va assegnata all’ambiente, non può certo sorprendere lo spazio riservato nel seminario alla crisi ambientale. Una crisi che – hanno sottolineato unanimemente i relatori – può essere risolta unicamente attraverso la rottura con il sistema capitalista, ben oltre il rassicurante concetto di “sviluppo sostenibile”: nient’altro che “un modo - ha ricordato Marco Deriu dell’Università di Parma – di fare le stesse cose di sempre con una verniciatura verde”. Il cambiamento, secondo Deriu, “deve essere radicale”, “un ri-orientamento completo della politica ambientale e dello sviluppo”, superando quell’ossessione per la crescita economica che, come ha sottolineato David Havey della City Universtity di New York, è condivisa anche dai settori progressisti. Non esiste, insomma, un capitalismo verde: quelle che il sistema propone come alternative, ha sottolineato il boliviano Gustavo Soto Santiesteban, “non solo non eliminano l’impatto sulle popolazioni vulnerabili, ma rappresentano anche un nuovo tipo di affari per alcuni gruppi economici”, da quello finanziario a quello della produzione di transgenici e degli agrocombustibili, “configurando una sorta di fase ecologica del capitale”. In questo quadro, assume sempre maggiore rilevanza per il movimento altermondialista il concetto di bien vivir, diventato, secondo Soto Santiesteban, “un logo che definirebbe qualcosa di simile a un progetto alternativo di civiltà”, un “paradigma di comprensione e di risoluzione di problemi che non hanno potuto essere risolti dal pensiero unico neoliberista, né dalla modernità industriale (del capitalismo e del socialismo reale)”. Un concetto che rimanda al “riconoscimento della terra come essere vivo, Madre, Pachamama”, al diritto all’esistenza di tutte le forme di vita, “all’equità inter e intragenerazionale tra gli esseri umani per l’uso sostenibile della natura”, “al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali”. “Dobbiamo contrapporci - ha dichiarato la guatemalteca Rosa Chavez - alla visione capitalista della vita, antropocentrica, predatoria e accumulatoria, che vede la madre terra come una risorsa da sfruttare. Il nostro nemico non sono i terremoti, le alluvioni, le siccità e le ‘tragedie naturali’. Il nostro nemico è l’attuale modello di produzione. I principi del bien vivir sono la convivenza, l’armonia, la complementarità e la reciprocità. Il diritto alla vita e il diritto alla terra”. Quella terra che per i popoli indigeni è tutto, come ha spiegato il peruviano Henderson Rengifo: “La nostra terra è la nostra scuola, da dove traiamo i nostri saperi e la nostra conoscenza; è la nostra banca, da dove prendiamo o dove coltiviamo e preserviamo le nostre risorse; è la nostra casa, il nostro ospedale, il nostro mercato, dove circoliamo e coltiviamo la nostra alimentazione; è dove manteniamo la nostra famiglia e le nostre culture”. (claudia fanti)