Un governo autoritario con il popolo e servile con i padroni. La denuncia di dom Erwin Kräutler su Belo Monte

 BRASILIA-ADISTA (maggio 2011)  Non c’era da aspettarsi che la presidente brasiliana Dilma Roussef si rivelasse più sensibile di Lula alle questioni ambientali. Dopotutto, era stata sponsorizzata dall’acclamatissimo predecessore proprio nella sua qualità di “madre del Pac”, il famigerato Programma di Accelerazione della Crescita di cui fanno parte faraonici quanto devastanti progetti come la trasposizione delle acque del fiume São Francisco o la centrale idroelettrica di Belo Monte. E infatti Dilma Roussef si sta mostrando del tutto all’altezza della sua fama, imperterrita nella sua decisione di procedere alla costruzione della terza diga più grande del mondo (dopo quelle delle Tre Gole in Cina e di Itaipú, al confine tra Brasile e Paraguay), quella appunto di Belo Monte, che coprirà 400 acri di foresta pluviale con conseguenze disastrose sul sistema di flora e fauna della regione e sulle condizioni di vita di oltre 25.000 indigeni, liberando inoltre nell’atmosfera un’enorme quantità di metano (25 volte più dannoso dell’anidride carbonica per l’effetto serra) a causa della decomposizione sott’acqua di larghe fasce di vegetazione. Neppure la richiesta avanzata dalla Commissione interamericana dei Diritti umani dell’Oea (Organizzazione degli Stati americani) di sospendere immediatamente i lavori in attesa di rispondere alle preoccupazioni delle popolazioni indigene che abitano sulle rive del fiume Xingu è servita a smuovere la presidente: il Ministero degli Esteri ha dichiarato di aver accolto con “perplessità” la raccomandazione, considerando gli orientamenti espressi dall’Oea “precipitosi e non giustificabili”. Lungi dal dar risposta alle preoccupazioni dei popoli indigeni, il governo non si prende neppure la briga di ascoltarle. Come denuncia in una lettera aperta all’opinione pubblica nazionale e internazionale dom Erwin Kräutler, vescovo di Xingu e presidente del Cimi (Consiglio indigenista missionario), il governo Rousseff si è semplicemente rifiutato di dialogare con le popolazioni interessate dal progetto. Addirittura, di fronte alla denuncia da parte del Consiglio Nazionale di Difesa dei Diritti della Persona (Cddph), organo consultivo del governo, riguardo alla situazione di totale assenza dello Stato nella regione del fiume Xingu e agli abusi di ogni tipo commessi dal consorzio Norte Energia responsabile dell’opera, la ministra della Segretaria dei Diritti Umani del governo, Maria do Rosário, è arrivata a suggerire al Cddph di realizzare una riunione straordinaria con i soli rappresentanti del consorzio, senza la presenza dei rappresentanti delle comunità, per evitare che la riunione si risolva appena in uno “scontro di posizioni”.  “Avvertiamo la società nazionale e internazionale che la costruzione della centrale di Belo Monte si sta fondando sull’illegalità e sul rifiuto del dialogo con le popolazioni interessate”, scrive dom Erwin Kräutler nella sua lettera del 25 marzo, additando il governo federale come il responsabile diretto “della tragedia che travolgerà la regione dello Xingu e tutta l’Amazzonia”. “Non accetteremo mai – conclude - questo progetto di morte. Continueremo ad appoggiare la lotta dei popoli dello Xingu contro la costruzione di questo “monumento alla follia””.E in totale solidarietà con il vescovo e la sua causa, anche il frate domenicano Marcos Sassatelli esprime, in un articolo pubblicato su Adital (13/4), la sua profonda indignazione nei confronti dell’“autoritarismo del governo Dilma”, lo stesso mostrato da Lula rispetto alla trasposizione delle acque del São Francisco. “Che governo è questo – scrive – che si dice democratico e non dialoga con nessuno? Che si dice “popolare” e “dei lavoratori” e si rifiuta di parlare con il popolo?”. Un comportamento che, secondo Sassatelli, “ha una sola spiegazione: la sottomissione servile e codarda del governo federale agli interessi delle grandi multinazionali e dei detentori del potere economico”. E una condanna dei grandi progetti idroelettrici come Belo Monte - ricondotti alla volontà del governo di “incrementare la crescita a qualsiasi costo, con una chiara assenza di preoccupazioni ambientali”, piegandosi agli “interessi del capitale, degli investitori, dell’industria delle grandi opere” - viene pure dal testo-base della Campagna di Fraternità promossa ogni anno in Quaresima dalla Conferenza dei vescovi del Brasile, un lungo, dettagliato e duro atto di accusa contro l’attuale modello di sviluppo: “L’Amazzonia, tanto preziosa per il Paese e per l’umanità, sembra essere vista dal governo – si legge nel documento – come un vuoto demografico e improduttivo che, perlomeno, deve produrre energia, anche a costo di sacrificarne la biodiversità”. Di seguito, in una nostra traduzione dal portoghese, la lettera aperta di dom Erwin Kräutler.   Belo Monte, un monumento alla follia Torno un’altra volta ad esprimermi pubblicamente in relazione al progetto del governo federale di costruzione della centrale idroelettrica Belo Monte, le cui conseguenze irreversibili colpiranno in particolare i municipi di Altamira, Anapu, Brasil Novo, Porto de Moz, Senador José Porfírio, Vitória do Xingu, nello Stato del Parà, e i popoli indigeni della regione.Come vescovo di Xingu e presidente del Cimi, avevo sollecitato una riunione con la presidente Dilma Rousseff per presentarle di persona le nostre preoccupazioni, le nostre critiche e tutti i motivi a sostegno della nostra posizione contro Belo Monte. Deploro profondamente che non sia stato ricevuto.Diversamente da quanto richiesto, il governo mi ha proposto un incontro con il ministro di Stato della Segreteria generale della presidenza della Repubblica, Gilberto Carvalho. Tuttavia, il signor ministro ha dichiarato il 16 marzo, a Brasilia, di fronte a più di un centinaio di leader sociali ed ecclesiali partecipanti a un simposio sui cambiamenti climatici, che “esiste nel governo una convinzione salda e fondata che Belo Monte deve esserci, che è possibile, che è praticabile… Dunque non dirò a Dilma di non fare Belo Monte, perché io ritengo che Belo Monte debba essere costruita”.Tale posizione evidenzia ancora una volta che al governo interessa appena comunicare con noi a decisioni prese, respingendo qualunque dialogo aperto e di sostanza. Così, una riunione con il ministro Gilberto Carvalho non ha alcun senso, ragione per cui ho deciso di declinare l’invito.In questi ultimi anni non abbiamo risparmiato sforzi per stabilire un canale di dialogo con il governo brasiliano riguardo a questo progetto. Purtroppo, constatiamo che tale anelato dialogo si è reso impossibile già dall’inizio. I due incontri realizzati con l’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva, il 19 marzo e il 22 luglio del 2009, sono stati puramente formali. Nel secondo incontro, l’ex-presidente ci promise che i rappresentanti del settore energetico, in breve tempo, avrebbero presentato una risposta ai ben fondati rilievi tecnici avanzati nei riguardi dell’opera da Célio Bermann, professore del corso post-laurea in energia dell’Istituto di Elettrotecnica ed Energia dell’Università di São Paulo. Tale risposta non è mai arrivata, così come non sono mai stati tenuti in conto gli argomenti tecnici contenuti nella Nota Pubblica del Painel de Especialistas, composto da 40 scienziati, ricercatori e professori universitari.Abbiamo al contrario registrato, nel corso di questi incontri, il fatto che i tecnici dell’Ibama hanno dichiarato di aver ricevuto pressioni politiche per concludere con la maggiore rapidità possibile i loro pareri ed emettere l’autorizzazione per la costruzione della centrale. Tali pressioni politiche sono di conoscenza pubblica e hanno addirittura motivato le dimissioni di diversi direttori e presidenti dell’organismo ambientale ufficiale. E’ stata anche concessa un’“Autorizzazione Specifica”, non prevista dalla legislazione ambientale brasiliana, per l’apertura del cantiere dei lavori.L’8 febbraio 2011, popoli indigeni, ribeirinhos, piccoli agricoltori e rappresentanti di doverse organizzazioni sociali hanno realizzato una manifestazione pubblica di fornte al Palazzo del Planalto. Nell’occasione, è stato consegnato un appello contro il progetto firmato da più di 600mila persone. Per quanto avessero sollecitato un incontro con grande anticipo, non sono stati ricevuti dalla presidente. Hanno ottenuto appena di consegnare al ministro sostituto della Segreteria Generale della Presidenza, Rogério Sottili, una lettera che riporta una serie di argomenti a sostegno della posizione contraria all’opera. Il ministro ha espresso nuovamente disponibilità al dialogo e ha considerato la lettera “un rapporto che apprezzo, forse uno dei più imporanti nella mia azione di governo (…). Porterò avanti questo rapporto, questa lettera, questo vostro manifesto, le vostre rivendicazioni …”. Ad oggi, nessuna risposta!Le quattro riunioni realizzate ad Altamira, Brasil Novo, Vitória do Xingu e Belém sono solo servite a suggellare decisioni già adottate dal governo e a rispettare il protocollo. La maggior parte della popolazione minacciata dal progetto non è riuscita ad essere presente. Gli oppositori del progetto che sono riusciti a raggiungere le sedi degli incontri non hanno avuto una reale opportunità di partecipazione e di espressione, a causa dello spropositato apparato bellico montato dalla polizia.Fino ad oggi, gli indigeni non sono stati ascoltati. Alcune riunioni sono state realizzate con l’obiettivo di informare gli indigeni a proposito della diga. Gli indigeni che hanno fatto mettere per iscritto la propria posizione contraria alla centrale idroelettrica sono stati tranquillizzati da funzionari della Funai sul fatto che le consultazioni sarebbero state realizzate successivamente. Con nostra grande sorpresa, gli atti delle riunioni informative sono stati pubblicati dal governo in maniera fraudolenta in un documento intitolato “Consultazioni indigene”. Tale fatto è stato denunciato dagli indigeni che avevano partecipato alle riunioni. Sulla base di queste denunce, chiediamo alla Procura Generale della Repubblica di indagare e di adottare i dovuti provvedimenti. La tesi sostenuta dal signor Maurício Tolmasquim, presidente dell’Empresa de Pesquisa Energética (EPE), che i villaggi indigeni non saranno interessati dalla diga, in quanto non verranno inondati, è un mero tentativo di confondere l’opinione pubblica. Avverrà esattamente il contrario: gli abitanti, tanto nei villaggi come sulle sponde del fiume, rimarranno praticamente senz’acqua, in seguito alla riduzione del volume idrico. Ora, questi popoli vivono della pesca e dell’agricoltura familiare e utilizzano il fiume per spostarsi. Come arriveranno ad Altamira per fare acquisti o accompagnare i malati, quando una parete di 1.620 metri di larghezza e di 93 metri di altezza si ergerà di fronte a loro?Ritengo fondamentale chiarire che non vi è alcuno studio sull’impatto che subiranno i municipi a valle, Senador José Porfírio e Porto de Moz, come pure sulla qualità dell’acqua del serbatoio che verrà formato. Quale sarà il futuro di Altamira, con la sua popolazione attuale di 105mila abitanti, una volta che sarà trasformata in una penisola costeggiata da un lago putrido e e morto? Le persone danneggiate dalla diga di Tucuruí hanno dovuto abbandonare la regione a causa delle punture delle zanzare e delle malattie endemiche. Ma i tecnocrati e i politici che vivono nella capitale federale semplicemente escludono la possibilità che lo stesso accada ad Altamira.Avvertiamo la società nazionale e internazionale che la costruzione della centrale di Belo Monte si fonda sull’illegalità e sul rifiuto del dialogo con le popolazioni interessate, con il rischio che venga costruita sotto l’imperio delle forze armate, come sta avvenendo con la trasposizione delle acque del fiume São Francisco, nel nordest del Paese.Il governo federale, nel caso della costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte, è direttamente responsabile della tragedia che si rovescerà sulla regione dello Xingu e su tutta l’Amazzonia.Infine, dichiariamo che nessuna condizione è in grado di giustificare la centrale . Non accetteremo mai questo progetto di morte. Continueremo ad appoggiare la lotta dei popoli dello Xingu contro la costruzione di questo “monumento alla follia”.