Stedile interviene al Forum Social Mundial di Porto Alegre 2003

Stedile a Porto Alegre 2003
Porto Alegre. Fonte Adista. (dall'inviata)
DOC-1319. È stato indicato da Lula come principale obiettivo del suo governo: quello di garantire a tutti i brasiliani tre pasti al giorno. È il progetto "Fame zero", progetto di inclusione sociale pensato per i 44 milioni di brasiliani che si trovano sotto la soglia della povertà. Ne ha parlato estesamente, in conferenza stampa, Frei Betto, primo consigliere del presidente e da lui incaricato proprio di tale progetto: "quello che più uccide, nel mondo, è la fame", ha spiegato, e questo grazie al "cinismo di quelli che non hanno fame, i premiati dalla lotteria biologica". Per 350 anni, in Brasile, "la schiavitù è stata considerata un fatto naturale. Finché non si è trasformata in una questione politica, diventando così inammissibile. Così avverrà anche con il problema della fame". Il teologo della liberazione si è detto convinto che l'unica soluzione, in realtà, sia quella rappresentata dal socialismo: "non quello caduto insieme al muro di Berlino, ma quello che consente di ripartire i beni del pianeta tra i suoi abitanti, di ripartire, cioè, i frutti "della terra e del lavoro dell'uomo", come si recita alla presentazione delle offerte durante la messa". E se al problema della fame è stata dedicata, nella programmazione del Forum, una conferenza (quella sul "Pieno accesso all'acqua, al cibo e alla terra") e almeno venti seminari, grande rilievo ha assunto anche la questione, strettamente correlata, della sovranità alimentare. "Terra, territorio e sovranità alimentare" è stato il tema di una delle grandi conferenze allo stadio Gigantinho, nell'ambito della quale è stata lanciata la campagna mondiale in difesa dei semi come patrimonio dell'umanità, contro la pretesa delle multinazionali di appropriarsene attraverso i brevetti.
Sulla questione della terra è intervenuto, durante la conferenza, il leader del Movimento dei Senza Terra, nonché di Via Campesina, il grande coordinamento di movimenti contadini di tutto il mondo (l'uno e l'altra tra i protagonisti indiscussi del Forum) João Pedro Stedile. Di seguito il suo intervento, tratto da una registrazione e non rivisto dall'autore.

Sono molto felice di incontrarvi ancora una volta in questo "porto" che, oltre che "allegro", ha bisogno di diventare sempre di più radicalmente rivoluzionario. Sono contento anche del fatto che il nostro movimento di Via Campesina, abbia insistito perché vi fossero questi spazi di dibattito popolare, aperti al massimo numero di persone. Questo ha un grande significato psicologico, perché i mutamenti sociali non scaturiranno da discussioni da salotto, ma avverranno quando i popoli si organizzeranno e si assumeranno la responsabilità del loro destino. E tutti questi compagni presenti qui sono già un indice che i tempi stanno cambiando, perché quando la discussione delle idee comincia ad entrare negli stadi, è segno che è possibile costruire un mondo nuovo.
Parleremo di un tema di cui generalmente la stampa si occupa poco e male: il tema della terra, della sovranità alimentare e dei semi transgenici. I giornali lo mettono sempre nelle ultime pagine e lo considerano un tema che interessa solo ai senza terra. Ma il problema della terra, della sovranità alimentare e dei semi è in realtà un problema dell'umanità, di tutte le persone che vogliono vivere meglio. Per questo siamo contenti che un tema considerato settoriale da tutta la stampa sia stato incorporato nei dibattiti centrali del Terzo Forum di Porto Alegre.
Riporterò qui alcune riflessioni su quello che significa la lotta per la terra e sui cambiamenti necessari in questa lotta. Il capitalismo ha trasformato la terra in pura merce, in un mero strumento di potere e lucro, ma non sempre è stato così, durante la storia dell'umanità. La terra, come ha detto il nostro amato dom Pedro Casaldáliga, "è molto più che terra soltanto": la terra è ciò che rende possibile la nostra vita, ciò da cui riceviamo il nostro sostentamento, che ci permette di organizzare le nostre abitudini alimentari, su cui costruiamo i nostri gruppi sociali, in cui sviluppiamo la nostra cultura. Purtroppo, quando l'umanità è caduta sotto il dominio del modello di produzione capitalistico, la proprietà e l'uso della terra hanno cominciato ad essere subordinati agli interessi del capitale. Vorrei rapidamente riepilogare come la questione della terra sia stata trattata dal capitalismo in questi cinquecento anni di dominazione. Il capitalismo è riuscito a trasformare la terra in merce e a imporre per la prima volta nella storia dell'umanità la proprietà privata della terra. Il capitalismo si è appropriato di un bene della natura che avrebbe dovuto essere di tutti, come l'aria o il sole, e lo ha trasformato in merce e oggetto di lucro, con un suo prezzo, per quanto tutti sappiano che la terra in sé non ha prezzo perché essa non è frutto del lavoro umano, è il risultato di ciò che è stato prodotto dalla natura in milioni di anni.
Quando il capitalismo ha raggiunto la sua tappa industriale, si è reso conto che il monopolio della terra, la sua concentrazione in poche mani, impediva in un certo modo lo sviluppo delle forze produttive. È per questo che, nel secolo diciannovesimo, praticamente in tutto l'emisfero nord, la stessa borghesia industriale ha sollecitato per politiche di distribuzione della terra che hanno ricevuto allora il nome di riforme agrarie. L'obiettivo principale era ristrutturare la proprietà della terra, dando ad essa un carattere un po' più democratico, non perché si volesse renderla un bene comune, ma per trasformare i contadini in produttori capitalisti. È per questo che il capitalismo, per tutto il diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo, ha assunto l'iniziativa di realizzare riforme agrarie, diverse da Paese a Paese.
Nel frattempo, nell'emisfero Sud il capitalismo non ha permesso che si realizzassero riforme agrarie, perché i Paesi dipendenti non erano organizzati per sviluppare le proprie forze produttive e il mercato interno, né per rispondere alle necessità dei popoli; al contrario, le economie dei nostri Paesi erano state organizzate per rispondere alle necessità di Europa e Usa. Qui, nell'emisfero sud, invece della riforma agraria, ci è stato imposto un modello perverso, basato sul monopolio della proprietà della terra unito alla forma di produzione della piantagione, con manodopera schiava. Questo ha impedito che la terra, nei nostri Paesi, potesse avere un'utilità sociale, che le persone potessero produrre i beni di cui avevano bisogno. E ha generato una tremenda disuguaglianza sociale in tutte le società dell'emisfero Sud. Il motivo per cui le società dell'emisfero nord sono un po' meno diseguali delle nostre sta proprio nella forma con cui il capitalismo ha organizzato, nel nostro emisfero, il monopolio della proprietà della terra durante i 400 anni di colonialismo. La disuguaglianza e la povertà attuali affondano qui le loro radici.
Nel ventesimo secolo, molti dei Paesi del terzo mondo si sono liberati della dipendenza politica dal colonialismo e della schiavitù, ma quasi ovunque questo processo è stato diretto dalle borghesie nazionali, con la conseguenza che a cambiare è stata solo la forma dello sfruttamento, non il monopolio della proprietà della terra.
Uniche eccezioni, le rivoluzioni sociali avvenute in diversi Paesi, le cosiddette rivoluzioni socialiste: per quanto ciascuno possa esprimere critiche personali su ciò che ha rappresentato quel processo storico, queste rivoluzioni hanno segnato un passo avanti nello sviluppo delle idee e delle forze produttive del mondo. Nell'ambito di quelle rivoluzioni sociali, che aspiravano al socialismo, è emerso un nuovo concetto: quello della necessità di nazionalizzare la proprietà della terra, non in senso sciovinista o statalista, ma sulla base del principio fondamentale della proprietà collettiva e sociale della terra, secondo cui nessun individuo può rivendicare il diritto assoluto di fare quello che vuole sullo spazio di terra che utilizzerà.
Se da un punto di vista teorico quelle esperienze hanno rappresentato un passo avanti, dal punto di vista delle tecniche di produzione e del modo in cui l'uomo si è relazionato con la terra, i Paesi socialisti hanno adottato purtroppo lo stesso modello produttivista di quelli capitalisti, ponendo come principale obiettivo l'accumulo e non lo sviluppo di una produzione equilibrata al servizio del benessere sociale. E il risultato è stato il fallimento del processo sociale verso il socialismo.
Alla fine del ventesimo secolo il capitalismo è entrato in una nuova fase, che nella maggioranza dei nostri Paesi ha preso il nome di neoliberismo. Il nuovo capitalismo subordina l'uso e la proprietà della terra agli interessi del capitale finanziario e delle grandi imprese multinazionali. In questa fase, le multinazionali non hanno più interesse a comprare la terra, ma puntano al controllo del commercio agricolo, cercando di trasformare tutta la catena alimentare dell'umanità in mera merce standardizzata. Il capitale vuole ora controllare l'agroindustria. I contadini non producono più alimenti, ma materie prime; e il capitale controlla la trasformazione degli alimenti, che è l'agroindustria. È fondamentale avere chiaro tutto questo per capire quali tattiche i movimenti contadini e la società nel suo complesso devono adottare.
Perché nella tappa attuale della lotta per una società più giusta non basta più una riforma agraria di tipo classico, capitalista, legata alla distribuzione della terra ai contadini. Per questo in tutte le riforme agrarie di tipo capitalista, riformista, assistenzialista, realizzate anche grazie alla pressione dei movimenti sociali nei Paesi del terzo mondo, i cosiddetti insediamenti della riforma agraria non sono andati bene: perché al lavoratore rurale non basta più il controllo della terra, in quanto questo non cambia le relazioni sociali esistenti. Bisogna pensare a una riforma agraria di nuovo tipo, di cui la democratizzazione della proprietà della terra rappresenta solo l'inizio. Anche noi contadini dobbiamo superare l'ideologia piccolo borghese corporativista che portava a desiderare la proprietà di 10 ettari di terra. Un contadino con dieci ettari è uno schiavo.

1) Noi di Via Campesina stiamo elaborando una nuova visione. Ce l'hanno trasmessa i contadini dell'India: dobbiamo trattare la terra in un altro modo, perché noi non abbiamo ricevuto la terra dai nostri padri, l'abbiamo ereditata dai nostri figli Questo è il mutamento fondamentale di prospettiva: tenere presenti le generazioni future.
2) È necessario che i contadini assumano il controllo dell'agroindustria. Per questa ragione tutti i movimenti contadini stanno conducendo una lotta ferrea contro la Nestlé, la Monsanto e le altre grandi multinazionali.
3) Bisogna incorporare nella riforma agraria il concetto che la terra deve essere, prima di tutto, utilizzata per la produzione di alimenti per tutto il popolo. La fame non è un problema di produzione di alimenti, ma il risultato della concentrazione della produzione nelle mani delle multinazionali. La riforma agraria va quindi collegata alla sovranità alimentare, alla lotta alla fame. Tutti noi sappiamo che la fame non si combatte distribuendo provviste alimentari di base.
4) Bisogna incorporare nella riforma agraria il diritto degli agricoltori a produrre i loro propri semi.
5) È impossibile fare la riforma agraria senza democratizzare le conoscenze. È necessario che il popolo abbia accesso alle conoscenze scientifiche in tutti i loro significati. Non si tratta solo di una scolarizzazione formale, quanto del diritto di "apprendere", così come lo definiva il nostro amato Paulo Freire. È impossibile costruire una società democratica con persone analfabete. Non basta occupare latifondi, bisogna occupare anche le scuole e le università.

Parlare della necessità di una riforma agraria di nuovo tipo potrebbe sembrare utopico. Per questo tutti noi di Via Campesina stiamo riflettendo su cosa deve cambiare nella lotta per la riforma agraria. Lo stesso capitalismo finanziario internazionale, in questa tappa, ha generato una contraddizione. Oggi i contadini dell'India, del Sudafrica, del Messico, del Canada, del Brasile sono tutti sfruttati dalla stessa Monsanto. Quindi non è possibile sconfiggere la Monsanto solo qui in Brasile: è indispensabile un'articolazione internazionale di tutti i movimenti contadini per una lotta comune contro i nemici comuni, il capitale internazionale e le multinazionali.
Cosa cambia nella lotta per la riforma agraria? È sempre più chiaro che battersi contro il latifondo e contro questo modello agricolo perverso è possibile solo con una grande accumulazione di forze: milioni di persone che hanno un progetto politico comune e che sulla base di questo progetto conducono lotte di massa. Nessun mutamento sociale si è mai registrato nella storia dell'umanità senza mobilitazioni di massa, senza le lotte del popolo. E questa riflessione noi la stiamo portando avanti anche rispetto al governo Lula. Molti dicono: ora che il MST è arrivato al potere, smetterà di lottare. Ma la nostra risposta è chiara: il ruolo del Mst è continuare ad organizzare i lavoratori, i poveri delle campagne, non per scontrarsi con il governo Lula né per metterlo in difficoltà, ma per aiutarlo a fare la riforma


 

Altri documenti dal Forum Social Mundial:
Porto Alegre: Appello dei movimenti sociali
Lula a Porto Alegre e a Davos
Frei Betto a Porto Alegre