L'altermondialismo si tinge di Africa

  •  di Claudia Fanti
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  • DOC-2335. DAKAR-ADISTA. L’XI edizione del Forum Sociale Mondiale, la seconda in terra africana, è caduta in un buon momento per le lotte popolari: il Forum di Dakar è iniziato (il 6 febbraio) sulla scia dell’entusiasmo per la caduta del dittatore tunisino Ben-Ali e si è concluso (l’11) con la notizia della rinuncia del presidente egiziano Hosni Mubarak. Tra l’uno e l’altro evento - a cui è stato dato ovviamente grande rilievo - il Forum ha mostrato  però qualche ombra di troppo.
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  • L’aspetto più positivo è venuto senza dubbio dalla partecipazione popolare - soprattutto da quella delle donne  -, sicuramente più consistente di quella al Forum di Nairobi, nel 2007 («La società civile in Africa occidentale - ha spiegato Alex Zanotelli, presente a Dakar - è molto più viva che nel resto del continente»). Nei giorni precedenti, non a caso, una carovana promossa dai movimenti sociali aveva percorso diversi Paesi della regione, dal Benin al Senegal, passando per Togo, Burkina Faso e Mali, per un totale di 3.377 chilometri, portando tra la gente le istanze del Forum Sociale Mondiale. In tal senso, il Forum di Dakar ha rappresentato indubbiamente un passo avanti significativo per i movimenti sociali africani.
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  • La calda accoglienza del popolo senegalese – la famosa teranga (termine wolof che si può tradurre come ospitalità ma che in realtà esprime tutta la gioia di ricevere un ospite nella propria casa) – ha reso più sopportabile il tremendo caos organizzativo, dovuto al cambio della direzione dell’Università Cheikh Anta Diop, sede dei lavori (a causa del rifiuto del nuovo rettore di sospendere le lezioni, gran parte delle attività si è svolta in maniera improvvisata in spazi resi noti all’ultimo minuto). Se il caos non ha certamente agevolato le attività, non è stato questo, però, il limite più profondo di questa edizione: l’intellettuale messicano Raúl Zibechi denuncia su La Jornada (11/2) il ruolo assunto da governi e ong a scapito dei movimenti sociali, individuando l’ostacolo principale per il Forum nella confusione, presente peraltro «in tutta la sinistra e in buona parte dei movimenti sociali», su quali siano i soggetti dei cambiamenti: «Molti intellettuali, dirigenti politici e leader di movimenti sostengono che ora sono i governi i soggetti incaricati di costruire un mondo nuovo o l’altro mondo possibile».
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  • Se la star diventa Lula
  • Di certo, a Dakar sembra essere saltato l’equilibrio faticosamente raggiunto nel 2009 a Belém nel rapporto tra movimenti e governi, tra potere popolare e Stato: un dialogo senza sconti con i governi più aperti alle istanze dell’altermondialismo, lasciando chiaramente inalterata l’autonomia dei movimenti popolari e continuando a porre l’accento sulla necessità di rafforzare in primo luogo la lotta del popolo organizzato (v. Adista n. 20/09). Non è un caso che l’apertura del Forum sia stata affidata agli interventi del presidente boliviano Evo Morales e del ministro brasiliano Gilberto Carvalho. E non è un caso, soprattutto, che sia stato l’ex presidente Lula (il quale a Belém non era stato neppure invitato all’incontro tra i movimenti e i presidenti progressisti latinoamericani) la figura più acclamata. Secondo il sociologo brasiliano Emir Sader, «Lula, prima oggetto di grandi critiche, appare come un grande leader dei popoli del Sud del mondo, impegnato nella costruzione di un mondo multipolare, nella critica dura alla dominazione del mondo da parte delle potenze tradizionali, nella denuncia della responsabilità dei Paesi del centro del capitalismo nella crisi attuale» (Carta Maior, 9/2). Eppure, come giustamente evidenzia Zibechi, se riconducessimo tutti i mali del mondo ai Paesi del Nord come fa Lula, passeremmo sotto silenzio «nientedimeno che il modello estrattivista, che è la forma che assume oggi il neoliberismo», trascurando «problemi come lo sfruttamento dell’Amazzonia da parte delle nostre multinazionali e dei nostri governi» attraverso progetti come quelli delle centrali idroelettriche di Belo Monte e del Rio Madera. Progetti di cui nessuno, a Dakar, ha chiesto conto al «grande leader dei popoli del Sud». Così come nessuno, di fronte all’invito rivolto da Lula agli africani a seguire un cammino simile a quello del Brasile, puntando sullo sviluppo agricolo come via per garantire la sicurezza alimentare, ha avuto alcunché da dire rispetto alla chiara opzione preferenziale, da parte del suo governo, per l’agrobusiness e per il latifondo.
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  • La sensazione di un certo logoramento del processo del FSM, insomma, non si può certo dire che sia stata superata a Dakar. Se Zibechi è drastico nell’affermare che «la professionalizzazione dei forum sociali mondiali li ha trasformati in spazi mediatici che poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le necessità quotidiane dei movimenti di base», viene da pensare che la discussione sulla reale capacità di incidenza, oggi assai limitata, del FSM - annosa questione legata al dibattito sulla natura del Forum, che gli uni vogliono mantenere come spazio aperto di diffusione di idee e di scambio di esperienze e gli altri vorrebbero trasformare in una forza unitaria in grado di assumere decisioni concrete - dovrà prima o poi portare da qualche parte. Tra la Scilla della “Woodstock sociale” e la Cariddi della nuova Internazionale, secondo l’efficace formula di François Houtart, la soluzione indicata da molti, ma ancora tutta da definire, è quella della convergenza - anziché unificazione - dei movimenti, nel rispetto delle diversità, al fine di superare la frammentazione delle lotte e proporre alternative realizzabili.
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  • In ogni caso, più di 20 piani d’azione, elaborati dalle assemblee di convergenza, sono stati presentati alla chiusura del Forum per i prossimi due anni. Tra i tanti appuntamenti in agenda, si distinguono una giornata mondiale di solidarietà con la rivolta dei popoli arabi e africani, il 20 marzo, e una giornata di azione globale contro il capitalismo, il 12 ottobre. Di seguito la Dichiarazione finale dell’Assemblea dei movimenti sociali che conclude tradizionalmente il FSM. (claudia fanti) 
  • AVANZARE VERSO L’UNITÀ 
  • di Assemblea dei movimenti sociali 
  • Riuniti e riunite nell’Assemblea dei Movimenti Sociali del Forum Sociale Mondiale 2011 di Dakar, sottolineiamo il contributo fondamentale dell’Africa e delle sue genti nella costruzione della civiltà umana. Uniti, i popoli di tutti i continenti lottano con la massima energia contro il dominio del capitale, che si nasconde dietro la promessa di progresso economico del capitalismo e dell’apparente stabilità politica. La decolonizzazione dei popoli oppressi rappresenta per i movimenti sociali di tutto il mondo una grande sfida.
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  • Esprimiamo il nostro sostegno e la nostra solidarietà attiva nei confronti dei popoli della Tunisia, dell’Egitto e del mondo arabo che oggi si sollevano per rivendicare una vera democrazia e costruire il potere popolare. Con le loro lotte, mostrano il cammino verso un altro mondo, libero dall’oppressione e dallo sfruttamento.
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  • Riaffermiamo con forza il nostro sostegno ai popoli della Costa d’Avorio, dell’Africa e di tutto il mondo nella loro lotta per una democrazia sovrana e partecipativa. Difendiamo il diritto all’autodeterminazione e i diritti collettivi di tutti i popoli del mondo.
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  • All’interno del processo del Forum Sociale Mondiale, l’Assemblea dei Movimenti Sociali è lo spazio in cui ci riuniamo, con la nostra diversità, per costruire insieme la nostra agenda e le lotte comuni contro il capitalismo, il patriarcato, il razzismo e ogni forma di discriminazione.
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  • A Dakar abbiamo celebrato il decimo anniversario del primo FSM, realizzato nel 2001 a Porto Alegre in Brasile. Durante questo periodo abbiamo costruito una storia e un lavoro comuni che ci hanno consentito di ottenere alcuni successi, in particolare in America Latina, dove siamo riusciti a frenare le alleanze neoliberiste e a concretizzare delle alternative per uno sviluppo socialmente giusto e rispettoso della Madre Terra.
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  • Durante questi dieci anni abbiamo anche assistito all’esplosione di una crisi sistemica, che si è espressa nella crisi alimentare, ambientale, finanziaria ed economica e ha comportato un aumento delle migrazioni, degli spostamenti forzati, dello sfruttamento, dell’indebitamento e delle disuguaglianze sociali.
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  • Denunciamo il ruolo degli attori del sistema (banche, transnazionali, conglomerati mediatici, istituzioni internazionali ecc.) che, alla ricerca del massimo profitto, portano avanti in diversi modi la loro politica interventista attraverso guerre, occupazioni militari, presunte missioni umanitarie, la creazione di basi militari, il saccheggio delle risorse naturali, lo sfruttamento dei popoli e la manipolazione ideologica. Denunciamo anche la cooptazione da essi esercitata attraverso il finanziamento di settori sociali di loro interesse e pratiche assistenzialiste che generano dipendenza.
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  • Il capitalismo distrugge la vita quotidiana della gente. Tuttavia, ogni giorno, nascono molteplici lotte per ottenere la giustizia sociale, per eliminare gli effetti del colonialismo e per garantire a tutti noi una dignitosa qualità della vita. Noi affermiamo che i popoli non devono più continuare a pagare per questa crisi sistemica e che non esiste una soluzione a tale crisi all’interno del sistema capitalista! In rappresentanza dei movimenti sociali, ribadiamo la necessità di costruire una strategia comune di lotta contro il capitalismo.
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  • Lottiamo contro le transnazionali perché sostengono il sistema capitalista, privatizzano la vita, i servizi pubblici e i beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra, le sementi e le risorse minerarie. Le multinazionali promuovono le guerre attraverso la produzione di armamenti e il coinvolgimento di imprese militari private e di mercenari, utilizzano tecniche estrattive insostenibili per la vita, s’impossessano delle nostre terre e producono alimenti transgenici che sottraggono ai popoli il diritto all’alimentazione distruggendo la biodiversità.
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  • Rivendichiamo la sovranità dei popoli nella definizione del loro modo di vivere. Esigiamo politiche che proteggano le produzioni locali, che nobilitino le pratiche agricole e conservino i valori ancestrali della vita. Denunciamo i trattati neoliberisti di libero commercio ed esigiamo la libera circolazione degli esseri umani.
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  • Continueremo a mobilitarci per la cancellazione incondizionata del debito pubblico di tutti i Paesi del Sud. Denunciamo inoltre l’utilizzo nei Paesi del Nord del debito pubblico per imporre ai popoli politiche ingiuste e antisociali.
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  • LE NOSTRE MOBILITAZIONI
  • Mobilitiamoci in massa durante le riunioni del G8 e del G20 per dire no alle politiche che fanno di noi delle merci!
  • Lottiamo per la giustizia climatica e la sovranità alimentare. Il riscaldamento globale è un prodotto del sistema capitalista di produzione, distribuzione e consumo. Le transnazionali, le istituzioni finanziarie internazionali e i governi al loro servizio si rifiutano di ridurre le loro emissioni di gas serra. Denunciamo il “capitalismo verde” e respingiamo le false soluzioni alla crisi climatica come gli agrocombustibili, gli organismi geneticamente modificati e i meccanismi del mercato del carbonio, come REDD, che illudono le popolazioni impoverite con il miraggio del progresso, mentre privatizzano e mercificano i boschi e i territori in cui esse hanno vissuto per migliaia di anni.
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  • Difendiamo la sovranità alimentare e l’accordo raggiunto alla Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra svoltasi a Cochabamba, durante la quale sono state proposte alternative vere alla crisi climatica insieme a movimenti e organizzazioni sociali e popolari di tutto il mondo.
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  • Mobilitiamoci tutti e tutte, specialmente nel continente africano, durante la COP 17 di Durban, in Sudafrica, e al vertice di Rio+20 nel 2012, per riaffermare il diritti dei popoli e della Madre Terra e fermare l’accordo illegittimo di Cancun.
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  • Sosteniamo l’agricoltura contadina poiché rappresenta una soluzione reale alla crisi alimentare e climatica e garantisce l’accesso alla terra alle persone che la lavorano e vivono in essa. Per queste ragioni, invochiamo una grande mobilitazione per arrestare l’accaparramento delle terre e sostenere le lotte contadine locali.
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  • Combattiamo la violenza sulle donne esercitata con regolarità nei territori occupati militarmente e la criminalizzazione di cui sono vittime a causa della loro attiva partecipazione alle lotte sociali. Lottiamo contro la violenza domestica e sessuale perpetrata contro le donne, considerate alla stregua di oggetti o di merci, e la negazione della loro sovranità sui loro corpi e sulla loro spiritualità. Lottiamo contro il traffico di donne, bambine e bambini. Difendiamo la diversità sessuale e il diritto all’autodeterminazione di genere e lottiamo contro l’omofobia e la violenza sessista. Mobilitiamoci tutti e tutte, uniti, in qualsiasi parte del mondo, contro la violenza sulla donna.
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  • Lottiamo per la pace e contro la guerra, il colonialismo, le occupazioni e la militarizzazione dei nostri territori. Le potenze imperialiste utilizzano le basi militari per alimentare i conflitti, controllare e saccheggiare le risorse naturali e promuovere iniziative antidemocratiche come accaduto con il colpo di stato in Honduras e con l’occupazione militare di Haiti. E provocano guerre e conflitti come avviene in Afghanistan, in Iraq, nella Repubblica Democratica del Congo e in vari altri Paesi.
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  • Intensifichiamo la lotta contro la repressione dei popoli e la criminalizzazione della loro protesta e rafforziamo i legami di solidarietà tra i popoli come il movimento internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele. La nostra lotta è rivolta anche contro la Nato ed è a favore dell’eliminazione di tutte le armi nucleari.
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  • Ciascuna di queste lotte implica una battaglia di idee, nella quale non potremo avanzare senza democratizzare la comunicazione. Noi affermiamo che è possibile costruire un’integrazione di altro tipo, a partire dal popolo, per i popoli e con la partecipazione fondamentale dei giovani, delle donne, dei contadini e dei popoli originari.
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  • L’Assemblea dei movimenti sociali invita le forze e gli attori popolari di tutti i Paesi a sviluppare due azioni di mobilitazione, coordinate a livello mondiale, per contribuire all’emancipazione e all’autodeterminazione dei nostri popoli e per rafforzare la lotta contro il capitalismo.
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  • Ispirandoci alle lotte dei popoli della Tunisia e dell’Egitto, invitiamo a celebrare il 20 marzo una giornata mondiale di solidarietà con la rivolta dei popoli arabi e africani le cui conquiste rafforzano le lotte dei popoli tutti: la resistenza del popolo palestinese e saharawi, le mobilitazioni europee, asiatiche e africane contro il debito e i piani di aggiustamento strutturale e tutti i processi di cambiamento in corso in America Latina.
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  • Convochiamo inoltre per il 12 ottobre una giornata di azione globale contro il capitalismo, durante la quale, in tutti i modi possibili, esprimeremo il nostro rifiuto per questo sistema che distrugge tutto al suo passaggio.
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  • MEMORIA E LOTTA AL FORUM DI DAKAR.SOGNANDO PROTESTE IN TUTTO IL MONDO 
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  • DOC-2336. DAKAR-ADISTA. A Dakar - ha dichiarato Demba Moussa Dembélé, direttore del Forum Africano delle Alternative e membro del Comitato di organizzazione africano - «l’Africa ha affermato la sua coscienza». Che il continente si sia infatti conquistato a pieno titolo il proprio posto nella lotta anticapitalista e antimperialista per la costruzione di una nuova geopolitica internazionale lo hanno indicato nel modo migliore le rivolte in Tunisia e in Egitto (e le contestazioni in Yemen, Giordania, Algeria). Se, fin dalla nascita del Forum Sociale Mondiale, è sempre stata l’America Latina il laboratorio per eccellenza delle esperienze dell’altro mondo possibile, nell’XI edizione del Forum Sociale Mondiale tutti gli occhi si sono rivolti alle lotte dei popoli africani. E, in particolare, alla capacità di resistenza e di autorganizzazione, al senso di solidarietà e al coraggio dei manifestanti egiziani, al loro rifiuto di cadere nella trappola delle proposte di cambiamento interne al regime. 
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  • Tuttavia, coem ha affermato il sociologo Boaventura de Sousa Santos, se il tipo di protesta che ha avuto luogo in Egitto «è efficace per rovesciare i dittatori», il pericolo è quello di «passare da una dittatura pro-Stati Uniti, pro-Israele, anti-Iran e anti-Islam a una democrazia pro-Stati Uniti, pro-Israele, anti-Iran e anti-Palestina. C’è bisogno di trasformazioni più profonde. Non per rovesciare i Ben Ali e i Mubarak, ma per rovesciare il sistema capitalista». La sfida, insomma, è «creare proteste sociali simultanee e sincronizzate in tutto il mondo, con differenti agende politiche». E per farlo è necessario - come insegna la rivolta del popolo egiziano, animata da «persone che non erano necessariamente preparate alla lotta» - rivedere la separazione tra società civile organizzata e semplici cittadini. Di certo, ha evidenziato Eric Toussaint, del Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo, era da tempo che non si vedeva un movimento di massa rivoluzionario come quello presente ora nei  Paesi nordafricani. Se tale sentimento rivoluzionario contagiasse l’Europa, ha sottolineato, si aprirebbero nuove prospettive anche per i movimenti dei lavoratori travolti dai piani di aggiustamento strutturale portati avanti nel Vecchio Continente.
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  • Lo spazio della memoria
  • Ma la seconda edizione del Forum Sociale Mondiale in terra africana non poteva non essere l’occasione per fare memoria del colossale debito che - come sottolinea un comunicato firmato da un ampio cartello di sindacati, associazioni ed enti locali al termine della visita all’isola di Gorée (dove sono transitati milioni di donne e uomini africani vittime della schiavitù) - «tutti noi abbiamo nei confronti dell'Africa per quanto accaduto con la tratta degli schiavi verso le Americhe, per il perpetuarsi dello sfruttamento delle risorse naturali, per le politiche colonialiste, per le enormi responsabilità dello sviluppo negato ad un intero continente, dove la maggioranza della popolazione lotta ancora contro la fame, le malattie, la mancanza d'istruzione, le guerre; costretta, nuovamente, ad abbandonare le proprie famiglie e la propria terra in cerca di fortuna». E proprio all’isola di Gorée, luogo simbolo della memoria collettiva («l’Auschwitz dell’Africa» la chiama Alex Zanotelli, denunciando il «clima festaiolo e turistico» che vi ha incontrato), si è concluso - con l’approvazione della Carta mondiale dei migranti (una dichiarazione di principi relativa al diritto a circolare, risiedere e lavorare liberamente in qualunque luogo del pianeta) - quel dibattito iniziato nel 2006 dai sans papiers di Marsiglia e proseguito in questi anni nei vari continenti, arricchendosi dei contributi di decine di migliaia di persone. Un incontro, quello svoltosi a Gorée dal 2 al 4 febbraio, che era iniziato con un minuto di silenzio in memoria dei milioni di migranti assassinati da criminali politiche migratorie, caduti in mare o dispersi nei deserti, uccisi nel tentativo di superare muri o recensioni o vittime di sfruttamento, discriminazione e abusi. Con un pensiero rivolto a militanti e animatori del progetto della Carta incarcerati in uno dei tanti centri di detenzione europei.
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  • Di seguito, il messaggio di saluto che i manifestanti egiziani riuniti a Piazza Tahrir avevano inviato, immediatamente prima della caduta di Mubarak, «alle sorelle e ai fratelli in lotta per un mondo autenticamente libero» e il testo della Carta mondiale dei migranti. (claudia fanti)
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  • PER UN MONDO LIBERO 
  • di Dichiarazione del popolo egiziano Il popolo egiziano, dopo un lungo periodo di umiliazione, dispotismo e oppressione dittatoriale, si è sollevato con un’unica rivendicazione: cambiamento, libertà e giustizia sociale.
  • Per raggiungere tale obiettivo, ha preteso la rinuncia del regime e del suo presidente, personificazione di tutto ciò che, nel Paese, vi è di corrotto, caotico e brutale. Gli ultimi giorni di rivoluzione – chiamata “Rivoluzione dei gigli” – sono stati tumultuosi. Durante questi giorni, gli egiziani hanno dovuto affrontare numerose sfide e minacce e altrettanti tentativi di cospirazione per seminare il terrore (prima attraverso proiettili di gomma e più tardi tramite criminali armati assoldati da potenti uomini d’affari sotto la guida delle residue forze di sicurezza).
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  • Ciascuna di queste minacce avrebbe potuto piegare lo spirito di rivolta. Tuttavia il popolo, largamente guidato dai giovani, si è mantenuto saldo e determinato, dando prova di un eroismo incredibile e acquistando forza da ciascuno e dalla diversità del suo corpo collettivo. Con centinaia di morti e migliaia di feriti, ha continuato a difendere seriamente i suoi obiettivi e a confidare nell’esito positivo della lotta per la libertà e la giustizia sociale.
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  • Musulmani, cristiani, uomini e donne, tutti si sono mantenuti in piedi e hanno lottato insieme e questo li ha cambiati per sempre. È un punto di non ritorno. In quella fatidica notte in cui si è assistito all’offensiva controrivoluzionaria e al tentativo di attaccare a ferro e fuoco i manifestanti a piazza Tahrir, diventata il centro della rivoluzione, un gran numero di donne è venuto in soccorso dei manifestanti feriti. Essendo senza velo, molti hanno pensato che fossero tutte cristiane e hanno detto: siamo tutti uniti, il nostro sangue è uno e la nostra lotta è una sola, non ci divideranno mai più.
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  • L’eroismo mostrato da uomini e donne in lotta contro le bande armate del regime resterà sempre vivo nei nostri cuori. Quando raggiungeremo i nostri obiettivi, ricorderemo piangendo coloro che sono morti.
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  • La nostra lotta per la libertà, la dignità e la giustizia sociale è parte integrante della lotta dei popoli di tutto il mondo. I centri del potere stanno tremando di paura per ciò che sta avvenendo in Egitto: Stati Uniti e Israele non riescono a credere che il loro principale alleato nella regione stia vivendo i suoi ultimi giorni. La loro paura nei confronti della lotta per la democrazia è un esempio della loro ipocrisia e del loro interesse a mantenere il nostro popolo cieco di fronte all’oppressione.
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  • Molti di noi avrebbero voluto stare con voi al Forum Sociale Mondiale, ma il nostro posto ora è qui, finché non avremo trovato una soluzione accettabile e avviato il cammino per una transizione pacifica in direzione di una società libera e democratica. La lotta tra le forze della libertà e quelle dell’oppressione è più feroce che mai (…). La necessità di vigilanza è quanto mai importante.
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  • Finché non ci incontreremo di nuovo (come popolo libero), vi salutiamo come nostri fratelli e sorelle nella lotta per un mondo autenticamente libero, un mondo che costruiremo a partire dai nostri sogni e dalle speranze degli oppressi e degli esclusi. Vi chiediamo di mantenervi solidali con la rivoluzione del popolo egiziano, in maniera che le vostre voci possano risuonare ovunque e spingerci un altro passo avanti in direzione di un altro mondo che, ora, sappiamo possibile.
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  • FIGLI DELLA TERRA 
  • di Carta mondiale dei migranti 
  • Poiché apparteniamo alla Terra, ogni individuo deve poter circolare e insediarsi ovunque desideri su questo pianeta.
  • Ogni persona deve potersi spostare liberamente dalla campagna verso la città, dalla città verso la campagna, da una provincia ad un’altra e da un Paese a qualsiasi altro.
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  • Le leggi relative ai visti e ai lasciapassare come tutte le leggi e le procedure che limitano la libertà di circolazione e d’insediamento devono essere abrogate. I migranti di tutto il mondo devono poter godere degli stessi diritti dei gruppi nazionali e assumere le stesse responsabilità in tutti i campi essenziali della vita economica, politica, culturale e sociale. Deve essere loro riconosciuto il diritto di votare e di essere eletti in tutti gli organi legislativi.
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  • I migranti devono avere il diritto di parlare e di condividere la loro lingua madre, di promuovere le loro culture e i loro costumi tradizionali come pure di praticare la loro religione.
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  • Le migranti e i migranti devono poter godere dello stesso diritto di esercitare un’attività commerciale dovunque desiderino, di dedicarsi all’industria o di scegliere un mestiere, manuale o meno che sia, e qualsiasi professione permessa ai gruppi nazionali, in modo tale da assumere la loro parte di responsabilità nella produzione della ricchezza necessaria allo sviluppo e alla soddisfazione di tutti.
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  • La terra deve essere ripartita tra quanti la lavorano. Le restrizioni alla proprietà privata della terra imposte da ragioni di ordine etnico e/o nazionale devono essere abolite a vantaggio di una nuova visione di una relazione responsabile tra gli esseri umani e la terra.
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  • I migranti, allo stesso titolo dei gruppi nazionali, devono essere uguali di fronte alla legge. Nessuno deve essere imprigionato o deportato e subire una restrizione alla propria libertà senza che la sua causa sia stata equamente ascoltata e difesa.
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  • Tutte le leggi che prevedono una distinzione basata sull’origine nazionale, sulla situazione matrimoniale e/o giuridica o sulle convinzioni personali devono essere abolite.
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  • I diritti umani sono inalienabili e indivisibili e devono essere uguali per tutti. La legge deve garantire a tutti i migranti il diritto alla libertà d’espressione, di organizzazione, di riunione, di culto e il diritto a dare ai propri figli l’educazione da essi scelta.
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  • Il lavoro e la sicurezza devono essere assicurati ad ogni migrante. Tutti i lavoratori hanno il diritto di unirsi e di formare sindacati
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  • I migranti e le migranti devono ricevere un salario uguale a parità di lavoro e avere la possibilità di trasferire il frutto del loro lavoro, senza alcuna restrizione, contribuendo al sistema di solidarietà necessario alla società di residenza.
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  • L’accesso all’educazione e all’istruzione deve essere garantito a tutti i migranti e ai loro figli. L’istruzione deve essere gratuita, universale e identica per tutti i bambini. Gli studi superiori e la formazione professionale devono essere accessibili a tutti in una nuova visione di dialogo interculturale. Nella cultura, nello sport e nell’educazione, ogni distinzione fondata sull’origine nazionale deve essere abolita.
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  • I migranti devono avere il diritto all’alloggio. Tutti gli individui devono avere il diritto di abitare nel luogo di loro scelta, di essere alloggiati in modo degno e di assicurare alla propria famiglia la stessa comodità e sicurezza garantite ai gruppi nazionali.
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  • I migranti aspirano ad avere, come tutti gli altri, l’opportunità e la responsabilità di affrontare insieme le sfide attuali (alloggio, alimentazione, sanità, ecc...).
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  • L’obiettivo dei principi enunciati in questa Carta mondiale dei migranti è di contribuire all’eliminazione di tutti i sistemi segregazionisti e alla nascita di un mondo plurale, responsabile e solidale.
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