Speciale Porto Alegre 2005

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 - 28 Gennaio 2005

Eduardo Galeano: un altro mondo batte nel ventre di questo
Mondo paradossale, vita paradossale, personaggio paradossale don Chisciotte de la Mancha: un romanzo immortale che è un'avventura della libertà nata nel carcere di Siviglia, dove Cervantes era rinchiuso per debiti come lo siamo noi dei Paesi latinoamericani, prigionieri per i debiti. E, di paradosso in paradosso, il romanzo è diventato famoso soprattutto per una frase che don Chisciotte non ha mai pronunciato. La citano tutti o quasi tutti i politici, spessissimo: "Làtrano, Sancho, segno che dobbiamo cavalcare", ma questa frase non compare nel romanzo di Cervantes, l'ho letto con cura, cercandola nei due tomi, ma non c'è. È paradossale che questo personaggio a cavallo di un ronzino, con la sua armatura di latta, che sembra destinato al perpetuo ridicolo e alla perpetua sconfitta, abbia potuto fare la strada che ha fatto lungo questi quattro secoli. Perché è ridicolo quello che gli capita, soprattutto nei suoi duelli impossibili. Profondamente ridicolo. Il bambino crede che una scopa è un cavallo finché dura il gioco, così finché dura la lettura, i lettori accompagnano e condividono le stravaganti peripezie di don Chisciotte, facendole proprie. Ridono di lui - ridiamo di lui - ma molto più spesso ridiamo con lui. "Non prendere sul serio nulla che non ti faccia ridere", mi raccomandava, a ragione, un amico brasiliano alcuni anni fa. Nel linguaggio popolare i sogni di don Chisciotte vengono presi sul serio, ed è capita la dimensione eroica che la gente ha conferito all'antieroe. Un antieroe dalla dimensione eroica, come riconosce il vocabolario delle Reale Accademia della Lingua spagnola, che definisce la chisciottata come l'azione propria di un chisciotte, dove chisciotte è colui che antepone i suoi ideali al suo tornaconto e agisce disinteressatamente e con responsabilità in difesa di cause che considera giuste, senza riuscirci. Queste due ultime parole non mi convincono, perché spesso don Chisciotte ottiene quello che vuole: quel don Chisciotte che all'inizio sembra destinato alla sconfitta implacabile esce trionfante dai suoi duelli, moralmente trionfante. È per questo che, nel 1965, quando Che Guevara partì per il Congo e poi per la Bolivia e scrisse la sua ultima lettera ai genitori, per dire addio ai "cari vecchi", non ha citato Carlo Marx, ma ha scritto: "ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio". Nelle sue peripezie don Chisciotte evocava l'età dell'oro, quella in cui tutto era in comune e non c'erano il tuo e il mio. Dopo, diceva lui, sono iniziati gli abusi e per questo è stato necessario che si mettessero in viaggio i cavalieri erranti per difendere le donzelle, proteggere le vedove, soccorrere gli orfani e i bisognosi.
Alcuni anni prima che Cervantes inventasse il suo febbrile giustiziere, Tommaso Moro aveva raccontato l'utopia per bocca di un marinaio venuto dall'America sulla nave Amerigo Vespucci e chissà se questa utopia ispirata alla vita comunitaria degli indigeni americani non abbia ispirato l'età dell'oro di cui don Chisciotte sente nostalgia. Nel libro di Tommaso Moro, che gli costò la testa, utopia significa "non luogo" (a-topos), ma chissà se questo non luogo, questo irragiungibile spazio del sogno della vita condivisa, possa avere luogo negli occhi che lo sanno presagire. Perché ogni persona contiene molte altre persone possibili e ogni mondo contiene il suo contro-mondo. La metà capace di vedere attraverso l'infamia ci rivela questa promessa nascosta: un altro mondo batte nel ventre di questo mondo. E questo mondo di cui abbiamo bisogno è tanto reale come quello che conosciamo e sopportiamo. Alcuni anni fa ho vissuto per un po' in Venezuela e lì, sul lago di Maracaibo, ho conosciuto un pittore di grandissimo talento: si chiamava Vargas, era carpentiere, quasi analfabeta, sapeva appena scrivere il suo nome, ma era un artista prodigioso. Alcune gallerie di Caracas andavano a trovarlo nel suo villaggio e gli compravano per pochi spiccioli tele che poi rivendevano a un prezzo molto più alto e che, ora che lui è morto, sono ancora più quotate. Questi quadri avevano colori che umiliavano l'arcobaleno: i fiori, le piante, gli uccelli erano più grandiosi di quelli veri, per cui il pubblico, soprattutto straniero, celebrava l'opera di Vargas come un canto alla vita tropicale, un inno alla natura americana. E Vargas era nato, cresciuto, vissuto e aveva dipinto nel villaggio che aveva dato più petrolio alla civiltà occidentale e che il petrolio ha distrutto: non c'è più neanche una piantina verde, tutto è grigio o nero, le acque del lago sono torbide e i pesci sono morti. Persino l'arco-baleno, quando esce, è bianco e nero, gli urubù volano di fianco e gli avvoltoi di spalle! È in questo luogo spaventosamente fetido che quest'uomo ha creato una pittura prodigiosamente vivace, brillante. Vargas era, secondo me, un pittore realista, perché uno non è realista solo quando dipinge la realtà che consoce e sopporta, ma è realista anche quando dipinge la realtà di cui ha bisogno. Perché nel ventre di questo mondo c'è un altro mondo possibile.