Speciale CANCUN: un commento di Claudia Fanti, l'Editoriale di Brasil de Fato, il documento di Via campesina

 

  1. CANCUN: Nazioni Unite contro il Pianeta. Solo la Bolivia si schiera con i movimenti  (di Claudia Fanti, da Adista n. 99)
  2. CANCUN: la montagna ha partorito un topolino!! (Editoriale di Brasil de fato 16/21 dicembre 2010)
  3. CANCUNLe mille soluzioni sono nelle mani dei popoli. Documento de La Via Campesina su Cancun  (Mercoledì 15 Dicembre 2010)

 

  • 1. CANCUN-ADISTA. Se, come dice un proverbio cinese, un viaggio di mille leghe comincia con un passo, a Cancun l’umanità è rimasta ferma ai nastri di partenza. Al di là della scontata – ma non per questo meno eclatante - manipolazione della verità da parte dei governi prima e dei mezzi di comunicazione poi, la 16.ma Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Cop 16) ha consumato l’ennesimo crimine nei confronti del pianeta. “La storia giudicherà severamente”, ha denunciato la delegazione della Bolivia, unico tra 194 Paesi ad essersi opposto all’accordo approvato.
  • Un nuovo multilateralismo?   È stato salutato con grande enfasi, un po’ da ogni parte, il rilancio del multilateralismo, a cui la precedente Conferenza di Copenhagen aveva inferto colpi mortali. In realtà, come ha evidenziato l’Alleanza Sociale Continentale (composta da movimenti, reti e organizzazioni delle Americhe), l’accordo è stato raggiunto “attraverso negoziati condotti in gruppi piccoli e in riunioni informali, che hanno facilitato la divisione dei Paesi più poveri”. Questa presunta rivincita del multilateralismo, dunque, altro non sarebbe, secondo la delegazione boliviana, che la “vittoria delle nazioni più ricche, che hanno intimidito e forzato altre nazioni ad accettare un accordo nei termini per esse più convenienti”. I Paesi industrializzati –  si legge nel comunicato della delegazione boliviana – “non hanno offerto nulla di nuovo a livello di riduzione di emissioni e di finanziamento”, tentando anzi di arretrare rispetto agli impegni esistenti. Per contro, sono state sistematicamente escluse le proposte, realmente efficaci, presentate dalla Bolivia sulla base dell’“Accordo dei Popoli” della Conferenza di Cochabamba sui cambiamenti climatici e i diritti della Madre Terra, svoltasi nell’aprile scorso in funzione anti-Copenhagen, che pure erano state integrate nel testo di negoziazione delle parti (v. Adista nn. 32 e 38/10). Se di multilateralismo si tratta, insomma, è di sicuro una sua versione aggiornata, in cui gli accordi vengono conclusi, come ha sottolineato la delegazione boliviana, sempre “a spese delle vittime”. Non a caso, i movimenti sociali hanno ribattezzato la Conferenza “Cancunhagen”. 

 

  • Verso la catastrofe  Secondo il governo boliviano, c’è una sola maniera di misurare il successo o meno di un accordo sul clima: quella che passa per l’effettiva riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per prevenire il riscaldamento globale. Ed è su tale e decisivo punto che la Cop 16 rivela l’entità del suo fallimento. Per prima cosa, il testo della Conferenza fissa a 2 gradi centigradi il limite massimo di aumento della temperatura del pianeta, quando già l’aumento attuale di 0,76 gradi sta provocando una crescita esponenziale di fenomeni climatici estremi, con la morte di 300.000 persone ogni anno. Il limite fissato dal testo della Conferenza, in realtà, significherebbe per l’Africa un incremento di tre gradi - con conseguenze gravissime a livello di desertificazione e di accesso all’acqua -, e per gli Stati insulari la loro definitiva scomparsa sotto le acque oceaniche. “Per noi – ha detto il capodelegazione della Bolivia Pablo Solon nel suo discorso finale - la ‘linea rossa’ è garantire che, da qui alla fine del secolo, nessuno degli Stati presenti cessi di esistere”. 
  • Di certo non sono mancati gli appelli accorati dei Paesi più vulnerabili, i quali, come ha ricordato  il presidente di Palau Johnson Toribiong, sono proprio quelli meno responsabili del cambiamento climatico. “La situazione - aveva denunciato Bruno Sekoli, capo dell'Ufficio di Controllo del Clima del Lesotho e portavoce del gruppo dei Paesi meno sviluppati - per noi è disperata. I nostri Paesi stanno già lottando per la sopravvivenza. Tuvalu potrebbe scomparire sott’acqua in qualunque momento”. E il presidente guatemalteco Álvaro Colom, ricordando come il suo Paese abbia vissuto 109 giorni di emergenza sotto la pioggia, con danni materiali pari a un quarto del bilancio annuale dello Stato, ha invitato i delegati a ragionare in termini non di emissioni da ridurre ma di morti da evitare: “Dio ha dato agli esseri umani la capacità di perdonare e di dimenticare, ma alla natura non ha dato tale capacità”. 
  • Ma c’è di peggio, di molto peggio, rispetto al limite fissato dalla Conferenza: non si sa, infatti, come si dovrebbe arrivare a contenere l’aumento della temperatura in ‘soli’ due gradi. L’accordo fa riferimento ad un secondo periodo di impegni all’interno del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012, rimandando la questione alla prossima Conferenza, che si terrà a Durban, in Sudafrica, nel 2011. Ma intanto lascia la porta aperta ad uno smantellamento del Protocollo - unico accordo giuridicamente vincolante sul clima che obbliga i Paesi ricchi a ridurre le loro emissioni (per quanto appena del 5% rispetto al 1990) -, includendo solamente l’adozione di impegni su base volontaria. Nient’altro, dunque, che promesse. 
  •  
  • Ministri sulla luna.   Eppure un segnale incoraggiante era venuto dalle potenze emergenti: la Cina (a cui in tanti avevano scaricato la responsabilità del fallimento di Copenhagen), l’India, il Brasile e il Sudafrica si erano dichiarati disponibili a tagliare le proprie emissioni attraverso impegni volontari ma legalmente vincolanti, accettando un meccanismo di misurazione e verifica delle proprie azioni di mitigazione, a condizione che i Paesi più industrializzati si impegnassero ad avviare la seconda fase del protocollo di Kyoto e ad assicurare un giusto contributo finanziario e tecnologico a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ma se in tal modo la palla era tornata agli Stati Uniti, questi si sono ben guardati dal rilanciarla: il capo della delegazione statunitense, Todd Stern, ha detto chiaramente che il suo Paese non avrebbe sottoscritto alcun accordo giuridicamente vincolante. E non è stato da meno il negoziatore giapponese Jun Aruma, il quale ha affermato con altrettanta chiarezza che il Giappone non avrebbe fissato “i propri obiettivi all’interno del Protocollo di Kyoto a qualunque condizione e in ogni circostanza”. Non a caso, parlando a nome del “Gruppo ombrello” (di cui fanno parte, tra gli altri, gli Stati Uniti, il Giappone, la Russia, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda), il ministro australiano dell’energia e del cambiamento climatico Greg Combet ha esaltato le virtù dell’Intesa di Copenhagen, basata proprio su un sistema di offerte volontarie. 
  • Ed è così che il testo di Cancun si è limitato a stabilire che i Paesi industrializzati che hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto e gli Stati Uniti che si sono rifiutati di farlo fisseranno in una lista i propri obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni. E i Paesi in via di sviluppo indicheranno anche loro, su una seconda lista, i propri impegni volontari, compatibilmente con le proprie esigenze di crescita economica. Peccato che, con le proposte indicate fino ad oggi, si arriverebbe, secondo gli esperti, ad un aumento di oltre 4 gradi, con conseguenze decisamente catastrofiche per l’umanità. Non a caso la Conferenza si è svolta in un lussuoso complesso alberghiero chiamato Moon Palace, il Palazzo della Luna: “Quello che i ministri stanno discutendo lì – ha commentato il dirigente di Vía Campesina Paul Nicholson – non ha niente a che vedere con la realtà. Stanno veramente sulla luna”.
  • La logica del mercato.  Riguardo poi al meccanismo di finanziamento, il testo parla di un fondo globale di 100 miliardi di dollari a partire dal 2020, ma non dice chi provvederà a sborsarli, né come. Nulla garantisce, insomma, che tali aiuti siano, come chiedeva la Dichiarazione del Forum Internazionale di Giustizia Climatica, “non prestiti ma rimborsi, riconoscimenti del debito ambientale contratto da chi ha maggiormente danneggiato la Madre Terra”, e diretti unicamente a “mitigare il cambiamento climatico e fronteggiare i danni sociali, economici e ambientali da esso provocati”. 
  • Inoltre, per quanto non sia detto in maniera esplicita, il fondo dovrebbe essere gestito almeno temporaneamente dalla Banca Mondiale, cioè proprio da quell’organismo, dominato dai Paesi ricchi, che si è reso responsabile dei progetti più devastanti a livello ambientale, che ha promosso l’indebitamento dei Paesi del Sud e che ha sponsorizzato il modello neoliberista in tutto il mondo. 
  • Infine, come evidenzia la Rete italiana per la Giustizia ambientale e sociale, “Cancun conferma sostanzialmente il consolidamento della logica emersa a Copenaghen”, permettendo ai Paesi industrializzati di evadere le proprie responsabilità di riduzione delle emissioni e assicurando la continuità e l’espansione dei meccanismi basati sul mercato. Il fondo verde, i mercati di carbonio e il meccanismo dei Redd+ (Riduzione delle Emissioni contro Degrado e la Deforestazione), che introduce di fatto la privatizzazione delle foreste, “non sono altro che false soluzioni che istituiscono una sorta di ‘diritto di inquinare’”, compensando l’inadempienza degli impegni di riduzione delle emissioni da parte dei Paesi del nord con l’acquisto di diritti di emissione di altri Paesi. Non a caso, ha denunciato ancora Solon, sono state escluse dal documento tutte le opzioni estranee al mercato di carbonio, come quella, avanzata dall’Ecuador, di un meccanismo di compensazione per “emissioni nette evitate”: la rinuncia, cioè, allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in cambio di un contributo economico (è il caso del progetto ecuadoriano del Parco Yasuní). Eppure, “strumenti come una tassa sulle transazioni finanziarie, una tassa sulle emissioni di carbonio o una conversione dei sussidi all'industria estrattiva potrebbero già oggi fare la differenza”, ha dichiarato Elena Gerebizza della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale. 
  • Quale consenso? Quale entusiasmo?  Ce ne è più che abbastanza, dunque, per giustificare il rifiuto della Bolivia, unico Paese a dire no all’accordo (incomprensibilmente, neppure il blocco dell’Alba si è schierato al suo fianco). Fossero stati gli Usa ad opporsi al documento, di sicuro nessuno avrebbe parlato di consenso. Ma, si sa, i Paesi non sono tutti uguali. E così, la presidenza messicana si è limitata a “prendere nota” delle riserve della delegazione della Bolivia, criticando la pretesa di questa di voler imporre il diritto di veto su un accordo “che con tanto lavoro hanno raggiunto gli altri partecipanti”. “Il precedente è funesto”, ha dichiarato Solon, annunciando che la Bolivia presenterà un reclamo formale per il modo in cui si è adottato l’accordo: “Non possiamo in alcun modo liquidare ciò che significa la regola del consenso”. “La regola del consenso non significa unanimità”, ha ribattuto la presidente della Conferenza Patricia Espinosa, sostenuta dai partecipanti alla sessione plenaria, che applaudivano gli interventi della messicana e tacevano di fronte ai reclami del boliviano. 
  • Entusiasta il presidente messicano Felipe Calderón, secondo il quale la Conferenza ha ristabilito la fiducia della comunità internazionale nel multilateralismo, dando inizio a “una nuova era di lotta giusta e corresponsabile al cambiamento climatico”. Quanto agli Stati insulari, che di certo hanno pochi motivi per entusiasmarsi, Calderón ha assicurato loro che non verranno abbandonati alla loro sorte: “Saremo con voi fino a trovare la soluzione comune per la casa comune”. Non si sa, però, se le parole di Calderón siano bastate a rassicurare gli Stati insulari di fronte alle proiezioni dell'Unep (Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente) che parlano di una crescita del livello dei mari di 3.3 mm all'anno di media, o di fronte all'ultimo rapporto dell'Organizzazione Metereologica Mondiale, secondo cui i depositi di metano sotto il permafrost (terreno perennemente ghiacciato) artico stanno progressivamente liberando gas in atmosfera, un fenomeno che non si è mai visto fino ad alcuni anni fa. Ed è bene ricordare che il metano ha un potenziale di effetto serra 23 volte maggiore che l’anidride carbonica.
  • Per i mezzi di comunicazione, però, è tutto sotto controllo: di “un capolavoro di diplomazia” parla ad esempio Antonio Cianciullo su Repubblica.it (11/12), affermando che “il testo dell'accordo, approvato con il dissenso della sola Bolivia messo agli atti, fa dimenticare l'incubo del fallimento di Copenaghen e traccia la strada per un'intesa contro il caos climatico a cui dovrà essere data forma definitiva il prossimo anno”. “L'obiettivo era recuperare l'idea di un processo comune che ha per posta la salvaguardia degli ecosistemi su cui poggia la sicurezza di tutti. E questo obiettivo è stato raggiunto, come hanno dimostrato i ripetuti applausi e le dichiarazioni emozionate dei capi delegazione durante il rush finale notturno”. Certo, ammette Cianciullo, la somma degli sforzi volontari indicati da ogni Paese è circa la metà di quanto i climatologi delle Nazioni Unite avevano considerato necessario. “Serviranno dunque altre due mosse. La prima è incassare le cambiali già firmate rendendo obbligatori questi impegni in un accordo da siglare il prossimo anno. La seconda è rilanciare spingendo sulla green economy e magari ricorrendo anche a una carbon tax”. Più facile di così. (claudia fanti)

 

  • 2. Editoriale del Gornale Brasil de fato 16/21 Dicembre 2010 www.brasildefato.com.br/node/5308
  • CANCUN: la montagna ha partorito un topolino!!
  • Per 15 giorni i rappresentanti dei governi di 140 paesi si sono riuniti negli alberghi più lussuosi, nella zona balneare di Cancun (Messico), per dibattere sui problemi della crisi climatica del pianeta.Terminata la riunione, a parte il conforto nababbesco e l'isolamento imposto dalla polizia messicana, in modo che nessuna manifestazione popolare  potesse arrivare a meno di 12 km, l'insuccesso totale è risultato evidente. Nessuna risoluzione importante è stata presa dai governi.
  • La quasi totalità dei governi hanno inviato solo rappresentanti dei ministeri, con una presenza insignificante di Presidenti. E hanno avuto la petulanza di annunciare che, dato che non si era deciso nulla di importante, le conversazioni sarebbero continuate nel dicembre 2011, in una prossima Conferenza che si svolgerà in Sud Africa.
  • La stessa stampa borghese per tutto il periodo ha relativizzato l'importanza dell'evento e non gli ha dato la stessa copertura della Conferenza dell'anno passato a Copenhagen.                  Sono molte le ragioni di questo insuccesso, ma la principale è la contraddizione politica esistente oggi a livello mondiale, che ha generato una dicotomia tra il potere economico e quello politico internazionale.
  • Il potere economico é detenuto in tutto il pianeta dalle 500 maggiori multinazionali, che controllano il 53% di tutta la ricchezza prodotta, anche se danno lavoro solo all'8% della manodopera  impiegata a livello mondiale. Queste imprese sono le responsabili della crisi climatica, si sono impadronite della natura, utilizzano fonti energetiche inquinanti e ricercano solo il massimo lucro nella maniera più irresponsabile possibile (ad esempio, mentre tutti gli specialisti di salute pubblica avvertono che l'inquinamento da uso di trasporto individuale , con automobili nelle grandi città, è la principale causa di malattie, morti e pessime condizioni ambientali per miliardi di esseri umani che si concentrano nelle megalopoli, l'industria automobilistica mondiale, controllata da non più di 15 industrie, annuncia nuove fabbriche, nuovi crediti, nuovi veicoli !)
  • Il potere politico esercitato dai governi nazionali, neoliberali, è totalmente al servizio di questo potere economico e raramente rappresenta i veri interessi delle loro popolazioni e legifera a suo favore. 
  • E d'altro lato non esiste un potere politico internazionale che riesca a essere rappresentativo dell'umanità e a porre regole e freni all'insana crescita delle aggressioni del potere economico sull'ambiente.
  • I governi nazionali più sensibili, come la Bolivia, i governi dell'ALBA, o dei piccoli paesi del Pacifico, sono insufficienti, dato che le regole sull'ambiente devono valere per tutto il mondo, il pianeta è uno solo e funziona in un equilibrio  globale.
  • Così l'aggressione all'Ambiente in Brasile, in Australia o in Cina, finisce per portare conseguenze per tutti gli esseri umani che abitano nel pianeta, in ogni sua parte.
  • In primo luogo sarà necessario risolvere questa contraddizione: fintanto che non avremo un potere politico con forza sufficiente, in nome dei popoli, a imporre condizioni al potere economico, queste Conferenze saranno solo teatro per ingannare qualche sprovveduto.
  • In secondo luogo gli analisti e gli scienziati seri denunciano che le radici degli squilibri ambientali e la crisi climatica che stiamo vivendo hanno come causa fondamentale il modo di vita imposto dal consumismo irresponsabile della produzione capitalista, che produce instancabilmente merci per venderle, indipendentemente dalle conseguenze.
  •  Pertanto dobbiamo riflettere sul modo di vita che ci è imposto.
  • In terzo luogo, è urgente fare campagne di coscientizzazione di tutta la popolazione sulla gravità di questa crisi climatica , sulla vita umana e sulla vita di tutto il pianeta. Molte persone soffrono e pagano con la vita, ma c'è una alienazione generale provocata dal monopolio dei mezzi di comunicazione  della borghesia, che illude le persone con il consumismo e con le pratiche di aggressione all'Ambiente.
  • Per questo i  movimenti sociali di tutto il mondo, ambientalisti, Via campesina, la marcia mondiale delle donne sono impegnati, insieme ad alcuni governi progressisti a fare nel 2011 una grande consulta mondiale sulla crisi climatica,che avrà come obiettivo principale quello di coscientizzare la popolazione di tutto il mondo sulla gravità della crisi climatica.
  • Questo processo di consultazione mondiale sarà basato su cinque temi, già concordati in una conferenza che si è tenuta nell'aprile di questo anno a Cochabamba,  e sono in relazione a: 
  • -il modello capitalista di superproduzione;
  • -l' abuso di risorse umane ed economiche per spese militari, che danneggiano anche l'ambiente;
  • -la responsabilità delle imprese che aggrediscono l'ambiente;
  • -la necessità di costituire un tribunale internazioneale per giudicare e punire tutti i crimini  
  •   ambientali provocati da imprese e governi, che oggi sono impuniti, poiché le legislazioni nazionali non li controllano.
  • Abbiamo davanti ancora un cammino molto lungo per poter affrontare i gravi problemi del disequilibrio ambientale. E certamente non possiamo contare molto sui governi, più preoccupati per le imprese che finanziano le loro campagne o per i tassi di crescita economica. 
  • Ma è urgente stimolare tutti i movimenti sociali e le forze popolari a dibattere questi temi, per generare una coscienza mondiale dei cambiamenti necessari.

(traduzione di Antonio Lupo)   

  • 3. CANCUN: Le mille soluzioni sono nelle mani dei popoli. Documento de La Via Campesina su Cancun  (Mercoledì 15 Dicembre 2010)
  • Dal sito di A SUD
  • Noi, membri della Via Campesina di più di 30 paesi di tutto il mondo abbiamo unito le nostre migliaia di lotte a Cancún per esigere dal Vertice sui Cambiamenti Climatici (COP 16) giustizia ambientale e rispetto per la Madre Terra, per denunciare gli ambiziosi tentativi dei governi, principalmente del Nord, di commercializzare tutti gli elementi essenziali della vita a beneficio delle imprese transnazionali e per far conoscere le migliaia di soluzioni per raffreddare il pianeta e per frenare la devastazione ambientale che oggi minaccia molto seriamente l'umanità.
  • Prendendo come principale spazio di mobilitazione il Forum Alternativo Globale per la Vita, la Giustizia Sociale e Ambientale, abbiamo svolto seminari, assemblee, riunioni con i nostri alleati e un'azione globale che chiamiamo le mille Cancún e che si è ripercossa in tutto il pianeta e fin dentro le sale stesse del Moon Palace della COP 16. Questa azione del 7 dicembre si è concretizzata, come espressione della nostra lotta, in una marcia di migliaia di membri della Via Campesina accompagnati dagli indigeni Maya della penisola messicana e i nostri numerosi alleati di organizzazioni nazionali e transnazionali.
  •  
  • La mobilitazione verso Cancún è iniziata il 28 novembre con tre carovane che sono partite da San Luis Potosí, Guadalajara e Acapulco, le quali hanno attraversato i territori più simbolici della devastazione ambientale ma anche delle resistenze e delle lotte delle comunità coinvolte. Lo sforzo delle carovane è frutto di un lavoro congiunto della Assemblea Nazionale delle Vittime Ambientali, del Movimento di Liberazione Nazionale, del Sindacato Messicano degli Elettricisti e di centinaia di popoli e persone che ci hanno aperto le porte della loro generosità e solidarietà. Il 30 novembre siamo arrivati con le nostre carovane a Città del Messico, abbiamo celebrato un Forum Internazionale e una marcia accompagnati da migliaia di persone e centinaia di organizzazioni che a loro volta lottano per la giustizia sociale e ambientale.
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  • Nella nostra giornata verso Cancún, altre carovane, una dal Chiapas, un'altra da Oaxaca e una dal Guatemala, dopo moltissime ore di viaggio, si sono unite a Merida per celebrare una cerimonia presso il Chichen Itza e infine arrivare a Cancún il 3 dicembre per installare il nostro accampamento per la Vita e la Giustizia Sociale e Ambientale. Il giorno seguente, 4 dicembre, abbiamo aperto il nostro forum e così abbiamo dato inizio alla nostra lotta a Cancún.
  •  
  • Perché siamo giunti a Cancún?
  • Gli attuali modelli di consumo, produzione e commercio hanno causato una distruzione ambientale della quale noi popoli indigeni, contadini e contadine siamo le principali vittime. Cosicché la nostra mobilitazione verso Cancún e a Cancún è per dire ai popoli del mondo che abbiamo bisogno di un cambiamento di paradigma di sviluppo e di economia.
  •  
  • Occorre trascendere dal pensiero antropocentrico. Occorre ricostruire la cosmovisione dei nostri popoli, che si basa nel pensiero olistico della relazione con il cosmo, la madre terra, l'aria, l'acqua e tutti gli esseri viventi. L'essere umano non è il padrone della natura, bensì è una parte di tutto ciò che è vivente.

 

  • Di fronte a questa necessità di ricostruire il sistema, il clima, la madre terra, denunciamo
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  • 1. Che i governi continuano indifferenti di fronte al riscaldamento del pianeta e invece di discutere dei cambiamenti di politiche necessari per raffreddarlo, discutono degli scambi finanziari speculativi, della nuova economia verde e della privatizzazione dei beni comuni.
  •  
  • 2. Le false e pericolose soluzioni che il sistema capitalista neoliberista implementa, come l'iniziativa REDD+ (Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degradazione), il MSP (Meccanismo di Sviluppo Pulito), la geo-ingegneria, rappresentano la commercializzazione dei beni naturali, l'acquisto di permessi per inquinare o crediti di carbonio, con la promessa di non tagliare boschi e piantagioni nel Sud.
  •  
  • 3. L'imposizione dell'agricoltura industriale attraverso l'implementazione di prodotti transgenici e l'accaparramento delle terre che minaccia la nostra Sovranità Alimentare.
  •  
  • 4. La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio perché facilitano l'intervento di grandi multinazionali nei nostri paesi.
  •  
  • 5. Gli impatti causati dai trattati di libero scambio con i paesi del Nord e l'Unione Europea, che non sono nient'altro che accordi commerciali che aprono le porte dei nostri paesi alle imprese transnazionali affinché si impadroniscano dei nostri beni naturali.
  •  
  • 6. L'esclusione dei contadini e dei popoli indigeni nelle discussioni sui temi trascendentali nella vita dell'umanità e della madre terra.
  •  
  • 7. L'espulsione di compagni e compagne dallo spazio ufficiale della COP 16 per la loro opposizione alle proposte dei governi che fanno appello ad un sistema predatorio, il quale punta a sterminare la madre terra e l'umanità.
  •  
  • Non siamo d'accordo con la semplice idea di “mitigare” o “adattarci” ai cambiamenti climatici. Abbiamo bisogno di  giustizia sociale, ecologica e climatica, per cui esigiamo:
  •  
  • 1. Riprendere i principi degli accordi di Cochabamba del 22 aprile 2010 come un processo che ci porti realmente alla riduzione concreta delle emissioni di gas carbonici ad effetto serra e per realizzare la giustizia sociale e ambientale.
  •  
  • 2. La Sovranità Alimentare in base all'agricoltura contadina sostenibile e agroecologica dato che la crisi alimentare e la crisi climatica sono la stessa cosa, essendo entrambe conseguenze del sistema capitalista.
  •  
  • 3. È necessario cambiare gli stili di vita e le relazioni distruttive dell'ambiente. Occorre ricostruire la cosmovisione dei nostri popoli originari, che si basa nel pensiero olistico della relazione con il cosmo, la madre terra, l'aria, l'acqua e tutti gli esseri viventi.
  •  
  • La Via Campesina come articolazione che rappresenta milioni e milioni di famiglie contadine nel mondo e preoccupati per il recupero dell'equilibrio climatico fa un appello per:
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  • 1. Assumere la responsabilità collettiva della madre terra, cambiando i meccanismi di sviluppo delle strutture economiche e far sparire le imprese transnazionali.
  •  
  • 2. Riconoscere a governi come quello della Bolivia, di Tuvalu e alcuni altri, che hanno avuto il coraggio di resistere all'imposizione dei governi del Nord e delle imprese transnazionali e facciamo un appello affinché altri governi si uniscano alla resistenza dei popoli contro la crisi climatica.
  •  
  • 3. Prendere accordi obbligatori in modo che tutti coloro che inquinano l'ambiente devono rendere conto dei disastri e dei delitti commessi contro madre natura. Nello stesso modo, obbligare a ridurre i gas di carbonio nel luogo dove essi si generano. Chi inquina deve smettere di inquinare.
  •  
  • 4. Allertare i movimenti sociali del mondo su ciò che avviene nel pianeta per difendere la vita della madre terra perché stiamo definendo quello che sarà il modello delle future generazioni.
  •  
  • 5. Chiamare all'azione e alla mobilitazione sociale delle organizzazioni urbane e contadine, all'innovazione, al recupero delle forme ancestrali di vita, ad unirci in una grande lotta per salvare la madre terra che è la casa di tutti e tutte contro il grande capitale e i cattivi governanti, questa è la nostra responsabilità storica.
  •  
  • 6. Auspicare che le politiche di protezione della biodiversità, della sovranità alimentare, della gestione e dell'amministrazione dell'acqua si basino sulle esperienze e sulla piena partecipazione delle comunità coinvolte.
  •  
  • 7. Chiamare ad una consultazione mondiale dei popoli per decidere le politiche e le azioni globali per fermare la crisi climatica.
  •  
  • Oggi, in questo momento, facciamo appello all'umanità affinché si agisca immediatamente per la ricostituzione della vita di tutta madre natura, ricorrendo all'applicazione del “cosmovivere”.
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  • Per ciò, dai quattro angoli del pianeta ci solleviamo per dire:
  •  
  • Mai più danni alla nostra Madre Terra! Mai più distruzione del pianeta! Mai più espropriazione dei nostri territori! Mai più morte ai figli e alle figlie della Madre Terra! Mai più criminalizzazione delle nostre lotte!
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  • No all'intesa di Copenhagen. Sì ai principi di Cochabamba.
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  • Redd No! Cochabamba SI!
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  • LA TERRA NON SI VENDE, SI RECUPERA E SI DIFENDE!
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  • GLOBALIZZIAMO LA LOTTA, GLOBALIZZIAMO LA SPERANZA
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  • Delegazione della Via Campesina a Cancún, 9 dicembre 2010
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