Speciale Porto Alegre 2005

Speciale Forum Social Mundial
Porto Alegre 2005

Fonte Adista
23 - 28 Gennaio 2005

Ridiamo alla pace i suoi genitori. Ricerche in tempo di guerra
DOC-1593. PORTO ALEGRE-ADISTA. (dall'inviata) Cosa significa parlare di pace in un mondo pieno di conflitti? A discuterne, in un affollatissimo incontro sul tema "La mistica della pace" (promosso il 28 gennaio, all'auditorio Araujo Viana, dalla Fraternità francescana del Brasile), sono stati invitati alcuni testimoni d'eccezione: il Premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, il teologo della liberazione Leonardo Boff, il francescano brasiliano Sergio Gorgen e la francescana angolana Rosa Germano. Non è facile, ha affermato Perez Esquivel, parlare di pace in un mondo in cui ogni giorno muoiono di fame più di 35mila bambini, "come se si facessero esplodere varie bombe atomiche tutti i giorni in vari luoghi della terra". Un mondo in cui si parla tanto di diritti umani, ma intanto si permette che in Iraq, tanto per fare un esempio, salti in aria un bunker pieno di bambini insieme alle loro madri. Durissimo, Perez Esquivel, con il presidente degli Stati Uniti, che, ha detto, "va in chiesa e prega Dio che lo aiuti ad uccidere persone". "Ho scritto una lettera a Bush - ha continuato -. Gli ho chiesto come aveva celebrato Natale. A chi rivolge le sue preghiere? Dubito che si tratti del Dio della vita, della pace e della speranza. Credo che Dio si chiuda le orecchie per non udire tanta menzogna e tanta ipocrisia".
Difficile parlare di pace anche nell'Angola descritta da Rosa Germano: Paese ricchissimo di petrolio e di diamanti, ma al secondo posto nel mondo per mortalità infantile; Paese segnato da una storia di guerra infinita e di povertà estrema: quattro milioni di rifugiati interni, 44% di analfabeti tra gli uomini e addirittura 71% tra le donne, almeno 620mila casi di Aids.
E come parlare di pace di fronte alla violenza in ambito rurale? Frei Sergio Gorgen, religioso brasiliano legato al Movimento dei Senza Terra (Mst), afferma: "la convivenza con i contadini ha dato senso alla mia vita. Noi che non abbiamo vissuto nella carne i morsi della fame pensiamo, con le nostre azioni, di essere solidali con i poveri. Oggi riconosco che sono loro ad essere solidali con noi". La militanza nel Mst ha portato ben presto Frei Sergio a domandarsi da che lato venisse la violenza: in una situazione tanto conflittuale, chi sono gli operatori di pace che Gesù ha definito beati? "La prima violenza - afferma - è quella strutturale, quella delle strutture sociali che beneficiano pochi ed escludono la maggioranza. C'è poi la violenza dei latifondisti contro i contadini, e la violenza dello Stato che protegge il latifondo attraverso la legge". Per il francescano non ci sono dubbi: "non ci sarà pace senza riforma agraria; per essere soggetti di pace dobbiamo lottare per la distribuzione della terra". Frei Sergio racconta la sua prima esperienza di conflitto rurale, nel 1986: l'invasione di un accampamento di senza terra da parte di circa 600 poliziotti armati. "I bambini erano andati avanti, seguiti dalle donne e poi da tutti noi: una tattica usata frequentemente per scongiurare il pericolo di violenze. Ma quella volta la polizia era decisa a non fermarsi. Quando era ormai a 15 metri, una donna mi tirò la camicia e mi domandò: non fai niente? Non ho mai provato tanta vergogna nella mia vita. Ho pensato: mi trovo qui a far che? Per cosa lotto? Allora ho attraversato la fila di donne e di bambini e mi sono messo davanti alla polizia con le braccia alzate. E la polizia non ha sparato (un'altra volta, però - ha scherzato - non è andata così bene e sono finito all'ospedale)". Ma che senso ha, si chiede ancora Frei Sergio, stare in mezzo ai poveri? "In primo luogo, per aiutare a legittimare le loro lotte, quello che per lungo tempo non abbiamo fatto, sollecitandoli anzi ad accettare la loro miseria e la loro umiliazione. Poi per evitare che vi sia ancora più violenza e testimoniare la nostra volontà di pace: in questo senso dobbiamo essere i primi a disporci al sacrificio". Ma nella lotta per la terra non mancano le tentazioni: Frei Sergio ne elenca tre, sottolineando di averle vissute tutte. "La tentazione della paura, che è normale (chi non ha paura è anormale), ma che bisogna vincere. La tentazione di pensare che siamo eroici: eroici sono i poveri, nella loro lotta per la sopravvivenza. La tentazione di trasformare la rabbia in odio: la rabbia è normale, l'ha provata anche Gesù al tempio di Gerusalemme. Quello che non ci possiamo permettere è l'odio, perché l'odio ci distrugge, è il nemico che sta dentro di noi".
Lo ribadisce anche Leonardo Boff, nel suo intervento conclusivo: "la pace è un seme che è in ognuno di noi, ma anche il seme della violenza e della guerra è dentro di noi e quindi o cominciamo da noi stessi o la pace non avrà futuro. È questa la lezione di San Francesco". Perché, ha affermato il teologo della liberazione, "possiamo ben poco a livello mondiale, ma il pezzetto di mondo che è in noi può diventare uno spazio di pace: questo almeno possiamo controllarlo e farlo crescere". Come "tutte le cose vive", la pace, secondo Boff, ha un padre e una madre. La madre è la giustizia, "una giustizia minima tra gli esseri umani senza la quale siamo condannati a disumanizzare noi stessi e gli altri, una giustizia che esprime una profonda volontà di uguaglianza, che vuole fare dei distanti il prossimo e del prossimo un fratello e una sorella. È il senso dell'unità della famiglia umana, la consapevolezza di abitare insieme nell'unica casa comune". Il padre della pace è quello che i brasiliani chiamano cuidado, il prendersi cura: una relazione amorevole, non distruttiva, con la realtà, con la casa comune, con la terra devastata dalla voracità consumista. Ogni tre minuti, ricorda Boff, scompare una specie vivente. "Ma noi non siamo gli unici figli della terra. E San Francesco lo aveva capito, vivendo profondamente questa dimensione di comunione con le creature, una fraternità senza frontiere, anche con fratello lupo e sorella morte".