Speciale Porto Alegre 2005

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 - 28 Gennaio 2005

Il capitalismo non si addice alla democrazia. Urgono alternative
DOC-1591. PORTO ALEGRE-ADISTA. (dall'inviata) È stata una delle grandi riflessioni della quinta edizione del Forum Sociale Mondiale: quali sfide attraversano il cammino di costruzione di un'alternativa al neoliberismo. Al tema è stato dedicato, in particolare, uno dei seminari organizzati dal Clacso, il Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali, dal titolo "I movimenti sociali e popolari di fronte al nuovo scenario della governabilità neoliberista. Resistenze, sfide e alternative". A discuterne, Atilio Boron, Immanuel Wallerstein, Ana Esther Ceceña, Edgardo Lander, François Houtart, João Pedro Stedile. Un paradosso ha dato avvio al dibattito: perché, si è interrogato l'intellettuale argentino Atilio Boron, in America Latina il neoliberismo non è stato abbattuto malgrado l'evidenza del suo fallimento? Fallimento non per tutti, ovviamente, dal momento che per i ricchi le cose non potevano andar meglio, ma senza dubbio fallimento in termini di crescita della dipendenza dall'estero e della vulnerabilità economica; fallimento misurato dalla caduta di svariati governi neoliberisti, dall'Ecuador al Perù, dall'Argentina alla Bolivia, anche se poi quelli che sono seguiti, eletti con uno specifico mandato antineoliberista, si sono limitati a "ritocchi cosmetici". La realtà sembra dunque dar ragione al noto speculatore George Soros, il quale, prima della vittoria di Lula in Brasile, affermava: chiunque vinca, governeranno i mercati. Ma perché i governi sembrano aver perduto ogni possibilità di trasformazione? Atilio Boron presenta tre ragioni fondamentali. La prima è data dal "cambiamento strutturale nella correlazione di forze tra Mercato e Stato": le politiche neoliberiste degli anni '90 hanno enormemente accresciuto il potere del mercato nella vita economica e sociale, determinando la ritirata dello Stato, il suo indebolimento, il suo smantellamento. La seconda ragione è nella persistenza dell'imperialismo: "i governi si trovano in situazione di aperta inferiorità rispetto a una struttura imperialista che impone la sua politica attraverso i suoi molti tentacoli" (per esempio tramite le pressioni del Fondo Monetario Internazionale). La terza ragione risiede nel processo di svuotamento dei regimi democratici in America Latina, in quanto, "nel quadro del capitalismo, la democrazia vera è un'utopia". Il capitalismo democratico è del tutto incapace di rispondere al mandato popolare: "anche nei Paesi a capitalismo avanzato la democrazia si rivela un rituale carente di efficacia", come ha mostrato la decisione del governo Aznar di partecipare alla guerra in Iraq malgrado la netta opposizione della popolazione spagnola. Si governa, in realtà, con l'accordo delle corporazioni "e si chiama questo governabilità": nel capitalismo "governare bene significa governare contro i mercati: un governo applaudito a Davos non può essere un buon governo: i due aspetti sono inconciliabili".
Sullo stato di salute dell'impero, però, lo storico statunitense Wallerstein ha espresso forti dubbi: se dal Sud del mondo gli Stati Uniti sembrano detenere "un potere egemonico feroce", a guardare le cose dall'interno la situazione appare tutt'altro che buona. I neoconservatori sono indeboliti dal disaccordo interno e dalla perdita di influenza nell'amministrazione Bush, la guerra in Iraq è avvertita come un fallimento e le forze armate si sentono in una situazione analoga a quella in Vietnam. Gli Usa si trovano impotenti di fronte alla minaccia rappresentata dall'Iran, malgrado il Paese li sfidi apertamente con la costruzione di bombe atomiche: non vi sono abbastanza truppe, tanto più che l'Iran richiederebbe una presenza militare tre volte più massiccia che in Iraq. Il neoliberismo, a giudizio di Wallerstein, ha iniziato la sua para-bola discendente: a Cancun l'Omc ha subito una sconfitta che potrebbe essere definitiva e diventa sempre più evidente l'impossibilità di aprire completamente le frontiere. Gli Usa possono imporre la loro volontà a Paesi piccoli come El Salvador, ma se il Brasile e l'India resistono in nome della reciprocità i negoziati sono condannati al fallimento. Il già enorme debito continua a crescere e la politica finanziaria è al collasso. L'unico vero potere degli Usa è quello militare. "Ma a cosa serve tutto il loro apparato militare se non hanno potuto conquistare l'Iraq? Se potesse, Bush eliminerebbe Castro, Chavez e persino Lula, ma non può: non ha truppe e non ha l'appoggio di nessuno. Il resto del mondo dovrebbe approfittarne".
Riguardo alla politica Usa nei confronti del Venezuela, Edgardo Lander ha sottolineato un cambio di strategia: fallita la via del golpe, dello sciopero padronale, del terrorismo di strada e del referendum di revoca, gli Stati Uniti tentano la carta del presidente colombiano Uribe, lo Sharon dell'America Latina (a cui, come al suo collega israeliano, è perdonato qualsiasi crimine in nome della guerra al terrorismo) per destabilizzare il governo Chavez (come mostra la crisi tra Venezuela e Colombia determinata dal sequestro a Caracas di un rappresentante delle Farc). Il fatto che Uribe sia tra i firmatari della Dichiarazione di Cuzco, atto di nascita dell'Unione Sudamerica di Nazioni, sta a dimostrare come la straordinaria retorica antineoliberista della Dichiarazione diverga violentemente dalla realtà del panorama politico ed economico: si tratta tuttavia di "un nuovo spazio di lotta che offre ai latinoamericani l'opportunità di avanzare verso lo sviluppo endogeno".
Se la strategia Usa in America Latina passa per l'Alca e il Plan Colombia, il caso Haiti, dove è in atto una "missione di pace", sotto la guida del Brasile, che prevede l'uso di forza anche letale contro ogni sospettato, evidenzia il pericolo che gli eserciti latinoamericani si prestino a fare il lavoro sporco per conto degli Usa, come ha accettato di fare il Brasile. "Il precedente - afferma Ana Esther Ceceña - è pericoloso. Se oggi è la volta di Haiti, domani potrebbe capitare a qualsiasi Paese in cui fosse in atto un'insurrezione o una minaccia all'establishment".
Su quanto hanno da dire, di fronte a questo scenario politico ed economico, i movimenti sociali si è invece soffermato il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile, tra le personalità più applaudite in tutto il Forum Sociale. Di seguito il suo intervento, tratto da registrazione e non rivisto dall'autore.