Speciale Porto Alegre 2005

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 - 28 Gennaio 2005

José Saramago: è domani la nostra sola utopia
Devo darvi un cattiva notizia: io non sono utopista. E una notizia ancora peggiore: considero il concetto di utopia inutile e negativo come l'idea che dopo la nostra morte andiamo in paradiso. La parola utopia nasce con Tommaso Moro, con il suo libro "Utopia", pubblicato nel 1516, ma l'idea viene da lontano, potremmo dire da Platone. In fondo, l'utopia nasce senza nome e forse quello che qui ingarbuglia le cose è solo un nome, perché curiosamente tutto quello che è stato detto prima poteva esser detto con uguale rigore, con uguale proprietà, con uguale pertinenza senza l'introduzione della parola utopia. Tenterò di dimostrare più avanti che c'è una questione che è indissociabile dall'utopia, o dal pensiero utopico o dall'anelito dell'essere umano a migliorare la vita e non solo in un senso materiale, ma anche in una dimensione spirituale, etica, morale: la rivitalizzazione, la re-invenzione della democrazia. Prima di parlare di don Chisciotte, va detto che per i 5 miliardi di persone che vivono nella miseria la parola utopia non significa rigorosamente nulla. (...) Si è soliti dire, e lo stesso Cervantes lo dice, che don Chisciotte, a causa del tanto leggere e del tanto immaginare, impazzì. Un signore che, quando possedeva la ragione, si chiamava Alonso Quijano, dopo essere impazzito, non contento del suo nome, che era un nome comune, entrando ipoteticamente in un ordine di cavalleria di cui era l'unico rappresentante, scelse un altro nome: don Chisciotte. E così entrò nell'immortalità. Ho detto che impazzì. Ma ci sono forse anche altri modi di interpretare le cose. Mi dispiace molto che Cervantes non abbia parlato dell'uomo anteriore a don Chisciotte che si chiamava semplicemente Alonso Quijano. Immaginiamo che fosse, come a volte può dire ciascuno di noi, stanco della vita che conduceva. Conosciamo tutti il caso di persone che dicono di andare a comprare le sigarette e non tornano più. Persone stanche della propria vita e decise a seguire una via non molto leale, non molto degna: "compro le sigarette e non torno più". Al tempo di Cervantes era difficile, se non impossibile, cambiare la vita in maniera tanto radicale come quella che ha portato Alonso Quijano a trasformarsi in don Chisciotte. Più facile dire di essere impazzito. Perché a partire dal momento in cui uno dice di essere pazzo o si comporta come tale, tutto gli è permesso, proprio perché è pazzo. Questo è il grande trucco di Alonso Quijano, che si dichiara pazzo senza esserlo. (...)
Alla fine don Chisciotte decide di tornare ad essere Alonso Quijano. Un itinerario di una falsa pazzia che ritorna al punto di partenza, a un minimo di ragione umana con la quale si deve scrivere, con la quale si deve lavorare. Moltissimi anni dopo Platone e Tommaso Moro e parecchi anni dopo Fourier, altro ideologo dell'utopia, un poeta francese, Rimbaud, dice parole essenziali riguardo a quello di cui stiamo parlando: "La vrai vie est ailleurs", la vera vita è altrove. In questa catena di associazioni di idee e di echi che ritornano nel corso del tempo, queste parole - la vrai vie est ailleurs - effettivamente possono richiamare quello che di utopico c'è in don Chisciotte. Anche se, in realtà, sono d'accordo con Ignacio Ramonet: don Chisciotte non è un utopista. In fondo, è un pragmatico, nel senso migliore della parola, perché questa parola può anche avere un buon significato. Certo, le parole sono delle disgraziate: facciamo di loro tutto quello che vogliamo. Già è stato detto che la politica è l'arte del possibile. Dissi anni fa che la politica è l'arte di non dire la verità: il discorso politico è, in gran parte, anche quando non vuole nascondere la verità, un discorso che perlomeno falsifica e deturpa, e condiziona e manipola. Quando dico che non sono utopista, devo dire con tutta franchezza di non gradire il discorso sull'utopia, perché è un discorso sul non esistente. Utopia, come tutti sappiamo, è un non luogo. Non si sa qual è il cammino per arrivare fin là, né quando si arriverà, né se si arriverà, ma la cosa peggiore è l'equivoco tremendo in cui cadono tutti quelli che parlano di utopia: in fondo, in termini pratici, utopia significa che io, come membro di una collettività, ho bisogno di alcune cose, ma sono cosciente che non le posso avere ora - perché i nemici sono più potenti, perché mi mancano i mezzi, perché i frutti non sono maturi - e allora dico: bene, visto che ora non le posso avere, le avrò un giorno. Anche Hitler affermava che il regime nazista sarebbe durato 2000 anni: anche questa è un'utopia. Viviamo dell'utopia come abbiamo vissuto per secoli di miti, di credenze, di cose che non hanno nulla a che vedere con la ragione: basta vedere la moltiplicazione di Chiese e di sette (...).
Il grande equivoco in cui cadiamo tutti è che collocando nel futuro quello di cui abbiamo bisogno oggi, ma che oggi non possiamo avere per mancanza di mezzi, dimentichiamo una cosa molto semplice: se quello che noi desideriamo ora potesse realizzarsi nel 2043, o fra 100-150 anni, se quello che per noi ora sarebbe stupendo, l'utopia realizzata, potessero averlo fra 100-150 anni i nostri discendenti, chi ci garantisce che essi saranno interessati a quello a cui oggi siamo interessati noi? Io credo, più sobriamente, meno retoricamente, e, se me lo permettete, anche meno demagogicamente, che l'unico luogo in cui realmente il nostro lavoro può avere effetto e che questo effetto possa essere da noi riconosciuto, discusso e contrastato, è il giorno di domani. Domani è la nostra utopia. Ed è con il lavoro che facciamo oggi, con le nostre piccole vite e le nostre relative speranze che domani saremo tutti vivi, che si costruirà il domani, è con il lavoro che si sta svolgendo qui al Forum Sociale Mondiale che il giorno di domani potrà ricevere qualche trasformazione. Non pensiamo all'utopia. Quando Borges scrive "Pierre Menard, autore del Quijote", che tutti dovrebbero leggere, parla di un uomo che si dedica al compito di scrivere don Chisciotte, malgrado il fatto che sia già stato scritto, e lo scrive con le stesse esatte parole usate da Cervantes: un compito tanto gigantesco che rimane incompleto. Ma Borges richiama l'attenzione sul fatto che Pierre Menard ha scritto un libro diverso. Perché la parola giustizia, per esempio, non significava per Cervantes, tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII, quello che per noi significa ora. Se c'è qualcosa di cui la sinistra ha bisogno oggi più che di ogni altra cosa è di una revisione rigorosa dei concetti. Come dicevo prima, le parole sono disgraziate, stanno lì per essere utilizzate quando pare a noi, e la cosa peggiore è che si può usare la stessa parola per dire cose non solo diverse ma, molto spesso, frontalmente contrarie. Per questo dico che il primo concetto che la sinistra deve rivedere è il concetto di sinistra. Che è oggi la sinistra, dov'è? Sta qui? Chiaro che sta qui. Ma, nella sfera politica, molta gente parla della sinistra, per usare una frase molto nota, come se invocasse il nome di Dio invano. Avevo detto che proponevo di togliere la parola utopia dal dizionario: no, che la lascino pure lì, ma che la lascino quieta.
C'è un'altra questione che deve essere urgentemente rivista (tutto si discute in questo mondo meno che di quest'unica cosa): quella della democrazia. La democrazia sta lì come se fosse una specie di santo su un altare da cui non si attendono più miracoli, ma che rimane lì come riferimento. La democrazia è oggi una democrazia sequestrata, condizionata, amputata, perché il potere dei cittadini, il potere di ciascuno di noi, si limita, nella scena politica - ripeto, nella scena politica - a togliere un governo che non piace e a sostituirlo con un altro che forse piacerà. Nient'altro. Ma le grandi decisioni sono prese in un'altra sfera e tutti sappiamo qual è: le grandi organizzazioni finanziarie internazionali, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Nessuno di questi organismi è democratico e, pertanto, come possiamo continuare a parlare di democrazia se quelli che effettivamente governano il mondo non sono eletti democraticamente dal popolo? Chi sceglie i rappresentati dei Paesi in queste organizzazioni? Dove sta allora la democrazia?
Un'ultima cosa per concludere. Se noi stessimo in ogni momento compiendo quello che chiamiamo le nostre utopie, se le realizzazioni di queste fossero possibili a breve termine, questo sì che sarebbe buono, che sarebbe utile. Non lo chiameremmo utopia. Lo chiameremmo semplicemente lavoro, obiettivo, cammino, decisione. Nient'altro. Siamo obbligati o siamo stati obbligati ad usare questo nome che sta sospeso in aria. Quando l'unica cosa certa che abbiamo è il giorno di domani. E se in questo Forum si lanciassero le cinque proposte lette da Ramonet oggi, questa sarebbe già una base di lavoro per il qui e ora, per l'immediato.