Speciale Cochabamba, Accordo dei popoli e commenti di Claudia Fanti, Leonardo Boff, Edgardo Lander. Aprile 2010

  •  SPECIALE COCHABAMBA : Conferenza Mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e i Diritti della Madre Terra   19-22 aprile 2010 (I primi tre testi sono tratti da Adista) 

  • 1. UMANITA’ ULTIMA CHIAMATA DA COCHABAMBA, L’OFFENSIVA DEI POPOLI IN DIFESA DELLA MADRE TERRA di Claudia Fanti
  • 2. ACCORDO DEI POPOLI, traduzione  e riduzione di Claudia Fanti
  • 3. LA DIREZIONE GIUSTA di Leonardo Boff
  • 4. RIFLESSIONI SULLA CONFERENZA DI COCHABAMBA di Edgardo Lander (sociologo venezuelano), traduzione di Marinella Correggia 

   

  • 1) UMANITÀ, ULTIMA CHIAMATA. DA COCHABAMBA, L’OFFENSIVA DEI POPOLI IN DIFESA DELLA MADRE TERRA  DOC-2258. COCHABAMBA-ADISTA. “O muore il capitalismo o muore la Madre Terra”: l’alternativa di fronte a cui si trova l’umanità è tutta in queste parole del presidente boliviano Evo Morales, pronunciate durante il discorso di inaugurazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra, svoltasi a Cochabamba (e più precisamente a Tiquipaya, a 12 chilometri di distanza) dal 19 al 22 aprile (v. Adista n. 32/10). Se alla Conferenza di Copenhagen sul clima dello scorso dicembre (la Cop 15: 15.ma Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici; v. Adista nn. 129/09 e 1/10) la logica del capitale si era decisamente imposta sui diritti della Madre Terra e dunque anche dell’umanità, a Cochabamba il discorso è stato completamente ribaltato: è il capitalismo, con la sua ostinata ricerca di una crescita infinita in un pianeta finito, la causa della distruzione del nostro pianeta, come pure delle terribili e sempre più gravi disuguaglianze sociali, e finché non si sostituirà questo sistema con un altro che ristabilisca l’armonia con la natura e l’equità tra gli esseri umani, “le misure che adotteremo - ha dichiarato Morales - avranno  un carattere limitato e precario”. 

 

  • Del resto, “se gli esseri umani possiedono dignità e diritti, come è universalmente accettato, e se la Terra e gli esseri umani costituiscono un’unità indivisibile, possiamo dire – ha evidenziato il teologo brasiliano Leonardo Boff – che la Terra partecipa della dignità e dei diritti degli esseri umani”. Da qui l’importanza del progetto di “Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra”, elaborato, alla vigilia della Conferenza di Cochabamba, “come complemento della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, affinché – si legge nel testo della Dichiarazione - serva come fondamento comune mediante il quale si possa guidare e valutare la condotta di tutti gli esseri umani, delle organizzazioni e delle culture”, sulla base dell’impegno “a cooperare con le altre comunità umane, le organizzazioni pubbliche e private, i governi e le Nazioni Unite, per garantire il riconoscimento universale ed efficace e l’osservanza delle libertà fondamentali, dei diritti e dei doveri consacrati in questa Dichiarazione, tra tutti i popoli, le culture e gli Stati della Terra”. 

 

  • E ora ci ascoltino. E di certo appaiono come una sconfessione totale della linea emersa a Copenhagen le richieste avanzate dalla Conferenza di Cochabamba, a cui hanno partecipato oltre 35mila rappresentanti di 142 Paesi (con la presenza di delegazioni ufficiali di 47 Paesi). D’altra parte, come ha sottolineato il presidente boliviano, se i Paesi cosiddetti sviluppati “avessero rispettato il Protocollo di Kyoto e deciso di ridurre le emissioni di gas contaminanti all’interno delle loro frontiere, questa conferenza non sarebbe stata necessaria. Poiché, al contrario, la maggioranza dei governanti non ama ascoltare i propri popoli, questi sono dovuti venire a Cochabamba, cuore della Bolivia, per difendere l’umanità”. 
  •  
  • Le proposte condivise al termine delle tre giornate di lavoro - contenute nella dichiarazione finale, l’“Accordo dei Popoli”, sottoscritta il 22 aprile, giornata internazionale della Madre Terra - riguardano, in particolare, la richiesta di riconoscimento del debito climatico contratto dai Paesi industrializzati; la riduzione del 50% delle loro emissioni contaminanti rispetto al 1990; la creazione di un Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica ed Ambientale come istanza giuridica vincolante; il lancio di un Referendum Mondiale sul Cambiamento Climatico. Proposte che verranno promosse dai governi dell’Alba nelle diverse sedi istituzionali, a cominciare dalla cruciale Cop 16 in programma nel dicembre prossimo a Cancún, dove si sono date appuntamento tutte le realtà presenti a Cochabamba (e in vista della quale il presidente Hugo Chávez ha proposto la creazione di un fondo economico per facilitare la partecipazione dei rappresentanti sociali). “Quello che ora ci compete è non lasciare queste risoluzioni sulla carta, ma metterle in pratica e premere sui governi perché le traducano in politiche di difesa della Madre Terra”, ha spiegato Morales annunciando, da parte sua, la creazione di un Ministero per i Diritti della Madre Terra e l’avvio di un programma di riforestazione grazie a cui verranno piantati 10 milioni di alberi, uno per ogni abitante della Bolivia, entro il 22 aprile del 2011. E quanto lavoro ci sia da fare per realizzare il passaggio dalle parole ai fatti lo dimostrano i rilievi avanzati nei confronti dello stesso governo boliviano dalla “mesa 18”, il gruppo di lavoro non ufficiale che, al di fuori della sede della conferenza, ha rivendicato il diritto a denunciare i progetti di sfruttamento minerario e degli idrocarburi portati avanti in Bolivia, pur precisando di non voler “screditare il governo né contestare la legittimità di una riunione di cui - hanno scritto i responsabili - ci sentiamo parte”, ma solo “formulare proposte che contribuiscano ad orientare il processo di cambiamento, assumendo la responsabilità di difenderlo e proteggerlo”. 
  • Che le Nazioni diventino “Unite”.   Se le Nazioni Unite, ha dichiarato il presidente boliviano durante la cerimonia di chiusura della Conferenza, svoltasi presso lo stadio Félix Capriles di Cochabamba, non presteranno ascolto alle richieste dei popoli, il nuovo Movimento Mondiale dei Popoli per la Madre Terra - a cui le forze presenti a Cochabamba si sono impegnate a dare vita, affinché promuova le conclusioni della conferenza presso l’Onu e i diversi governi - “dovrà far causa alle potenze industriali presso la Corte Internazionale di Giustizia, perché vengano obbligate al rispetto del Protocollo di Kyoto”. A lanciare l’allarme sulle strategie dei Paesi industrializzati in vista di Cancun è stata anche l’Alleanza Sociale Continentale, che ha denunciato “la nuova offensiva” diretta “a disconoscere l’Onu come quadro multilaterale dei negoziati sul cambiamento climatico”, sostituendola con “un mini-multilateralismo” pensato come lo “spazio decisionale di un’oligarchia globale” in cui le istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale “giocheranno il ruolo decisivo nella promozione di politiche di mercato e di false soluzioni tecnologiche”. Diventa allora improrogabile una radicale riforma delle Nazioni Unite, sulla base di un “solido blocco” di presidenti progressisti, su cui ha insistito il sacerdote nicaraguense Miguel D’Escoto, che ne ha presieduto l’Assemblea generale nel 2009: “Si stanno commettendo grandi crimini, che occorre fermare. Da qui l’importanza di organizzare un Tribunale per la Giustizia Climatica nell’ambito di un’Onu reinventata, perché l’attuale funziona come una dittatura”.
  •  
  • Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, il testo (con alcuni tagli) dell’Accordo dei Popoli, seguito da un breve commento di Leonardo Boff. (claudia fanti)
  •  
  • 2) ACCORDO DEI POPOLI 
  •         Oggi la nostra Madre Terra è ferita e il futuro dell’umanità è in pericolo.Se il riscaldamento globale si incrementasse di 2 gradi centigradi, scenario a cui ci condurrebbe la cosiddetta Intesa di Copenhagen, esiste il 50% di probabilità che i danni provocati alla nostra Madre Terra diventino totalmente irreversibili. Tra il 20% e il 30% delle specie sarebbe in pericolo di estinzione. Grandi estensioni di boschi verrebbero minacciate, siccità e inondazioni colpirebbero diverse regioni del pianeta, si estenderebbero i deserti e si aggraverebbe lo scioglimento dei poli e dei ghiacciai delle Ande e dell’Hima-laya. Molti Stati insulari scomparirebbero e l’Africa soffrirebbe un incremento della temperatura di più di 3 gradi centigradi. La produzione di alimenti nel mondo si ridurrebbe con effetti catastrofici per la sopravvivenza degli abitanti di vaste regioni del pianeta e aumenterebbe drammaticamente il numero di affamati nel mondo, che già supera i 1.020 milioni di persone. 
  •        Le imprese e i governi dei cosiddetti Paesi “più sviluppati”, in complicità con un segmento della comunità scientifica, discutono del cambiamento climatico come di un problema limitato all’aumento della temperatura, senza metterne in discussione la causa, che è il sistema capitalista.
  •  
  • L’umanità al bivio
  •        Ci troviamo di fronte alla crisi terminale del modello di civiltà patriarcale basato sull’oppressione e sulla distruzione degli esseri umani e della natura, che hanno subito un’acce-lerazione con la rivoluzione industriale.
  •         Il sistema capitalista ha imposto una logica di competizione, progresso e crescita illimitata. Questo regime di produzione e consumo persegue un profitto senza limiti, separando l’essere umano dalla natura, esercitando un dominio su quest’ultima e trasformando tutto in merce: l’acqua, la terra, il genoma umano, le culture ancestrali, la biodiversità, la giustizia, l’etica, i diritti dei popoli, la morte e la vita stessa. 
  •         Sotto il capitalismo, la Madre Terra si riduce a una riserva di materie prime e gli esseri umani a mezzi di produzione e di consumo, che valgono per quello che hanno e non per quello che sono. 
  •          Il capitalismo richiede una potente industria militare per il suo processo di accumulazione e per il controllo di territori e risorse naturali, attraverso la repressione delle lotte dei popoli. Si tratta di un sistema imperialista di colonizzazione del pianeta.
  •     L’umanità è di fronte a un bivio: proseguire per il cammino del capitalismo, del saccheggio e della morte o intraprendere il cammino dell’armonia con la natura e del rispetto per la vita.
  •      È necessario forgiare un nuovo sistema che ristabilisca l’armonia con la natura e tra gli esseri umani. Ci può essere un equilibrio con la natura solo se c’è equità tra gli esseri umani. 
  •       Proponiamo ai popoli del mondo il recupero, la valorizzazione e il rafforzamento delle conoscenze, della saggezza e delle pratiche ancestrali dei Popoli indigeni, che si affermano nella proposta del “Vivir Bien”, riconoscendo la Madre Terra come un essere vivo con cui abbiamo una relazione indivisibile, interdipendente, complementare e spirituale.
  •       Per affrontare il cambiamento climatico dobbiamo riconoscere la Madre Terra come fonte della vita e forgiare un nuovo sistema basato sui principi di armonia ed equilibrio tra tutti e con tutto; di complementarità, solidarietà ed equità; di benessere collettivo e di soddisfazione delle necessità fondamentali di tutti in armonia con la Madre Terra; di rispetto per i Diritti della Madre Terra e per i Diritti Umani; di riconoscimento dell’essere umano per quello che è e non per quello che ha; di eliminazione di ogni forma di colonialismo, imperialismo e interventismo; di pace tra i popoli e con la Madre Terra.
  •     Il modello che propugniamo non è quello dello sviluppo distruttivo e illimitato. I Paesi hanno bisogno di produrre beni e servizi per soddisfare le necessità fondamentali delle popolazioni, ma in nessun modo possono proseguire per questo cammino di sviluppo in cui i Paesi più ricchi presentano un’impronta ecologica 5 volte più grande di quella che il pianeta è in grado di sopportare. Oggi si è già oltrepassata di un 30% la capacità di autogenerazione del pianeta. A questo ritmo di sfruttamento della Madre Terra avremo bisogno di due pianeti per il 2030.
  •  
  •       In un sistema interdipendente di cui l’umanità è una delle componenti non è possibile riconoscere diritti soltanto agli esseri umani senza provocare uno squilibrio in tutto il sistema. Per garantire i diritti umani e ristabilire l’armonia con la natura, occorre riconoscere e applicare effettivamente i diritti della Madre Terra. Per questo, proponiamo il progetto allegato di Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra in cui si affermano il suo diritto alla vita e all’esistenza; il suo diritto ad essere rispettata; il diritto al mantenimento dei suoi cicli e dei suoi processi vitali liberi da manipolazioni da parte dell’uomo; il diritto di tutti gli esseri a mantenere la propria identità e integrità come esseri distintii, autoregolati e interrelazionati; il diritto all’acqua come fonte di vita; il diritto all’aria pulita; il diritto alla salute integrale; il diritto della Terra ad essere libera dalla contaminazione e dall’inquinamento, dai rifiuti tossici e radioattivi; il suo diritto a non essere alterata geneticamente e modificata nella sua struttura né ad essere minacciata nella sua integrità o nel suo funzionamento vitale; il diritto a una riparazione piena e pronta dei danni causati dalle attività umane ai diritti riconosciuti in questa Dichiarazione.
  •  
  •        La visione condivisa è quella di stabilizzare le concentrazioni di gas ad effetto serra per rendere effettivo l’articolo 2 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, che prevede “la stabilizzazione delle concentrazioni di gas ad affetto serra nell’atmosfera ad un livello che impedisca interferenze antropogeniche pericolose per il sistema climatico”. In base al principio delle responsabilità storiche comuni ma differenziate, esigiamo che i Paesi sviluppati si prefissino mete quantificate di riduzione di emissioni che permettano di ristabilire le concentrazioni di gas ad affetto serra nell’atmosfera a 300 ppm e così di limitare l’incremento della temperatura media globale a un livello massimo di 1°C. (...). 
  •  
  •       La “visione condivisa” per l’“Azione Cooperativa a Lungo Termine” non deve limitarsi a definire il limite dell’au-mento della temperatura e della concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera, ma deve comprendere in modo integrale ed equilibrato un insieme di misure finanziarie, tecnologiche, di adattamento, di sviluppo di capacità, di produzione e di consumo, di riconoscimento dei diritti della Madre Terra dirette a ristabilire l’armonia con la natura.
  •  
  • Il debito climatico dei Paesi industrializzati.   I Paesi sviluppati, principali responsabili del cambiamento climatico, assumendo la loro responsabilità storica e attuale, devono riconoscere e onorare il loro debito climatico in tutti i suoi aspetti, come base per una soluzione giusta, effettiva e scientifica al problema del cambiamento climatico. In questo quadro esigiamo dai Paesi sviluppati che:
  • - restituiscano ai Paesi in via di sviluppo lo spazio atmosferico occupato dalle proprie emissioni di gas ad affetto serra, con la conseguente decolonizzazione dell’atmosfera mediante la riduzione e l’assorbimento delle proprie emissioni; 
  • - assumano i costi e le necessità di trasferimento di tecnologia dei Paesi in via di sviluppo per la perdita di opportunità di sviluppo causata dal fatto di vivere in uno spazio atmosferico limitato; 
  • - si facciano carico del debito di adattamento all’impatto del cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo fornendo i mezzi per prevenire, attenuare e rispondere ai danni sorti dalle eccessive emissioni;
  • - onorino questi debiti come parte di un debito maggiore nei confronti della Madre Terra adottando e applicando la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra nelle Nazioni Unite. 
  •  
  •      L’accento deve essere posto non solamente sulla compensazione economica, ma principalmente sulla giustizia restaurativa, cioè sulla restituzione dell’integrità alle persone e ai membri che formano una comunità di vita sulla Terra.
  •      Condanniamo il tentativo da parte di un gruppo di Paesi di annullare il Protocollo di Kyoto, unico strumento legalmente vincolante specifico per la riduzione delle emissioni di gas ad affetto serra dei Paesi sviluppati. E avvertiamo che, ciononostante, le emissioni dei Paesi sviluppati, anziché diminuire, sono cresciute dell’11,2% tra il 1990 e il 2007.
  •      Gli Stati Uniti, a causa del loro consumo illimitato, hanno accresciuto le loro emissioni del 16,8% durante il periodo tra il 1990 e il 2007, liberando una media di 20-23 tonnellate annuali di CO2 per abitante, 9 volte in più delle emissioni corrispondenti di un abitante del Terzo Mondo e oltre 20 volte quelle di un abitante dell’Africa Subsahariana.
  •      Respingiamo in maniera assoluta l’illegittima Intesa di Copenhagen, che permette a questi Paesi di offrire riduzioni insufficienti di emissioni, sulla base di impegni volontari e individuali, che violano l’integrità ambientale della Madre Terra conducendo ad un aumento di circa 4ºC.
  •      La prossima Conferenza sul Cambiamento Climatico in programma alla fine dell’anno in Messico deve approvare la modifica al Protocollo di Kyoto per la seconda fase di impegni, dal 2013 al 2017, durante la quale i Paesi sviluppati devono impegnarsi a riduzioni significative di almeno il 50% rispetto al 1990, senza ricorrere al mercato del carbonio o ad altri sistemi che mascherano i mancati tagli alle emissioni.
  •      Chiediamo di stabilire per prima cosa una meta per l’insieme dei Paesi sviluppati, per poi realizzare le assegnazioni a ciascun Paese sviluppato nel quadro di un confronto tra gli sforzi di ciascuno di loro, mantenendo così la validità del sistema del Protocollo di Kyoto.
  •      Gli Stati Uniti, unico Paese industrializzato a non aver aderito al Protocollo di Kyoto, deve procedere a ratificarlo impegnandosi a compiere gli obiettivi di riduzione delle emissioni in tutto il suo apparato economico. 
  •      I popoli hanno gli stessi diritti di protezione riguardo all’impatto del cambiamento climatico. Rifiutiamo la nozione di adattamento intesa come rassegnazione all’impatto determinato dalle emissioni storiche dei Paesi sviluppati, i quali devono adattare i loro stili di vita e di consumo di fronte a questa emergenza planetaria. Noi ci vediamo obbligati ad affrontare l’impatto del cambiamento climatico, considerando l’adattamento un processo e non un’imposizione, oltre che uno strumento per arrestarlo, dimostrando come sia possibile vivere in armonia secondo un diverso modello di vita.
  •      È necessario costruire un Fondo di Adattamento, come parte di un meccanismo finanziario gestito in maniera sovrana, trasparente ed equa dai nostri Stati, valutando gli impatti e i costi dei Paesi in via di sviluppo e le necessità che ne derivano e monitorando il sostegno dei Paesi sviluppati. Come pure prevedere un meccanismo per il risarcimento dei danni passati e futuri, della perdita di opportunità e dei costi aggiuntivi che potrebbero presentarsi se il nostro pianeta oltrepassasse i limiti ecologici e anche degli impatti che stanno ostacolando il diritto al Vivir Bien. (...). 
  •       L’immensa sfida che l’umanità deve affrontare per arrestare il riscaldamento globale e raffreddare il pianeta potrà essere vinta solo portando avanti una profonda trasformazione dell’agricoltura in direzione di un modello sostenibile di produzione agricola contadina e indigena e di altre pratiche ecologiche ancestrali che contribuiscano a risolvere il problema del cambiamento climatico e ad assicurare la Sovranità Alimentare, intesa come il diritto dei popoli a esercitare il controllo sulle proprie sementi, sulle proprie terre, sull’acqua e sulla produzione di alimenti, garantendo, attraverso una produzione in armonia con la Madre Terra, locale e culturalmente appropriata, l’accesso dei popoli ad un’ali-mentazione sufficiente, diversificata e nutriente e sviluppando la produzione autonoma (partecipativa, comunitaria e condivisa) di ogni nazione e popolo.
  •      Il cambiamento climatico sta già producendo un impatto profondo sull’agricoltura e sugli stili di vita dei popoli indigeni e contadini del mondo, destinato ad aggravarsi in futuro.
  •      L’agrobusiness, attraverso un modello sociale, economico e culturale di produzione capitalista globalizzata e una logica di produzione di alimenti per il mercato e non per il soddisfacimento del diritto all’alimentazione, è una delle cause principali del cambiamento climatico. I suoi strumenti tecnologici, commerciali e politici non fanno che aggravare la crisi climatica e incrementare la fame nel pianeta. Per questa ragione respingiamo i Trattati di Libero Commercio e ogni forma di applicazione dei diritti di proprietà intellettuale sulla vita, gli attuali pacchetti tecnologici (agrochimici, transgenici) e tutte quelle false soluzioni (agrocombustibili, geoingegneria, nanotecnologia, tecnologia Terminator) che non faranno che acuire l’attuale crisi.
  •      Denunciamo l’imposizione da parte di questo modello capitalista di megaprogetti infrastrutturali, l’invasione di territori con progetti di estrazione mineraria, la privatizzazione e mercificazione dell’acqua, la militarizzazione dei territori accompagnata dall’espulsione dei popoli indigeni e contadini e dall’aggravarsi della crisi socioambientale.
  •     Esigiamo il riconoscimento del diritto di tutti i popoli e di tutti gli esseri viventi all’accesso all’acqua e appoggiamo la proposta del governo della Bolivia a riconoscere l’acqua come diritto umano fondamentale.
  •      La definizione di bosco utilizzata nei negoziati della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che include le piantagioni, è inaccettabile. Le monoculture non sono boschi. Pertanto, esigiamo una definizione che riconosca la foresta e i boschi nativi e la diversità degli ecosistemi della terra.
  •      La Dichiarazione dell’Onu sui Diritti dei Popoli Indigeni deve essere pienamente riconosciuta, applicata e integrata nei negoziati sul cambiamento climatico. La migliore strategia per evitare la deforestazione e proteggere i boschi nativi è quella di riconoscere e garantire i diritti collettivi delle terre e dei territori, considerando in particolare che la maggior parte dei boschi e delle foreste si trova nei territori dei popoli indigeni e delle comunità contadine e tradizionali.
  •      (...) I Paesi contaminanti sono obbligati a trasferire in maniera diretta le risorse economiche e tecnologiche per la restaurazione e la conservazione dei boschi e delle foreste a favore di popoli e strutture ancestrali indigeni e contadini (...). I governi devono eliminare le concessioni forestali e sostenere la conservazione del petrolio sotto terra, come pure arrestare urgentemente lo sfruttamento degli idrocarburi nelle foreste. (...).
  •       Chiediamo la piena ed effettiva applicazione del diritto alla consultazione, alla partecipazione e al consenso previo, libero e informato dei popoli indigeni in tutti i processi di negoziazione, come pure nel disegno e nell’applicazione delle misure relative al cambiamento climatico.
  •      La degradazione ambientale e il cambiamento climatico raggiungeranno livelli critici, con la conseguente migrazione interna e internazionale. In base ad alcuni dati, nel 1995 esistevano circa 25 milioni di migranti climatici, divenuti oggi 50 milioni, e le previsioni per il 2050 indicano un numero che oscilla tra i 200 milioni e il miliardo di persone che dovranno spostarsi per situazioni legate al cambiamento climatico. I Paesi sviluppati devono assumersi la responsabilità dei migranti climatici, accogliendoli nei propri territori e riconoscendo loro i diritti fondamentali, attraverso accordi internazionali che contemplino la definizione di migrante climatico. 
  •      Occorre costituire un Tribunale Internazionale di Coscienza per denunciare, documentare, giudicare e sanzionare le violazioni dei diritti dei migranti, dei rifugiati e dei profughi nei Paesi di origine, transito e destinazione, identificando chiaramente le responsabilità degli Stati, delle compagnie e di altri attori.
  •      Il finanziamento attuale destinato ai Paesi in via di sviluppo per il cambiamento climatico e la proposta dell’Intesa di Copenhagen sono infimi. I Paesi sviluppati devono impegnarsi ad un nuovo finanziamento annuale, aggiuntivo rispetto all’Aiuto Ufficiale allo Sviluppo e di carattere pubblico, di almeno il 6% del Pil per affrontare il cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo, considerando che essi spendono una cifra simile per la difesa nazionale e che hanno destinato una somma cinque volte maggiore per il salvataggio delle banche e degli speculatori. Questo finanziamento deve essere diretto, senza condizioni e rispettoso della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione delle comunità e dei gruppi più colpiti. (...).
  •      La recente crisi finanziaria ha mostrato l’incapacità del mercato di regolare il sistema finanziario (...) e pertanto sarebbe totalmente irresponsabile lasciare nelle sue mani la cura e la protezione dell’esistenza umana e della Madre Terra. (...). 
  •      È imprescindibile esigere il compimento degli impegni assunti dai Paesi sviluppati nella Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico rispetto allo sviluppo e al trasferimento di tecnologia (...). È fondamentale stabilire i lineamenti per la creazione di un meccanismo multilaterale e multidisciplinare per il controllo partecipativo, la gestione e la valutazione costante dello scambio di tecnologie. Queste tecnologie devono essere utili, pulite e socialmente adeguate (...) e libere dai diritti di proprietà intellettuale, in particolare dai brevetti, che devono passare dal monopolio privato al dominio pubblico. 
  •      La conoscenza è universale e per nessun motivo può essere oggetto di proprietà privata e di uso privativo, neppure nelle sue applicazioni tecnologiche. È dovere dei Paesi sviluppati condividere la propria tecnologia con i Paesi in via di sviluppo, come pure favorirne lo sviluppo e l’applica-zione per il vivir bien. (...).
  •      Considerando la mancanza di volontà politica dei Paesi sviluppati (...) e l’assenza di un’istanza legale internazionale che prevenga e sanzioni tutti quei crimini climatici e ambientali che attentano ai diritti della Madre Terra e dell’umanità, chiediamo la creazione di un Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica e Ambientale che abbia la capacità giuridica vincolante di prevenire, giudicare e sanzionare gli Stati, le imprese e le persone che per azione od omissione contaminino e provochino il cambiamento climatico.

      (...) Sollecitiamo i popoli a proporre e promuovere una profonda riforma delle Nazioni Unite, affinché tutti gli Stati membri rispettino le decisioni del Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica e Ambientale.           Che siano i popoli a decidere.  

  •        Il futuro dell’umanità è in pericolo e non possiamo accettare che un gruppo di governanti di Paesi sviluppati decida per tutti come ha tentato di fare, invano, alla Conferenza di Copenhagen. Questa decisione compete a tutti i popoli. Per questo è necessaria la realizzazione di un Referendum Mondiale, plebiscito o consultazione popolare, sul cambiamento climatico in cui tutti siano consultati sul livello di riduzione di emissioni a cui sono chiamati i Paesi sviluppati e le imprese transnazionali; sul finanziamento a cui devono provvedere i Paesi sviluppati; sulla creazione di un Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica; sulla necessità di una Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra; sulla necessità di cambiare l’attuale sistema capitalista.
  •         Il processo del Referendum Mondiale, plebiscito o consultazione popolare sarà frutto di un processo di preparazione che ne assicuri il successo.
  •        Al fine di coordinare la nostra azione internazionale e di applicare i risultati del presente “Accordo dei Popoli”, chiamiamo a costruire un Movimento Mondiale dei Popoli per la Madre Terra basato sui principi di complementarità e di rispetto per la diversità di origine e di visioni di chi ne fa parte, costituendosi in uno spazio ampio e democratico di coordinamento e di articolazione di azioni a livello mondiale.
  •        (...) Decidiamo infine di realizzare la 2ª Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra nel 2011 come parte di questo processo di costruzione del Movimento Mondiale dei Popoli per la Madre Terra, a fronte dei risultati della Conferenza sul cambiamento climatico che si realizzerà alla fine dell’anno a Cancun, in Messico.

 

  • 3)  LA DIREZIONE GIUSTA di Leonardo Boff 
  •       Com’è noto, a dicembre del 2009 si è svolta a Copenhagen la Conferenza Mondiale sul Clima, dove non si è giunti ad alcun accordo, in quanto la logica del capitale è prevalsa sulla logica dell’ecologia. Ciò significa che i delegati e i capi di Stato presenti rappresentavano più gli interessi economici che quelli dei propri popoli. La questione che si ponevano era la seguente: quanti profitti si perdono accettando precetti ecologici finalizzati a purificare il pianeta in modo da garantire le condizioni per la qualità della vita? Non si guardato al tutto, alla vita e alla Terra, ma agli interessi particolari di ciascun Paese.
  •  
  •       La logica ecologica vede l’interesse collettivo, perché mira all’equilibrio fra essere umano e natura, fra produzione, consumo e capacità di rigenerazione delle risorse e dei servizi della Terra. Rompendo tale equilibrio, cosa che il modello di produzione capitalista sta già facendo da secoli, sorgono effetti non desiderati chiamati “esternalità”: devastazione della natura, gravi ingiustizie sociali, indifferenza alle necessità delle future generazioni e l’effetto irreversibile del riscaldamento globale che rischia di far perdere tutto.
  •  
  •       A Cochabamba, in Bolivia, si è assistito all’esatto contrario: il trionfo della logica dell’ecologia e della vita. Nei giorni dal 19 al 22 di aprile si è celebrata la Conferenza Mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e i Diritti della Madre Terra. Vi sono convenuti 35.500 rappresentanti dei popoli della Terra, provenienti da 142 Paesi. Al centro di tutto la Terra in quanto Pacha Mama, grande Madre, con la sua dignità e i suoi diritti, la vita in tutta la sua immensa diversità (nel superamento di ogni antropocentrismo), la nostra responsabilità comune per garantire condizioni ecologiche, sociali e spirituali che ci permettano di vivere, senza minacce, in questo pianeta.
  •  
  •        I 17 gruppi di lavoro, al contrario di quanto accaduto a Copenhagen, hanno prodotto uno straordinario consenso, perché tutti avevano nella mente e nel cuore l’amore per la vita e per la Pacha Mama “con la quale tutti abbiamo una relazione indivisibile, interdipendente, complementare e spirituale”, come dice il documento conclusivo.
  •       Invece del capitalismo competitivo, del progresso e della crescita illimitati, ostili all’equilibrio con la natura, è stato scelto il buen vivir, categoria centrale della cosmologia andina, vera alternativa per l’umanità che consiste nel vivere in armonia con se stessi, con gli altri, con la Pacha Mama, con le energie della natura, dell’aria, del suolo, delle acque, delle montagne, degli animali e delle piante e in armonia con gli spiriti e con la Divinità, sulla base di un’economia del sufficiente e decente per tutti, inclusi gli altri esseri.
  •       A Cochabamba, è stata elaborata una Dichiarazione dei Diritti della Madre Terra che, fra l’altro, prevede il diritto della Madre Terra alla vita e all’esistenza; ad essere rispettata; al mantenimento dei propri cicli e processi vitali; a mantenere la propria identità ed integrità con tutti i suoi esseri distinti e interrelazionati; il diritto all’acqua come fonte di vita; all’aria pulita; alla salute integrale; alla libertà da contaminazione e inquinamento, da rifiuti tossici e radioattivi; il diritto ad una riparazione piena e immediata per i danni che le sono state inflitti dalle attività umane.
  •        È stata prevista anche la creazione di un Tribunale Internazionale di Giustizia Climatica e Ambientale, con la capacità giuridica e vincolante di prevenire, giudicare e sanzionare gli Stati, le imprese e le persone per azioni od omissioni che provochino contaminazioni e mutamenti climatici e comportino gravi attentati agli ecosistemi che garantiscono il buen vivir.
  •        È stato pure deciso di portare all’Onu i risultati di questa Conferenza dei Popoli perché i suoi contenuti siano presi in considerazione nella prossima Conferenza Mondiale prevista per novembre/dicembre di quest’anno a Cancún, in Messico.
  •       Il significato più profondo di questo Vertice è la convinzione, sempre più forte fra i popoli, che non possiamo più affidare il destino della vita e della Terra ai capi di Stato, ostaggi dei dogmi capitalisti. Il Brasile purtroppo non ha inviato alcun rappresentante, perché per l’attuale governo sembra più importante l’“accelerazione della crescita” che la garanzia di un futuro per la vita. Questa Conferenza dei Po-poli ha indicato la direzione giusta verso una biociviltà in cui sia assicurato un equilibrio di tutti con tutti e con tutto.
  •  
  • 4) Riflessioni sulla conferenza di Cochabamba di Edgardo Lander - 27 April 2010 
  •       Dopo la Conferenza in Bolivia, i governi possono portare all’interno della prossima conferenza ufficiale sul clima in Messico l’agenda dei movimenti sociali e quella delle popolazioni maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici. 
  •       La conferenza di Cochabamba si è rivelata molto buona e non solo per il numero dei partecipanti. Hanno partecipato circa 33mila persone, più del doppio rispetto alle attese. Circa 10mila venivano dall’estero. Anche i dibattiti sono stati di ottima qualità. E’ stato difficilissimo produrre 17 documenti dei gruppi di lavoro e l’Accordo finale dei popoli in soli tre giorni e prendendo le decisioni in modo collettivo anziché in piccoli incontri. Ma ci siamo riusciti e ora abbiamo l’Accordo dei Popoli come alternativa alla cosiddetta Intesa di Copenaghen. Ora i governi (finora solo quelli dell’Alba, ma si spera che se ne aggiungeranno altri prima del prossimo Vertice sul clima) possono portare all’interno della prossima conferenza ufficiale sul clima in Messico l’agenda dei movimenti sociali e quella delle popolazioni maggiormente minacciate dai cambiamenti climatici. 
  •        Non c’è bisogno di sottolineare l’importanza delle tematiche ambientali globali. Vorrei sottolineare solo due ragioni. La prima è ovviamente il fatto che la crisi che ci sta di fronte minaccia la sopravvivenza del genere umano e la vita sul Pianeta Terra. La seconda è il fatto che le lotte per la giustizia ambientale o climatica sono riuscite a unificare le questioni/lotte più importanti degli ultimi decenni (giustizia/eguaglianza, guerra/militarizzazione, libero commercio, sovranità alimentare, agrobusiness, diritti contadini, lotte contro il patriarcato, difesa dei diritti dei popoli indigeni, migrazioni, critica ai modelli di conoscenza dominanti eurocentrici e coloniali, lotte per la democrazia ecc.). Tutte queste questioni sono state affrontate a Cochabamba e sono tutte, in qualche misura, presenti nell’Accordo finale. 
  •        Tuttavia, ci sono alcune questioni che mi paiono in sé potenzialmente problematiche. 
  •        1. La prima è il fatto che la resistenza mondiale ha in gran parte accettato il modo in cui le questioni ambientali sono state formulate dall’Ipcc dell’Onu in termini di “Cambiamento climatico”.  Ritengo che una volta che il problema è definito come “cambiamento climatico”, è abbastanza facile arrivare al passo successivo: limitare la discussione all’aumento medio della temperatura dell’atmosfera terrestre. Ciò tende a plasmare il dibattito in questi termini: “di quanto limitare le emissioni di carbonio?”, senza porre in discussione nient’altro. Non c’è dunque dibattito sui limiti (o sulla crisi terminale) della civiltà antropocentrica patriarcale basata sulla separazione radicale fra esseri umani e il resto della ragnatela della vita, un progetto di civiltà basato sull’idea di una crescita illimitata su un pianeta limitato. Così, ad esempio, invece di sostenere la necessità di porre fine ad un sistema di trasporti basato sulle automobili individuali/private, il dibattito si limita alle energie alternative da adottare (con una nuova spinta al profitto verde) per mantenere intatto questo modello insostenibile.
  •        Così, le multinazionali, molti governi e molta parte della comunità scientifico/tecnologica ha potuto mettersi a cercare soluzioni tecnologiche e di mercato ai problemi “tecnici”. Il cambiamento del clima è dunque una questione enorme, ma è parte di una più ampia conseguenza distruttiva dello sviluppo, del progresso e della crescita illimitata in questo mondo profondamente ineguale. Queste non sono questioni tecnologiche o di mercato. Non ci si può aspettare che la stessa scienza/tecnologia, gli stessi  modelli dominanti di conoscenza, lo stesso sistema di mercato che ci hanno portato alla crisi attuale possano offrirci alternative sagge.
  •       Ecco perché la lotta contro il cambiamento del clima (“Cambiamo il sistema, non il clima”) al tempo stesso deve lottare contro questo contesto limitato e imprenditoriale.
  •       
  •       2. Un secondo problema è il modo in cui  le discussioni a Cochabamba hanno definito il capitalismo come la causa principale del cambiamento climatico e della distruzione ambientale. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che il capitalismo sia incompatibile con la conservazione della vita umana sulla Terra. Il capitalismo è un sistema di crescita senza limiti. Non può esserci una stato stazionario nel capitalismo, o un capitalismo a crescita negativa. E la crescita illimitata non è possibile su un pianeta limitato. Quindi qualunque alternativa deve essere non capitalista.   
  •       Però, se si limita la discussione al “capitalismo”, sorgono due problemi. Il primo è il modo in cui questo può essere usato da governi o da progetti cosiddetti socialisti per lavarsene le mani e ignorare le proprie responsabilità. (“Il capitalismo è il colpevole, ebbene noi stiamo costruendo il socialismo”). Sappiamo però che il socialismo sovietico fu altrettanto distruttivo, o anche di più, per esseri umani e ambiente. Le alternative devono essere al tempo stesso anticapitaliste e radicalmente critiche rispetto al modello di civiltà dominante. Questa dimensione critica della civiltà tende a essere oscurata quando i problemi sono presentati in termini di responsabilità unica del capitalismo.  E’ ad esempio il caso del Venezuela di oggi, che pone l’accento sulle responsabilità del Nord e soprattutto degli Usa, tendendo a oscurare le conseguenze di un modello petrolifero basato sullo sviluppo estrattivista socialista statale.
  •        Un secondo concetto correlato al primo è che questa critica a senso unico al capitalismo può indurre ad assumere il fatto che questi problemi si possono affrontare solo in una società non capitalista (per es. nel socialismo) dopo una rivoluzione, o dopo l’avvento al potere di un governo progressista. Ho avuto l’impressione che questo fosse il comune sentire diffuso alla conferenza di Cochabamba. Ciò significherebbe ignorare le profonde trasformazioni politiche e culturali verificatesi a partire dalla caduta del muro di Berlino, dalla fine della resistenza sovietica al capitalismo. Nuovi modi di fare politica, basati sulla pluralità, sulla diversità, sull'orizzontalità, sull’idea che il potere statale è importante ma è solo una delle molteplici dimensioni delle necessarie trasformazioni sociali  (che si verificano non dopo la presa del palazzo d’Inverno ma qui e ora) sono nati e cresciuti negli ultimi due decenni. Il Forum sociale mondiale ha dato un contributo enorme a questa nuova cultura politica. Se l’adesione al “socialismo” diventasse un’altra volta il criterio in base al quale giudicare il valore o il contributo dei soggetti, delle lotte e dei movimenti sociali, molto di questa recente e valida esperienza si perderebbe. 
  •  
  •          3. Occorre anche essere cauti riguardo ai problemi che potrebbero sorgere in seguito all’"appello a costituire un Movimento globale dei popoli per Madre Terra", contenuto nell’Accordo di Cochabamba. Molti movimenti sociali non ne vedono la necessità, lo considerano anzi come una sovrapposizione a reti e articolazioni esistenti, o anche come una minaccia potenziale all’autonomia dei movimenti sociali, se i governi dell’Alba cercassero di controllare questo Movimento globale dei popoli. Occorre affrontare con molta attenzione questo problema, per non rovinare alleanze necessarie fra movimenti e alcuni governi nella lotta continua per la giustizia climatica e tutto il resto. Anche in termini di organizzazione, alcuni movimenti latinoamericani hanno già espresso il timore che gli europei possano imporre alle mobilitazioni di Cancún il modello del “Klimaforum” di Copenaghen: un modello considerato in qualche modo alieno rispetto all’esperienza dei movimenti sociali latinoamericani. Non si tratta di una ragione di scontro, ma occorre tener conto di queste sensibilità nel processo verso Cancún.