Convegno Europeo sull'America Latina. Pistoia 2007 Pablo Mamani

Dalla resistenza al potere: la lotta dei movimenti indigeni
Pablo Mamani
24 marzo, Pistoia
Convegno Europeo sull'America Latina

Sono molto contento di condividere con voi una riflessione sulla situazione degli indigeni in Bolivia. Parlerò particolarmente del tema: Territorializzazione della lotta indigena in Bolivia. Prima di tutto vorrei presentare dei dati statistici.
Quanti sono gli indigeni in Bolivia? In Bolivia ci sono 10 milioni di abitanti. Nel censimento del 2001 è risultato che il 62.05% della popolazione è costituito da indigeni. Bisogna chiarire che sono state censite le persone dai 15 anni in su, il censimento non ha riguardato i minori di 15 anni. Siamo la base della piramide della popolazione, la parte più larga. Secondo i nostri calcoli arriviamo al 77% della popolazione totale della Bolivia, ma ci sono studiosi che parlano addirittura dell'80%. Ci sono diversi popoli, ma i più numerosi sono gli aymara e i quechua. Del 62.05% di indigeni rilevati dal censimento, il 25% sono aymara e il 30% quechua. Quindi si tratta di una presenza storica e politica molto forte.
La bandiera multicolore che ho portato qui si chiama wipala: il termine bandiera non ci piace (viene da bandito, invasore). Il termine wipala è un termine indigeno che significa tela, tessuti di vari colori cuciti insieme. Per la wipala molti uomini e donne hanno dato la vita. Essa ha avvolto i corpi di molte vittime, ha un significato molto importante per noi. I colori derivano da un principio filosofico. Distinti popoli, lingue, regioni danno vita a un territorio grande e diversificato. Il nostro pensiero, anche politico, fa riferimento a 4 spazi. C'è l'alto e il basso, c'è anche la diversità di genere, quindi una parte femminile e una parte maschile. Poi la diversità del mondo andino e amazzonico.
La wipala sarà il simbolo del nostro futuro Stato indigeno in Bolivia. Significa diversi pensieri, diverse idee, diversi ritmi della storia che si uniscono nell'unità dei diversi. Insieme vogliamo lottare contro l'universalità portatrice di una sola idea, di una sola cultura, di un solo punto di vista da cui leggere la storia. Ed è il punto di vista europeo e nordamericano a prevalere in questa cosiddetta "cultura universale". Noi proponiamo una diversa prospettiva, quella di un mondo multiverso. Il mondo è diverso, complesso, dinamico, e quindi dobbiamo pensare in termini di multiversalità. Ci sono molte diversità, dobbiamo prenderle in considerazione. Possiamo assumere diverse prospettive: quella degli indigeni, dei neri, delle donne, ed elaborare un pensiero filosofico diverso.
Abbiamo avuto un incontro in Equador. Eravamo indecisi se portare la bandiera boliviana o la wipala e abbiamo esaminato le idee relative a ciascuna posizione. Chi voleva portare la bandiera boliviana diceva che in caso contrario ci sarebbe stata una forma di esclusione degli altri boliviani. Noi dicevamo: no, non si tratta di esclusione, perché anche i colori della bandiera boliviana sono rappresentati nella wipala. E così, con grande orgoglio, abbiamo deciso di portare la wipala per rappresentare la Bolivia.
C'è una grande quantità di strategie di lotta all'intreno dello stesso mondo indigeno e popolare nel nostro paese. Gli indigeni non sono solo quelli che abitano nelle montagne o indossano abiti tradizionali. Ci sono indigeni che vivono in città, che vivono a La Paz vicino al palazzo del governo, o sull'altipiano, in aree rurali e in Amazzonia. Ci sono lavoratori rurali, minatori e lavoratori di città che magari non si definiscono a pieno titolo indigeni ma che culturalmente sono tali.
In questo contesto si pongono i nostri diversi progetti politici e storici, propri di quelli che ho definito nei miei libri come epicentri delle lotte indigene. I grandi centri di questa emancipazione indigena e popolare sono Achacachi, sotto la leadership di Quispe, e il Chapare, sotto la leadership di Morales.
Ma ve ne sono anche altri, come El Alto, città di 1 milione di abitanti in cui, nell'ottobre 2003, c'è stata una rivolta contro il modello neoliberista, o come il movimento degli ayllus, legato alla regione dell'altipiano e dell'Amazzonia, o, ancora, come quello del popolo Guarani. Nel 2000, c'è stato un altro importante movimento a Cochabamba, che è riuscito ad espellere una grande multinazionale dell'acqua, la Bechtel. Infine, ci sono altri movimenti più piccoli ma dinamici, come il Movimento Senza Terra della Bolivia. Non si possono considerare i movimenti sociali in Bolivia come realtà isolate. I diversi movimenti, nei momenti di maggior conflitto politico, si uniscono e questa è una importante strategia della lotta indigena e popolare in Bolivia. Si pensa sempre a un unico centro, a un'unica organizzazione, mentre noi abbiamo vari leader e vari centri e questo porta a risultati molto interessanti. Il governo può schiacciare o vincere uno dei centri, non tutti, può comprare, arrestare, uccidere qualche leader ma non tutti. Farlo con tutti è difficile. A ottobre, durante la guerra del gas a El Alto, un giorno c'era un dirigente, il giorno dopo un altro, e così le forze dell'ordine non sapevano chi fosse il leader. Alla fine tutti sono dirigenti, tutti sono militanti, tutti sono combattenti. Una grande strategia della lotta indigena: è questo che è avvenuto a El Alto.
Nella zona di Achacachi, c'è il comando generale indigeno, ci sono circa 30/40.000 uomini e donne e, se consideriamo le persone pronte a sollevarsi, se consideriamo tutti, possiamo essere 100.000, possiamo diventare all'occasione anche 500.000 o di più; se poi consideriamo i cani, i lama che sputano in faccia al nemico, beh, siamo davvero una forza considerevole. A Kalachaca, il 20 settembre 2000, è stata dichiarata la guerra civile indigena. Come gli zapatisti nella Selva Lacandona, anche gli uomini e le donne di Achacachi dicevano: se l'esercito ci uccide tutti, ci saranno le pietre e le piante a parlare per noi. Secondo le nostre tradizioni le pietre possono muoversi, parlare, agire. Nella regione di Chapare, quella di Evo Morales, nel 1988 c'è stata una strage con 16 morti. Poche notizie sono arrivate a livello nazionale, ma a livello locale è stata una scintilla. Evo Morales era già molto stimato ma è a partire da quel momento che è diventato un leader. Dall'inizio degli anni '90 emerge la leadership di Evo, mentre, nella regione di Achacachi, sorge l'altro schieramento con a capo Felipe Quispe.
Fino a 10/20 anni fa solo le élite indigene sapevano cos'è la wipala. Solo a livello universitario si discuteva il progetto della nazione indigena. Oggi tutti conoscono la wipala, tutti discutono di questo progetto. Secondo la logica indigena, è importante riunire più gruppi perché si crea maggiore energia. Questa lotta si è fatta sempre più intensa. Le lotte indigene, centimetro per centimetro, si sono territorializzate, occupando tutta l'area dello Stato. E questa occupazione significava che lo Stato era in crisi: sono nati governi territoriali autonomi aymara, quechua e anche guarani e questo era un problema per lo Stato perché implicava la perdita di sovranità sul territorio e sulla popolazione. In questo scenario si è costruito un discorso comune, una strategia, un progetto politico: tutti si sono uniti alla fine in un'unica lotta. E questa dinamica è sfociata nella elezione di Evo Morales.
Pur essendo il 77/80% della popolazione, non avevamo una forza politica significativa. Ma poi tutti questi diversi movimenti sono riusciti a far pressione e a far cadere il governo. Questo ha prodotto un sisma a livello di classe dominante e anche a livello della società indigena. Noi indigeni siamo riusciti a gestire le cose a livello locale: abbiamo capito che si doveva decidere il destino del paese a partire dal locale. E infine la popolazione ha tracciato una nuova strada per disputare il potere all'oligarchia.
Con l'indipendenza del 1825, non c'è stata indipendenza per gli indios. I creoli e i meticci sono diventati i padroni dello Stato repubblicano, un nuovo Stato coloniale razzista, e questo è andato avanti fino ad ora. Sono stati fattori strutturali interni ed esterni a provocare l'emergere dei movimenti. In questa situazione si producono due progetti storici all'interno del movimento indigeno. Il primo progetto è quello dell'autoderminazione indigena e popolare. Il secondo è quello che prevede una riforma dello Stato attraverso l'Assemblea costituente. I movimenti sociali fanno capo in qualche modo a questi due progetti. In alcuni momenti questi due progetti si scontrano e si separano, in altri momenti si uniscono. C'è poi un terzo progetto, che è quello dei settori oligarchici.

1. Autodeterminazione indigena e popolare. C'è stata una disputa storica negli anni 60/70 nel movimento indigeno: qual è la prospettiva storica per l'autoderminazione?
Ci sono tre possibilità fondamentali all'interno di questo progetto:
a) L'autonomia indigena nel rispetto delle leggi dello Stato. Il riconoscimento dello Stato a patto che lo Stato riconosca i territori indigeni integri. Non vogliamo essere confinati in piccoli territori, come in Colombia.
b) La seconda possibilità, all'interno del progetto dell'autoderminazione, è incorporare lo straniero e il creolo nel sistema indigeno, ammettendo la possibilità di negoziare con gli altri e di rispettare i loro diritti ma sotto l'egemonia indigena.
c) La terza possibilità nasce con Tupac Katari nel XVIII secolo. Era il momento dello scontro radicale violento con gli spagnoli, dello sterminio degli spagnoli nel territorio degli indios e dell'attuazione di un autogoverno indigeno nei territori che si erano ribellati alla corona spagnola.
Oggi vengono discusse queste tre possibilità che fanno parte di un progetto più grande. Perché non un autogoverno totale - ci si interroga - visto che l'80% della popolazione è indigeno?

2. L'altro progetto, nato nel 1973 con il manifesto di Tiwanaku, sostiene che siamo un popolo oppresso e una classe oppressa, che subiamo due tipi di oppressione, di classe e di nazione. Questa visione era valida fino all'elezione di Morales. Evo Morales, a livello internazionale, si presenta sempre come rappresentante dei popoli indigeni aymara, quechua, guarani, con una forte connotazione di classe e di popolo. Questo progetto, nel 2000, prendeva in considerazione tutte le diversità, anche se poi questo è stato un po' abbandonato. Oggi si parla di riforma progressiva dello Stato e della società attraverso l'Assemblea Costituente. È probabilmente il progetto più forte in Bolivia, ma c'è il pericolo che si svuoti con il tempo. La gente discute con sempre più forza su cosa succederebbe se l'assemblea fallisse. Ed è qui che i due progetti tendono a confluire, che la fusione delle due correntipuò risultare più ricca. Comunque la gente oggi si chiede: che succede se l'Assemblea Costituente fallisce? C'è la possibilità di un colpo di stato o di una guerra. Questo è lo scenario delle lotte indigene.

Il terzo progetto è quello dell'oligarchia. La destra non vuole nessun cambiamento radicale, vuole che il paese resti così com'è, con un profondo grado di discriminazione sociale. Dicono: Morales non parla bene il castigliano, fa errori linguistici. E la società pensa che un presidente deve parlare bene. Ma non si diceva nulla quando Sánchez de Losada parlava meglio l'inglese che lo spagnolo. Altri dicono che Morales dovrebbe parlare meno. Questo, tra molte altre cose, è il livello delle critiche della destra oligarchica.

Per concludere, possiamo dire che in Bolivia ci troviamo di fronte a uno scenario ricco di possibilità di trasformazione del paese. Voglio ricollegarmi a quanto detto all'inizio a proposito della wipala, che prevede una logica di condivisione, con tutte le diversità di tutti gli uomini e tutte le donne che lottano per un cambiamento. Noi in Bolivia ci siamo alzati in piedi. Se l'America del sud e l'America del centro si sono alzati in piedi e lottano, credo che anche voi italiani ed europei vi dovete sollevare, perché la lotta non è solo nostra: è la lotta dei neri dell'Africa, degli asiatici, degli europei, degli americani, degli americani del sud e del centro contro il capitale e l'impero. E l'esempio che vi ho presentato è quello della nostra lotta, che è partita da piccole esperienze locali e si è conclusa con l'elezione di Evo a presidente della Bolivia. Scusate se parlo molto ma gli indigeni tacciono da 500 anni. Se solo per un'ora le persone, in Africa, Asia, Europa, dicessero no all'impero e al capitale potremmo dichiararci uomini liberi, perché noi diciamo di esserlo ma non lo siamo.