Risultato del plebiscito sul debito estero

Plebiscito sul debito estero
24 Settembre 2000
di Claudia Fanti

BRASILIA-ADISTA. Una grande vittoria del popolo organizzato del Brasile: questo è stato il plebiscito (senza validità legale) sul debito interno ed estero organizzato durante la Settimana della patria, dal 2 al 7 settembre, dalla Conferenza dei vescovi brasiliani (Cnbb) insieme al Consiglio nazionale delle Chiese cristiane, al Movimento dei senza terra, alla Cut (Centrale unica dei lavoratori), alla Centrale dei movimenti popolari e ad altri organismi.
Si sono recati alle urne, collocate nelle chiese, nelle scuole, nelle sedi dei sindacati e delle associazioni di quartiere e nelle piazze principali di 2.800 municipi, più di 5 milioni di brasiliani (oltre il 5% di tutti gli elettori del Paese), il 96% dei quali si è detto favorevole alla revisione dell'attuale accordo tra il governo e il Fondo Monetario Internazionale; alla realizzazione di una audizione pubblica sul debito estero (come prevedeva la Costituzione del 1988) per chiarire quanto di questo debito è legittimo e legale, quanto è stato già pagato e quanto resta da pagare; e alla moratoria dei debiti interni contratti dal governo federale e dai governi statali e municipali (quello che gli organizzatori definiscono la "più grande, più ingiusta e scandalosa speculazione finanziaria del mondo, che arricchisce una mezza dozzina di persone e ne condanna milioni alla miseria e alla morte prematura").

Obiettivo del plebiscito "La vita al di sopra del debito" era di risvegliare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla questione del debito: un debito pari a 241 miliardi di dollari (18 miliardi all'anno solo di interessi), accumulato - come hanno sottolineato gli organizzatori - su basi illegali da governi illegittimi, come quelli della dittatura militare; già pagato diverse volte; e, soprattutto, pagato dal popolo che non lo ha contratto. Ma il plebiscito, secondo gli organizzatori, aveva anche lo scopo di promuovere una mobilitazione contro il modello economico neoliberista adottato dal Brasile, a partire dalla richiesta di rompere l'accordo con il Fmi. Un accordo questo - firmato dal governo a dicembre del 1998 senza che ne siano mai stati resi pubblici i termini - che i promotori del plebiscito giudicano lesivo della sovranità nazionale e nocivo alla grande maggioranza del popolo, in quanto prevede la privatizzazione di beni pubblici e forti tagli alle spese sociali nonché la sottomissione del Paese alle decisioni delle agenzie internazionali.
Malgrado l'assenza di qualsiasi appoggio ufficiale, i pesanti attacchi del governo e il boicottaggio dei mezzi di comunicazione, la risposta della popolazione brasiliana è stata forte e convinta. E massiccia è stata la partecipazione delle diocesi brasiliane, con l'eccezione dell'arcidiocesi di Rio de Janeiro, dove, per decisione del card. Eugenio de Araujo Sales, nessuna delle 240 parrocchie ha ospitato le urne per la votazione. "La Chiesa non è esperta in economia, ma in questioni spirituali", ha spiegato il segretario Adionel Carlos da Cunha, affermando di non ritenere che l'appello del papa per il condono del debito dei Paesi poveri possa riguardare il Brasile: "Ci sono Paesi - ha detto - in condizioni peggiori del nostro".

Di segno molto diverso i commenti dei promotori: "Questo plebiscito mostra che la società è più grande del governo", ha affermato mons. Jacyr Braido, vescovo di Santos e responsabile delle pastorali sociali della Cnbb. Mentre Ervino Schmidt, segretario esecutivo del Consiglio nazionale delle Chiese cristiane, si è detto molto impressionato per la mobilitazione del popolo brasiliano e João Pedro Stédile, leader del Movimento dei senza terra, ha affermato che "il risultato del plebiscito rivela che la popolazione è preoccupata per il debito e sa che il governo mente".

Esultano anche i partiti di opposizione, che hanno appoggiato l'iniziativa del plebiscito attirandosi l'ovvia accusa del governo di strumentalizzare l'iniziativa a fini elettorali: "Vogliamo che il presidente Cardoso - ha affermato il presidente del Pt (il Partito dei lavoratori) José Dirceu - ascolti la voce delle strade e del popolo affinché il governo brasiliano smetta di dare priorità al pagamento del debito". E c'è pure chi, come il deputato del Pt, e presidente della Commissione per i diritti umani della Camera, Marcos Rolim, non manca di ringraziare ironicamente il ministro della Fazenda Pedro Malan, che, qualificando il plebiscito come stupidaggine, avrebbe contribuito alla sua diffusione.
Gli organizzatori del plebiscito, tuttavia, non si accontentano del successo ottenuto: in un documento divulgato dopo l'annuncio dei risultati, il 13 settembre, essi dichiarano che la "mobilitazione continua ora per un'audizione sul debito, per un plebiscito ufficiale e per la formulazione di un modello alternativo di sviluppo economico e sociale". "Il significato più profondo del plebiscito nazionale del debito estero, realizzato simbolicamente nella settimana in cui si commemora l'indipendenza del Brasile - continua il documento - è sferrare un attacco allo sfruttamento a cui è sottomessa la maggior parte del nostro popolo". E intanto José Dirceu ha presentato un progetto alla Camera dei deputati per la realizzazione di un referendum che permetta alla popolazione di pronunciarsi in maniera formale sul debito estero e sugli accordi con il Fmi. E un altro progetto è stato presentato dalla senatrice del Pt Heloísa Helena per il condono da parte del Brasile dei debiti contratti da Paesi con reddito inferiore.