Stedile: Il massacro di Eldorado continua ad essere impunito

Il massacro di Eldorado continua ad essere impunito
João Pedro Stedile. Novembre 2004
All'inizio del 1996 centinaia di famiglie si riparavano sotto baracche improvvisate lungo la strada vicina alle città di Curionopolis e Paraupebas, nella zona est dello stato del Pará. Era la fine del percorso della strada della Valle del Rio Doce che espelleva migliaia di contadini poveri venuti da tutto il nordest con il sogno della terra promessa. Una terra fertile e abbondante, lì di fronte ai loro occhi. Ma recintata. Oltre il recinto un latifondo di 50.000 ettari. Stanchi di aspettare, decisero che parte di loro, circa mille persone, avrebbero marciato in direzione di Maraba. Si trattava di più di 300 chilometri di marcia. E partirono. Preoccupato per la quantità di persone coinvolte, poveri, il governatore Almir Gabriel promise di trovare una soluzione, disse che avrebbe inviato ceste basiche e qualche autobus per trasportare le persone a Belem, a più di 1000 chilometri, dove avrebbero negoziato una soluzione.
I marciatori erano fermi alla curva della S, vicina alla città di Eldorado do Carajas. Quando il 17 aprile del 1996, arrivò la "soluzione" del governo. Subito dopo mezzogiorno, arrivarono alcuni autobus, i manifestanti pensarono che erano quelli che gli erano stati promessi per andare a Belem. Gli autobus erano pieni di soldati della Polizia Militare. Un battaglione venne da Parapuebas e non li lasciò tornare indietro. Un altro battaglione venne da Maraba. E i mille marciatori furono accerchiati. Da uno dei lati i poliziotti usarono anche un camion per trasportare buoi dei latifondisti per impedire che la gente "scappasse". Prima di uscire dalle caserme ebbero l'attenzione di togliere dalle divise le targhette che identificano i nomi. I fucili e i mitra ritirati dal deposito non furono registrati. E così le munizioni. Passarono per l'Ospedale di Maraba e chiesero ai medici di restare di guardia. Il risultato già lo conoscete. Un massacro. I soldati tiravano come bestie feroci incontrollabili su una moltitudine di uomini, donne e bambini. Poveri. Tutti alla fine del percorso della speranza e della migrazione. Bisognava dare una lezione a questi senza terra vagabondi, grida vano i comandanti allucinati!
Risultato ottenuto alla fine del pomeriggio: 19 morti e centinaia di feriti. Una situazione disperata. Si parla dell'esistenza di più morti, perché le camionette della polizia partivano di corsa cariche di corpi. Siccome si tratta di una regione di frontiera agricola e di migrazioni, con molte persone senza famiglia, senza documenti, molto lontani dal loro luogo di origine, nessuno saprà mai quanti sono stati i morti.

La sacietà pianse. Il governo si vergognò. Creò allora il Ministero dello sviluppo agrario ed espropriò le tre fazendas rivendicate, che oggi sono insediamenti, ma questo è costato molte vite.

E i responsabili del massacro? Beh, questa è un'altra storia. Il processo giudiziario fu montato in maniera che non fossero identificati quelli che avevano sparato. I mandanti sì, si conoscevano. I responsabili anche. Ma nessuno di loro fu giudicato nel processo. Furono accusati solo due ufficiali e 158 soldati.

Dopo 6 anni, nel maggio del 2002, ci fu il Giurì Popolare per giudicare i soldati e gli ufficiali. Il processo dei soldati finì con l'assoluzione di tutti. Nessuno aveva tirato! Non c'erano prove materiali. E gli ufficiali che comandarono l'azione furono condannati a più di 200 anni di prigione. Di fronte a questo ci furono due ricorsi: il Pubblico Ministero e gli avvocati dei senza terra ricorsero perché tutti i responsabili fossero condannati. E gli avvocati degli ufficiali ricorsero perché fossero assolti, dicendo che non avevano dato l'ordine di uccidere.
Conclusione: fino ad oggi, nessun responsabile, nessuno di quelli che partecipò al massacro passò un'ora in carcere. Ma tra i sopravvissuti senza-terra altri due sono morti per le conseguenze dei colpi ricevuti e ci sono altre 65 persone che non possono più lavorare in agricoltura. Mutilati. Questi ricorsi saranno giudicati ora, nel Tribunale di Giustizia del Pará, non più da un Giurì Popolare, ma da alcuni giudici togati, il 19 novembre, venerdi prossimo.

Se pensate che il Brasile sia pieno di impunità, se pensate che la società brasiliana esige la punizione dei responsabili per un massacro così odioso, scrivete al Presidente del Tribunale di Giustizia, giudice Maria Brabo de Souza, rua Tomazia Perdigão, 310
cep 66015-260 Belem- Para
email des.maria.brabo@tj.pa.gov.br
Ed esprimetegli i vostri sentimenti. Il popolo e i senza terra vogliono solo giustizia!

Joao Pedro Stedile, dirigente del MST e Via Campesina Brasile.