Dal Tropicalismo all'industria culturale

Dal Tropicalismo all'industria culturale
Di Francisco Alambert
Fonte Jornal Brasil de Fato, 02/10/2006
Il filosofo tedesco Walter Benjamiin ha affermato che ogni documento di cultura è allo stesso tempo un documento di barbarie. Il nostro mondo è quindi pieno di barbarie. Ma anche di cultura per tutti i gusti, soprattutto "cultura" intesa come "affare" di qualcuno.

Per questo un altro pensatore marxista, lo statunitense Fredric Jameson, ha affermato che la logica del capitalismo tardo (o post-moderno) è essa stessa "culturale". Così, in qualsiasi processo di emancipazione culturale o politica, la "cultura" deve resistere tanto a se stessa (ai suoi aspetti conservatori e confermanti il sistema di potere oppressivo) quanto alla violenza che è alla base della sua formazione e nella forma della sua permanenza.

Ma in quale tradizione storica la nostra barbara modernità culturale, così come il modo di amministrarla, è inclusa? Il Tropicalismo, l'ultima delle grandi "avanguardie nazionali", e il suo modo di concepire la cultura è una di queste "tradizioni" che ancora persiste nelle condizioni attuali della politica culturale e nelle sue empasse contemporanee.

Sorto durante il primo periodo della dittatura militare, il Tropicalismo si è alimentato delle idee venute dal Modernismo del 1922, dell' avanguardia concreta e neoconcreta degli anni cinquanta, dei movimenti di contestazione del 1968, ecc. Benché perseguitati dalla dittatura, gli esiti dei tropicalisti in tutti i campi sono notevoli. Tanto che anche dopo la sparizione di tutte le condizioni storiche che ne favorirono la nascita, possiamo dire che la "Verità Tropicale" si trasformò nell'ideologia culturale dominante in Brasile: uno dei suoi principali pensatori è l'attuale ministro della Cultura di un governo che doveva essere "di sinistra"; mentre un altro, Caetano Veloso, è recentemente arrivato al podio più alto a cui può arrivare un artista del sistema internazionale, cioè la "cerimonia" degli Oscar. Ossia: i protagonisti dell'avanguardia degli anni '60 stanno oggi al top tanto dell'Industria Culturale, quanto della burocrazia statale della cultura.

Nei circoli del potere
In questo modo, l'eredità dell'avanguardia tropicalista trova posto nei circoli del potere contemporaneo. Da un lato, è sparito il suo aspetto contestatore dei costumi della vita borghese della periferia del capitalismo. Dall'altro, la sua critica feroce ai presupposti della sinistra culturale, sempre accusata di rigidità (critica che nei suoi momenti peggiori poco si differenziava dall'isteria anticomunista della stessa dittatura) e la sua apologia dell'Industria Culturale come una realtà tanto inevitabile quanto modernizzatrice, hanno permesso la sopravvivenza della "forma tropicalista" e garantito la sua scalata vertiginosa alle vette del potere.

Così, il mondo "post-moderno", neoliberista, anti-rivoluzionario, multiculturale convive con una versione ultraquarantenne del Tropicalismo. Capire come sia possibile la dialettica tra questa "tradizione" (ora tanto ragione di Stato quanto centro dell'Industria Culturale) e questa "modernità" è centrale per comprendere la questione culturale nel Brasile contemporaneo, soprattutto per quanto riguarda la possibilità della rivitalizzazione di una cultura di "resistenza".

Nel Brasile di oggi, la macchina della produzione culturale vive stretta tra la mancanza di finanziamenti da parte dello Stato, e la produzione orientata dal mercato che utilizza però il denaro pubblico per mezzo di leggi sugli incentivi - che invece di equilibrare i poli pubblico/privato, li confonde, dando al secondo più vantaggi che al primo. In questa "dialettica rarefatta", la sintesi è l'industria culturale, che regna sovrana e decide ciò che deve o non deve essere visto e prodotto.

In questo quadro, il vecchio tema nazionalista dell' "Identità nazionale" perde a volte di senso, nella misura in cui lo Stato lotta per "preservarla" come attrazione spettacolare per le imprese finanziatrici e l'Industria Culturale fa la medesima cosa (stereotipando il "nazionale", allo stesso modo delle telenovele e delle miniserie nazionaliste della Rete Globo, in cerca di allineamento con il governo "tropicalizzato" e vagamente di "sinistra").

Centralizzazione del mercato
Come la produzione è centralizzata nella forma degli interessi del mercato, si va creando un livello del "nazionale" che è imposto, stereotipato e circostanziale (che si avvale della "nazione" sino a che è comodo per il commercio e mai all'interno di un progetto di autonomia nazionale).

E per complicare ancora di più le cose, ricordiamo che la stessa televisione che dà "accesso" alle tematiche nazionali "tipiche" ritiene che il brasiliano "medio", spettatore del suo principale telegiornale (giustamente il Giornale Nazionale), debba essere trattato come un "Homer Simpson", come pensa l'editore del telegiornale. Ossia: per loro, il brasiliano tipico è il tipico statunitense un po' scemo del cartone animato.

La buffonata "globale", curiosamente, ricorda l'azione tropicalista nel suo desiderio di imporre un'immagine del Brasile a partire dalle contraddizioni e gli scontri dell' eterno vai e vieni tra tradizione e ultramodernità. Solo che ora, strumentalizzata fino alle ultime conseguenze da parte del potere formativo della Rete Globo, questa "mescolanza", questa "strategia di scontro", ha comportato un enorme abbassamento del livello critico, proprio come una strategia di manipolazione dello spettatore.

Per uscire da questo circolo di interesse e di cinismo è necessario intendere letteralmente la cultura di resistenza come accesso alla produzione. Questa è la questione chiave per una politica emancipatrice e autentica - cosa che la politica tropicalista, centrata sulla fede nell'inesorabilità dell'Industria Culturale, non ha mai preso sul serio. E qui si inseriscono i buoni progetti attuali, come i Punti di Cultura, che portano gli agenti culturali a assumere il processo di produzione libero dagli interessi del mercato, rendendo possibile una produzione culturale capace di emanciparsi dalla semplicistica idea di spettacolo, che è l'idea che guida la logica del finanziamento attraverso le leggi d'incentivo, del tipo "Legge Rouanet" - che fa in modo che lo Stato finanzi il marketing delle imprese, permettendo che i pubblicitari decidano ciò che deve essere prodotto o meno, o quello che dobbiamo vedere o meno, o quello che è più "brasiliano" o "moderno" (o preferibilmente le due cose).

In questo contesto, ritengo che i mezzi culturali e tecnologici diverranno trasformatori solo se usciremo da questo circolo vizioso, se saranno nelle mani e verranno occupati da agenti culturali "vivi". La Cultura è lotta politica di interessi tanto quanto l'economia. Perché sia trasformatrice e rivoluzionaria (anche dal punto di vista del "linguaggio") è necessario che il processo di produzione sia nelle mani di agenti culturali ( e non del "popolo" inteso come i numeri di IBOPE, come massa di assistiti). Per questo è urgente interferire (senza la paura del logoro discorso della"irregimentazione", pessima eredità della depoliticizzazione tropicalista) nell'azione dello Stato, affinché garantisca non solo esibizioni, ma anche una produzione e una circolazione libere. Solo che questo è contro gli interessi del mercato, che frena e quando può tenta di sabotare i progetti.

L'arte e la cultura della resistenza devono sempre opporsi alla barbarie, come dice il movimento più attivo che conosco, giustamente l' "Arte contro la Barbarie", che ha aiutato ad elaborare una legge di incentivazioni per il teatro, nella città di San Paolo, basata sull'occupazione di spazi pubblici praticamente abbandonati. I suoi principi, così come i principi dei collettivi di Cultura del MST, non sono caratterizzati dall'accettazione della "modernità" contemporanea "convivente" con l'Industria Culturale, eredità dell'accomodamento tropicalista, ma dalla lotta affinché i gruppi organizzati di agenti culturali, allo stesso tempo produttori e pensatori, nascano per proprie necessità e senza la pressione degli interessi dell'industria culturale o di uno Stato dominato (o frenato) dagli interessi del mercato. La sua lezione è questa: abbiamo bisogno di mettere da parte le fantasie tropicaliste e politicizzare le azioni dei gruppi.

* Francisco Alambert, é professore di Storia Sociale dell'Arte e Storia Contemporanea alla USP