Speciale Porto Alegre 2005

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 - 28 Gennaio 2005

João Pedro Stedile: la sinistra riscopra i valori del socialismo
Sono molto felice di essere qui, a questo tavolo degli ultimi intellettuali organici rimasti. Uno dei problemi del liberismo è che ci ha tolto persino gli intellettuali, comprati con una mezza dozzina di documenti pagati dalla Banca mondiale. Lo dico come ringraziamento, in nome dei movimenti sociali, per il compito che state svolgendo, perché avete mantenuto la vostra coerenza con le idee socialiste. Sono stato invitato qui per condividere con voi l'altra faccia della medaglia, ossia la riflessione dei movimenti sociali sull'attuale congiuntura, il che significa guardare da angoli diversi la stessa realtà. Condividiamo la lettura del contesto socio-economico del nostro Continente, con alcune differenze. I movimenti sociali hanno capito che, se è vero che il capitalismo è globalizzato, che il capitale finanziario domina nelle relazioni di accumulazione di capitale in tutto il mondo, è anche vero che questo capitalismo è in crisi, perché non riesce ad organizzare la produzione per risolvere le necessità oggettive dei popoli. Tuttavia c'è una forma di capitalismo che è ancora all'offensiva, talmente all'offensiva da cercare di imporre un contesto giuridico per nuove forme di sfruttamento come l'Alca, l'Omc, l'accordo Mercosur-Unione Europea e gli accordi bilaterali. E, ai popoli che non intendono accettarlo, questo contesto giuridico viene imposto con l'esercito. Le forze popolari si trovano perciò sulla difensiva e questo ci porta a credere che i movimenti di massa in America Latina siano in una fase discendente. Questo non vuol dire che il popolo non lotti: al contrario, deve lottare ogni giorno per sopravvivere. Ma quando si parla di fase ascendente del movimento di massa si intende dire che i popoli stanno accumulando organicamente forze e sono all'offensiva contro il capitale, e da questo siamo ancora lontani. Le vittorie elettorali, che sono state anche vittorie del popolo contro il neoliberismo, non sono sufficienti a ricompattare il movimento di massa, per cui non dobbiamo cadere nella trappola di pensare che una vittoria elettorale già ci ponga all'offensiva. Le vittorie elettorali non hanno mutato la correlazione di forze in America Latina, con l'eccezione degli ultimi due processi elettorali nel Venezuela di Chávez. Per questo si rimane perplessi quando da fuori si guarda al governo Lula. Lula è stato eletto come uomo di sinistra ma il suo governo è risultato di centro, ed è così che dobbiamo considerarlo se non vogliamo cadere nell'illusione. È un governo di centro non perché è stato chiamato così da qualche intellettuale, ma perché è il risultato di una particolare correlazione di forze sociali. In questo contesto, c'è un'egemonia ideologica di destra che, nel caso dell'America Latina, non si afferma tramite i partiti politici come avviene in Europa, ma tramite i mezzi di comunicazione, sempre più concentrati nelle mani dell'oligarchia e ora anche denazionalizzati, perché al soldo del capitale finanziario. La sinistra e i movimenti sociali perdono dieci a zero la partita ideologica contro i mezzi della borghesia. In ultimo, se è vero che vi sono importanti iniziative diplomatiche per avvicinare i Paesi del Sud, è il capitale internazionale che però continua a dettare le regole. Il caso brasiliano è esemplare, perché c'è una politica estera progressista condotta dal ministro Amorim e c'è una politica economica di destra, di subordinazione al capitale internazionale, condotta dal Ministero dell'Economia e dal Ministero dell'Agricoltura. Mentre noi cerchiamo di alterare la correlazione di forze interne, il capitale continua a muoversi secondo il piano che gli è proprio: quello di riorganizzare la divisione del lavoro e della produzione a livello internazionale. Ne consegue che il gruppo dei Paesi più industrializzati, il G7, ha finito per essere una grande fabbrica di merci ad alta tecnologia ed elevate tasse doganali. C'è poi un secondo blocco chiamato a produrre beni di consumo di massa che richiedono moltissima manodopera a buon mercato: Cina, India, Corea del Sud, Tailandia, Indonesia. C'è poi un terzo blocco costituito dagli Stati dell'Africa e dell'America Latina, che continueranno a produrre materie prime agricole, minerali ed energia petrolifera. I governi dell'America Latina, sebbene siano progressisti, non sono riusciti a tener testa a questi processi e si sono adeguati. Il governo brasiliano si è vantato, per esempio, di aver aumentato l'esportazione di soia. Qui non si tratta di retorica contro questo o quel governo: qui in Brasile non c'è nessuno più "chavista" dei Senza Terra, eppure possiamo dire lo stesso del Venezuela: non uscirà dalla dipendenza economica e politica se si limiterà ad esportare il petrolio. È un problema di fondo che rimanda alla discussione su quale modello di sviluppo chiediamo per i nostri Paesi.
Sono molte la sfide che attendono i movimenti sociali, anche se è vero che negli ultimi due decenni sono maturati molto, aiutati anche dalle contraddizioni interne al neoliberismo. È stato il periodo del neocapitalismo industriale quello in cui i popoli si sono maggiormente organizzati: dapprima con le associazioni di quartiere, poi con i sindacati operai e i partiti. Oggi, però, sindacati e partiti non sono più sufficienti. I popoli sono stati spodestati e il risultato è la nascita di nuovi movimenti sociali, con nuovi modi di combattere il capitale e una nuova visione della necessità dell'autonomia. Autonomia dai partiti, autonomia dallo Stato, autonomia dalla Chiesa: le tre forze che hanno sempre manipolato le organizzazioni popolari. Si è anche sviluppata una visione più internazionalista della lotta e la consapevolezza che bisogna lottare per il vero potere, che non si riassume nel prendere d'assalto i palazzi di governo, perché è il modo più facile di realizzare i cambiamenti. Il vero cambiamento è riuscire a trasformare i rapporti sociali, i rapporti tra le persone e i mezzi di produzione: questo significa prendere il potere nella società.
In questa direzione i movimenti sociali stanno già affrontando alcune sfide.
Prima sfida: è necessario che tutta la società, e non solo i movimenti sociali, discuta nuovi progetti politici. La sinistra vive una crisi ideologica perché non ha un progetto politico. Intendendo per tale non la preparazione di un programma tout court, ma un programma che si costruisca insieme al popolo. Non cambia nulla se gli intellettuali o i partiti hanno un programma ma si dimenticano di coinvolgere il popolo. Il popolo è il padrone del suo futuro e se non ha coscienza di quale sia il programma che lo unifica non si va avanti. Mi si potrebbe obiettare che abbiamo già il programma socialista. È vero che il socialismo è un cammino verso il futuro, ma stiamo parlando di oggi, di una congiuntura diversa, di una diversa correlazione di forze, per cui non è sufficiente dirsi socialisti come avviene negli incontri della sinistra in Brasile, quando ognuno si vanta di essere più socialista dell'altro, ma, finito il dibattito, va al bar invece di andare in fabbrica.
Seconda sfida. I movimenti sociali sono sulla difensiva ed è necessario. Ma non si altera la correlazione di forze di un Paese tenendo come punto di riferimento il governo. Esso sta lì e ha la sua funzione: parlo del Brasile, ma credo valga anche per il Venezuela, l'Argentina, ecc. Come cambia la correlazione di forze se dico che Lula è il massimo o che Lula è un traditore? Non cambia nulla, è un'opinione. Quello che fa cambiare la correlazione di forze nelle nostre società è la capacità di promuovere lotte sociali organizzate, con un progetto politico, per combattere il capitale e i neoliberisti.
Terza sfida. Quante delle nostre organizzazioni continuano a fare formazione militante dei quadri? In Brasile i militanti di sinistra leggono il principale quotidiano della borghesia e si sentono bene informati. È una vergogna. Ma è una vergogna che dipende dalla nostra incapacità di formare quadri, perché i giovani abbiano altri spazi per sviluppare concetti, analizzare la realtà, capire quello che succede, senza accontentarsi solo dell'informazione manipolata della stampa borghese. Dunque si tratta di un compito enorme e a lunga scadenza.
Quarta sfida. Bisogna cambiare i metodi di organizzazione di base. Quando si parla della ripresa del movimento di massa e delle lotte sociali, alcuni di noi sostengono che questo dipende dalla guida politica. Il movimento sindacale in Brasile è in crisi perché la direzione della Cut non indice più scioperi. Ma se lo facesse ci andrebbe qualcuno? Il problema è quello di recuperare il cosiddetto lavoro di base, come ai tempi della dittatura e del lavoro di base delle Chiese: quel vecchio lavoro minuzioso, da formichine, che non appare sui giornali, ma che è quello che crea la coscienza, quello che convince la gente. Dobbiamo rieducare i militanti a riprendere questo lavoro di base tra il popolo. Il problema è quello delle grandi masse che non sanno nulla e che perciò potrebbero essere sia trascinate nella lotta sia spinte a votare a destra.
La quinta sfida è quella della comunicazione di massa. In America Latina è la forma principale attraverso cui la destra svolge la sua lotta ideologica. E noi di sinistra e dei movimenti sociali non abbiamo avuto la capacità di sviluppare i nostri mezzi di comunicazione di massa: radio o televisioni alternative, periodici, internet, quali che siano. Eppure dobbiamo farlo, per generare una nuova egemonia culturale e di coscienza come aveva già indicato Gramsci. La sinistra in America Latina ha fatto una lettura di destra di Gramsci ed ora ci tocca recuperare il buon vecchio Gramsci di sinistra perché la gente si convinca che la lotta ideologica è fondamentale. E per farlo dobbiamo avere i nostri mezzi di comunicazione. Inutile pavoneggiarsi solo perché uno di noi può scrivere un articolo sulla stampa di destra. Questo non serve a molto. Serve per continuare a scontrarsi con la destra, ma non per educare le masse alla nostra militanza.
Non è un discorso moralista né dottrinale: c'è una crisi di valori nei movimenti sociali e nella sinistra. Valori che abbiamo sempre percepito come la vera eredità dei rivoluzionari e di tutti coloro che hanno pagato con la vita. I valori della solidarietà, del compañerismo, dell'indignazione contro ogni ingiustizia, della lotta per l'uguaglianza, valori che possono esistere solo se noi li mettiamo in pratica quotidianamente. Nei movimenti sociali in crisi, invece, accade il contrario: si litiga per le cariche, per chi impugna prima il microfono.
Dobbiamo recuperare i veri valori nella pratica quotidiana; altrimenti non arriveremo ad una vera società socialista.