Convegno Europeo sull'America Latina. Pistoia 2007 Don Luigi Bettazzi

I beni comuni
Don Luigi Bettazzi
24 marzo, Pistoia
Convegno Europeo sull'America Latina

Io mi sento un po' fuori luogo, perché è la voce dell'America Latina vogliamo ascoltare. Dovrei parlare del bene comune, ma comincio con una barzelletta. Un morto dice a San Pietro che vuole vedere Adamo. San Pietro dice che non si può, ma quello insiste: tutta la vita aveva sognato di vedere Adamo. Poiché quell'uomo si era comportato bene, San Pietro va a chiedere il permesso. Torna e dice che è un permesso eccezionale, e solo per tre minuti. L'uomo ha solo una domanda da fare: "Adamo, parlano tanto del tuo peccato: chi dice che è stato un peccato di gola, chi dice che è stato di orgoglio, chi parla di un peccato sessuale. Ma come è stato il tuo peccato?". "È stato originale", risponde Adamo.
Noi lo chiamiamo originale perché alle origini. Io dico che è originale perché è l'origine: io sono così importante che faccio di testa mia. Dio dica quel che vuole, io faccio quel che mi pare. Ma io credo che l'uomo sia fatto per essere aperto agli altri.

Anche il concilio ha parlato del bene comune, e visto che ci sono stato ne devo fare un po' di pubblicità. Il Concilio dice che la comunità politica esiste in funzione di quel bene comune nel quale essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria del suo diritto all'esistenza. Il bene comune si concreta nell'insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione. Ci richiamiamo dunque all'essere umano che è un essere complesso, partecipa di tutto il mondo materiale, ma ha qualcosa di più. Al di là di tutte le analisi, la storia ci mostra che l'essere umano cammina sulla via del progresso. Gli altri esseri, per quanto intelligenti, hanno dentro di loro una specie di computer. L'ape fa l'alveare - noi non riusciremmo a fare né un alveare né una ragnatela - ma lo fa da sempre con questa specie di computer che è nel suo istinto. Il progresso umano rivela che l'essere umano è in grado di cogliere qualcosa dentro delle strutture e di perfezionarle sempre di più. L'essere umano è fatto per la vita sociale, nasce in una società, cresce attraverso la rivelazione della cultura, dell'aspetto spirituale, che implica la necessità di qualcuno che curi questo sviluppo. Il bene comune è l'insieme degli elementi che permettono all'essere umano di realizzarsi pienamente. Anche prescindendo dall'aspetto religioso, penso sia una constatazione comune che la tendenza dell'uomo è quella di chiudersi un po' in sé, di esaltarsi e di subordinare a sé tutto il resto del mondo nel quale vive. E questo comporta che, a un certo punto, chi si trova in posizione avvantaggiata può crescere nella ricerca e nella difesa del proprio interesse e finisce per farlo a spese di chi, per una serie di circostanze, non era in tale posizione.
L'Occidente è in una posizione di supremazia. Piero Gheddo, del quale non condivido tutte le idee, ha detto che siamo più sviluppati in forza del cristianesimo. A me ha sempre fatto problema il Giappone, che, a dir la verità, col cristianesimo non ha avuto molto a che fare. Però non è un caso che le grandi rivoluzioni siano nate all'interno del mondo della rivelazione ebraico-cristiana, non dico delle chiese, ma di questi semi che ha permesso di valorizzare sia sia la responsabilità personale che l'aspetto sociale.
Guardiamo alla storia e vediamo come questo dominio si sia espresso ieri nelle colonizzazioni e oggi nelle guerre, che noi facciamo sotto molte etichette, ma, in fondo, per garantire, difendere e sviluppare il nostro potere economico e politico. Ecco allora la necessità di forze che limitino tutto ciò, in funzione del bene comune della società.

Nella storia della nostra teologia morale, il problema economico era sempre legato alla proprietà privata, sacra e inviolabile. Ed è stato affrontato anche all'interno della dottrina sociale della chiesa, a cominciare da Pio XII. Fu proprio lui, durante un radio messaggio natalizio, ad affrontare il tema, che poi è ritornato nei documenti di Papa Giovanni e nel Concilio, della destinazione universale dei beni, cioè che il mondo è fatto per tutti gli esseri umani. Ogni essere umano ha diritto di vivere una vita dignitosa, ha diritto alla sopravvivenza, alla crescita culturale e ad un minimo benessere sociale. E tutti gli altri princìpi, compresa la proprietà privata, sono subordinati alla destinazione universale dei beni. La chiesa insiste su tanti princìpi validi ma non ho sentito una seria rivendicazione di questo principio fondamentale. Nella legislazione italiana c'era una norma per cui, se uno aveva rubato qualcosa da mangiare perché lui e la sua famiglia stavano morendo di fame, non poteva essere imprigionato, perché il diritto alla vita era più forte del diritto di proprietà. Ma di pretori che hanno fatto questa considerazione ne ho visti due in 40 anni.
20 milioni di esseri umani nel mondo muoiono ogni anno per la fame, per le conseguenze della fame o per malattie che si potrebbero facilmente combattere Raul Follereau diceva che, con il prezzo di due bombardieri, si sarebbe eliminata la lebbra dal mondo. Ne aveva chiesto uno a Eisenhauer e uno a Stalin. Non accettarono. La lebbra è poi diminuita, ma oggi c'è l'AIDS da combattere. Delle grandi industrie farmaceutiche hanno detto: L'AIDS è la malattia dei poveri, e quelli non pagano; preferiamo fare le medicine per le malattie di quelli che pagano. E quando è stato detto: allora ce le facciamo noi le medicine, hanno reagito facendo valere il brevetto. È ammesso, in qualche caso estremo, che alcune nazioni possano produrre medicine, ma pare che la trafila sia così lunga che sia difficile produrle davvero.
I due terzi dell'umanità vivono in condizioni di sottosviluppo. Leggevo sul giornale che se con un quarto delle spese della guerra in Afganistan si fossero costruiti ospedali, strade, ecc., forse a quest'ora la situazione sarebbe cambiata molto di più che non attraverso la guerra. Questo dovrebbe essere il richiamo, sia sul piano religioso che su quello laico delle grandi ideologie: la rivendicazione del valore della persona umana e del bene comune, cioè di quelle condizioni che possano permettere alle persone, ai gruppi e alle nazioni di realizzarsi. Questo diventa il tema centrale della globalizzazione e penso che questo valga anche per le religioni, per tutte le religioni.
Uno dei gesti significativi di Giovanni Paolo II è stato il convegno di Assisi. Era un momento in cui si chiedeva un concilio cristiano, intercristiano o addirittura delle religioni per la pace. Il problema del papa è sempre che deve essere il primo. E, allora, direi quasi astutamente, il papa ha detto: vi invito io ad Assisi. Alla mattina, ognuno prega Dio con il nome che vuole, ma al pomeriggio ci troviamo insieme come fratelli, tutti figli di un Dio che è lo stesso dietro tanti nomi. Non possiamo invocare la religione per un cammino di guerra. Diceva Giovanni Paolo II che pensare che la guerra possa portare allo sviluppo della giustizia è alienum a ratione (hanno tradotto "sembra quasi impossibile", ma è molto di più, "è roba da pazzi")
Questo discorso del bene comune mette insieme tutti i grandi cammini ideologici e tutte le religioni, al di là delle loro differenze.
Ogni religione pensa di essere la più importante, ed è giusto, guai se io seguissi una religione dicendo che è più vera un'altra, ma siccome tutte quante, in un modo o nell'altro, portano a un unico Dio, dovrebbero farsi tutti promotrici di questo cammino di ricerca del bene comune. E questo cammino deve guardare in primo luogo chi si trova in difficoltà, in reazione alla nostra tendenza a emergere e a cercare il nostro interesse, rendendoci conto che l'uso della violenza provoca nuove violenze. Cercare insieme il bene comune, con la nonviolenza attiva, è la grande aspirazione che dovrebbero avere tutti gli uomini religiosi, anzi tutti gli uomini di buona volontà.