Il viaggio d Obama in America Latina

di Claudia Fanti

  •  SIAMO TUTTI AMERICANI, MA ALCUNI PIÙ DI ALTRI.
  • 36075. ROMA-ADISTA. Ci avevano creduto in molti alla possibilità di dare inizio a una nuova era nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina. Non a caso, nel primo incontro tra Barack Obama e i presidenti latinoamericani, al V Vertice delle Americhe a Trinidad y Tobago, nell’aprile 2009 (v. Adista 46/09), il presidente statunitense aveva chiesto ai suoi colleghi di lasciarsi alle spalle il passato per costruire insieme un clima di dialogo, di rispetto e di comprensione. Da allora sono passati due anni e di quelle promesse non è rimasta traccia alcuna. Quello che il sociologo argentino Atilio Boron definisce il «governo permanente» degli Stati Uniti a prescindere dal «transitorio occupante della Casa Bianca», e cioè quello costituito dalle grandi imprese del complesso militar-industriale, ha mantenuto l’embargo contro Cuba; tenuto aperto il carcere di Guantánamo, malgrado l’impegno di Obama a chiuderlo nel giro di un anno; legittimato (se non favorito) il colpo di Stato in Honduras contro il presidente Manuel Zelaya, con l’affrettato riconoscimento del risultato delle elezioni convocate dai golpisti; occupato militarmente Haiti con il pretesto di soccorrere la popolazione colpita dal terremoto; firmato con il governo Uribe l’accordo per l’utilizzo di sette basi militari in Colombia (poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale di Bogotà) per fare di quel Paese una grande enclave militare Usa nel cuore dell’America Latina, completando l’accerchiamento del Venezuela (preso tra la Colombia, la IV Flotta e le basi di Aruba e Curacao nei Caraibi e di Soto Cano in Honduras) e soprattutto assicurandosi le migliori condizioni per controllare la regione amazzonica, sulle cui enormi ricchezze l’Impero aspira a mettere le mani. Un progetto ostacolato tuttavia dal processo di cooperazione e di integrazione politica ed economica in corso in America Latina, che gli Stati Uniti tentano di arginare sostenendo politicamente, mediaticamente e finanziariamente quelle «organizzazioni della società civile» ostili ai governi più “indisciplinati” o sottoscrivendo accordi in materia di difesa e di sicurezza con vari Paesi della regione.
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  • Un povero bottino.  È in questo quadro che, dal 19 al 23 marzo scorso, si è svolto il viaggio di Obama in Brasile, in Cile e in El Salvador, parte della strategia di Obama per recuperare l’influenza statunitense sull’America Latina. Come ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Ben Rhodes, «è imperativo per gli Stati Uniti non svincolarsi dalla regione», perché ne soffrirebbe «la nostra capacità di stringere alleanze che rispondano ai nostri interessi». Delle tre tappe del viaggio, era sicuramente quella brasiliana la più impegnativa per Obama, tanto più dopo gli attriti con il governo Lula riguardo all’Iran (per il tentativo di mediazione da parte del Brasile e della Turchia sul caso del nucleare iraniano) e all’Honduras (per le divergenze sul colpo di Stato). Intenzionata a colmare il gap con la Cina, che dal 2009 ha scalzato gli Stati Uniti dal ruolo di primo partner commerciale del Brasile, l’amministrazione Obama ha altrettanto a cuore la partecipazione delle imprese statunitensi nello sfruttamento delle nuove riserve petrolifere scoperte al largo delle coste brasiliane, note come Pre-Sal, grazie a cui il Brasile balzerà al quarto o quinto posto mondiale tra gli esportatori di petrolio e gas naturale (e ciò in un momento in cui gli Usa hanno tutto l’interesse a garantirsi un fornitore di petrolio più sicuro e affidabile di quelli tradizionali). Ma se non è più tempo, per gli Stati Uniti, di andare all’incasso senza fare concessioni, Obama non è certo sembrato molto disposto a venire incontro né all’insistente richiesta del Brasile di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite né a quella di una riduzione da parte degli Usa degli ostacoli protezionistici all’ingresso dei prodotti brasiliani, a cominciare dall’etanolo, nel mercato statunitense. Né deve essere piaciuto molto a Dilma Rousseff il fatto che sia stato proprio nel suo primo giorno di visita al Brasile che il presidente premio Nobel per la pace ha ordinato il bombardamento della Libia (da cui per di più il governo brasiliano ha preso le distanze). Così la visita si è conclusa appena con la formalizzazione della creazione di una Commissione per le Relazioni Economiche e Commerciali e con la firma di dieci accordi di cooperazione, tra cui un memorandum di intesa per la collaborazione Usa alla celebrazione dei Mondiali di calcio in Brasile nel 2014 e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016. Ma nulla di particolarmente rilevante.
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  • Guardare al futuro A due anni dall’analoga richiesta avanzata a Trinidad y Tobago, Obama è tornato a insistere, in Cile, sulla necessità di «guardare al futuro», archiviando così, in tre parole, il passato di ingerenze, tentativi di destabilizzazione, colpi di Stato, violazioni di diritti umani e un lungo eccetera. E lo ha fatto in un Paese in cui, dal colpo di Stato contro il presidente socialista Salvador Allende, consumatosi 38 anni fa con l’attiva partecipazione Usa, «la mano temibile degli Stati Uniti – come scrive Ricardo Candia Cares sulla rivista Punto Final (18/3) – è stata dietro, davanti, al lato e sopra». Lo è ancora oggi, solo in maniera «più elegante»: senza uso della forza, ma contando sull’«amicizia fruttifera coltivata in tutto questo tempo di reiterate inclinazioni di testa, torace e addome». È a questa “amicizia” che va ricondotto l’accordo di cooperazione per la costruzione di centrali nucleari sottoscritto il 17 marzo dal ministro degli Esteri cileno Alfredo Moreno e dall’ambasciatore Usa a Santiago Alejandro Wolff, 48 ore prima – come richiesto da Washington – della visita di Obama a quello che egli ha chiamato «uno dei nostri soci più vicini». E ciò malgrado il parere fortemente contrario della popolazione, che non si capacita di come, dopo quanto avvenuto in Giappone, il governo Piñera possa imbarcare un Paese come il Cile, situato in una delle zone a più forte attività sismica del pianeta, in un’avventura a cui sta volgendo le spalle gran parte del resto del mondo (ma non gli Stati Uniti, dove Barack Obama ha proposto la realizzazione di 20 nuovi impianti da finanziare con prestiti per 36 miliardi di dollari, interrompendo una moratoria che durava da 30 anni, dall’incidente del 1979 a Three Miles Island, in Pennsylvania, il più grave prima di Chernobyl). «Se il nucleare è fallito in un Paese del Primo Mondo e altamente sviluppato come il Giappone, cosa può riservare a noi?», si è interrogato il senatore progressista Alejandro Navarro, del Movimiento Amplio Social.
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  • Ed è non a caso dal fedelissimo Cile che Obama ha rivolto il suo messaggio alla regione, esponendo le linee della politica statunitense verso l’America Latina. «Credo – ha dichiarato - che oggi nelle Americhe non vi siano soci maggiori e minori, ma soci su un piano di uguaglianza». «Todos somos americanos», ha aggiunto in spagnolo, captatio benevolentiae che non gli ha però fruttato applausi. Per poi proseguire, a riprova di quanto davvero i soci siano uguali, attaccando Cuba, le cui autorità «devono intraprendere azioni credibili per rispettare i diritti umani del popolo cubano, non perché lo chiediamo noi, ma perché il popolo di Cuba lo merita». E via alle solite frasi su democrazia, diritti umani, lotta alla povertà: «Così come difendiamo la democrazia all’interno delle nostre frontiere, impegniamoci a farlo in tutto l’emisfero», ha dichiarato il presidente che ha legittimato il golpe honduregno. 
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  • L’imperatore sulla tomba di Romero. Tanto il governo di Mauricio Funes quanto la Chiesa salvadoregna hanno espresso soddisfazione e gratitudine per la visita di Obama alla tomba di mons. Oscar Romero, nell’ultima tappa del viaggio dedicata ai temi della sicurezza, della lotta al narcotraffico e della questione migratoria (sono due milioni e mezzo i salvadoregni che vivono - in condizioni di grande precarietà - negli Stati Uniti). Ma l’immagine dell’amministratore dell’Impero in preghiera sulla tomba dell’arcivescovo è sembrata un affronto a molti salvadoregni, i quali hanno espresso la propria contrarietà alla visita di Obama con un corteo di protesta contro la rimilitarizzazione dell’America Latina e le ingerenze Usa nella regione, contro l’embargo a Cuba e contro l’intervento militare in Libia.
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  • Come in Cile Obama si è rifiutato di riconoscere la responsabilità degli Usa nel colpo di Stato di Pinochet («Non posso rispondere per le politiche del passato», ha detto), così nel Salvador si è ben guardato dal chiedere perdono per gli aiuti militari e la copertura politica e finanziaria offerta ai massacratori del popolo salvadoregno o per l’addestramento fornito a torturatori e assassini (tra cui il maggiore Roberto D’Aubuisson, mandante dell’omicidio di Romero) nella Escuela de las Américas (la “Scuola degli assassini”, fondata nel 1946 a Panama e trasferita nel 1984 a Fort Benning, in Georgia, dove poi ha assunto il nome di “Istituto di cooperazione per la sicurezza emisferica”). Come ha dichiarato Lisa Sullivan, rappresentante in America Latina di Soa Watch (osservatorio sulla Scuola delle Americhe), il «gesto simbolico» di Obama resterà vuoto «finché non verrà chiusa definitivamente la Escuela de las Américas». E, si potrebbe aggiungere, la base militare di Comalapa o la sede salvadoregna dell’Ilea, l’International Law Enforcement Academy amministrata dal Dipartimento di Stato Usa (e inaugurata certo non casualmente all’epoca della firma del Cafta, il Trattato di libero commercio tra il Centroamerica e gli Stati Uniti), dove, stando alla denuncia del ministro degli Esteri argentino Héctor Timerman, si terrebbero «corsi di tortura» e di «tecniche golpiste». (claudia fanti)
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